CRONACA

LA SENTENZA Nessuna truffa, D’Abundo assolto in appello

“In riforma della sentenza di primo grado, assolve perchè il fatto non sussiste, revoca delle statuizioni civili, giorni 90 per le motivazioni”. Con questo dispositivo la 4a sezione della Corte d’Appello di Napoli – Presidente Vargas – ha riformato la condanna ad un anno di reclusione che, a seguito della denuncia di truffa sporta dal suo ex cognato, era stata inflitta al D’Abundo in primo grado .

Un sentenza fortemente voluta dalla difesa, rappresentata dall’avv. Gianluca Maria Migliaccio, il quale non nasconde la sua soddisfazione: “Questa sentenza ristabilisce finalmente la verità e restituisce ai buoni la speranza nella giustizia: le menzogne e le trame sottobanco sono state sconfitte sonoramente; abbiamo sollecitato più volte la Corte a fissare l’udienza, ma soltanto a seguito dell’interessamento della Presidente Covelli ciò è avvenuto: eravamo impazienti di vedere riconosciute le nostre ragioni”. Il Procuratore Generale, prendendo la parola in udienza, aveva chiesto il proscioglimento per intervenuta prescrizione, ma la Corte è andata ben oltre, a riprova del fatto che non ci fosse dubbio alcuno dell’innocenza del D’Abundo e la sentenza di primo grado costituisse un clamoroso travisamento dei fatti e delle prove. Anche la parte civile aveva proposto appello, dolendosi della tenuità della provvisionale (mille euro) riconosciuta in primo grado: la Corte non soltanto ha rigettato la richiesta dei cinquemila euro invocati, ma con l’assoluzione ha, ovviamente, revocato tutte le statuizioni civili. 

Il D’Abundo rispondeva di truffa per aver – secondo l’accusa – compilato falsamente un assegno dell’importo di cinquemila euro intestato all’ex cognato Licciardello Orazio ed attivato poi la procedura esecutiva nei confronti del medesimo per il recupero della somma; grazie ad una consulenza grafologica era nel corso delle indagini già emerso che, nonostante il denunciante avesse riferito di non aver mai dato l’assegno al D’Abundo, questo al contrario risultasse di suo pugno vergato nella sottoscrizione e nell’intestazione a favore del D’abundo Antonello; in primo grado, inoltre, la difesa del D’Abundo ha dimostrato come fosse il militare dell’Arma – in servizio presso la Stazione Carabinieri di Ischia – a chiedere più volte aiuto al D’ABundo per far fronte ai propri problemi economici. “Non soltanto questo procedimento non doveva arrivare al secondo grado di giudizio, doveva essere archiviato in tre giorni – commenta il difensore: “scusate il ritardo” rappresenta comunque un finale lieto”. 

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