CULTURA & SOCIETA'

Dal Kenya al Monaldi, nuova vita per la piccola Fidelis. Gaglione: «Anche da Ischia aiutiamo l’Africa che soffre»

Cinque amici si mettono insieme per un’esperienza che cambia la vita. I progetti umanitari di Kenya Invisible Kids hanno un obiettivo preciso: garantire la salute a migliaia di bambini vittime della povertà, delle ingiustizie, di secoli di guerre civili e predazioni. Il “miracolo” della bimba africana salvata a Napoli nel racconto di Maria Giovanna Gaglione, volontaria e infermiera all’Ospedale Rizzoli

Viaggiano nelle zone più remote del Kenya, tra villaggi dove sembra mancare tutto. Negli ospedali africani, dove tocchi con mano la fragilità (e l’insensatezza) di ammalarsi nella parte sbagliata del mondo. Dove curarsi è difficile e guarire da patologie serie un miracolo. Si chiamano Massimo Vita, Pina Fierro, Giorgio Sudetti, Maria Giovanna Gaglione, Carmela Pesce. Impiegati, tecnici di laboratorio, giardinieri, infermiere di Pronto Soccorso. Hanno formato un gruppo, Kenya Invisible Kids, per portare il proprio aiuto dove ce n’è più bisogno.

Da molti anni mettono a disposizione il loro tempo e le loro energie per affrontare le problematiche sanitarie, educative, affettive ed umane dei bambini del Kenya. Bambini invisibili, ci spiega Maria Giovanna Gaglione, infermiera all’Ospedale “Anna Rizzoli” di Lacco Ameno.

Ci provano attraverso una costante raccolta di donazioni, grazie alla generosità (e la collaborazione, non solo economica) di famiglie, amici, operatori sanitari, insegnanti, volontari. Ci riescono con la determinazione di chi ama quel continente bellissimo e sfortunato, una terra nella quale la condivisione della realtà, così povera di superfluo, arricchisce più d’ogni altra cosa. «Gli occhi grandi di questi bambini, o il loro sorriso, ci ripaga di ogni sforzo, di ogni fatica, di ogni rischio».

Pagano tutto loro, anche in termini di emozioni e dolore. Dalla capanna alla sala operatoria e poi di nuovo alla capanna. Si parte disperati, si ritorna amici e con il sorriso sulle labbra. Alle volte, purtroppo, si ritorna con l’anima in pezzi. Succede. Succede che qualche bambino non ce la faccia. Una sofferenza sorda, profonda e duratura. Non ci dormono la notte. Poi, quasi per magia, arriva sempre un altro risultato positivo che regala la spinta di continuare. Chiedere altre donazioni per fare di più.

C’è proprio la Gaglione, insieme ai suoi amici di Kenya Invisible Kids, dietro la storia della piccola Fidelis, la neonata africana che dal Kenya è arrivata all’Ospedale Monaldi di Napoli per un delicato intervento che le ha salvato la vita. Una bimba nata all’inizio di maggio con una seria malformazione cardiaca e che, a sole tre settimane di vita, è stata trasportata a Napoli, ricoverata presso l’Uoc di Cardiochirurgia Pediatrica dell’Azienda Ospedaliera dei Colli, diretta dal prof. Guido Oppido, per essere sottoposta a un delicato intervento di trasposizione dei grandi vasi. Invertire le arterie, reimpiantare le coronarie, correggere l’anomalia e regalare alla piccola Fidelis un cuore ‘nuovo’. Finalmente rimesso a posto. Intervento che non poteva essere effettuato né a Malindi e nemmeno a Nairobi. Dopo un lungo periodo di degenza e monitoraggio, la bimba è da qualche giorno tornata in Africa, riaffidata alle cure della famiglia e della pediatra che l’ha seguita alla nascita, con prospettive di vita del tutto normali.

«Fidelis l’abbiamo conosciuta che non era ancora nata», racconta Maria Giovanna. «Simon, suo padre, è il nostro autista quando siamo in Kenya. Ci disse che la moglie era incinta e tutto procedeva per il verso giusto. Appena nata, ci inviò qualche foto. Poco dopo, la dottoressa Salma, il nostro ‘angelo’ in Kenya, ci invia una mail drammatica: la bimba risultava affetta da una gravissima malformazione cardiaca. Uno sfacelo. Dov’è possibile effettuare un intervento, chiedemmo? In Sudafrica o in India, ci risposero. Ci guardammo sgomenti, era troppo anche per noi».

Il tempo stringe e la paura mangia l’anima. «Chiedemmo l’ecografia, contattai subito tutti i cardiologi che conoscevo, compreso il dott. Fedinando De Leo, che in passato aveva lavorato Il qui da noi a Rizzoli. Riuscimmo a mandare l’ecografia al Prof. Oppido, primario della cardiochirurgia dell’Ospedale Monaldi. Portatemela, disse».

Parte la raccolta fondi per il viaggio, a cui rispondono in tanti da tutta Italia, compresa la comunità isolana, da sempre vicina a Kenya Invisible Kids. Ma parte soprattutto la lunga trafila di permessi, autorizzazioni, passaporti, visti. Per neonata, mamma e pediatra. Una corsa contro il tempo su cui si abbatte l’estenuante burocrazia kenyota. Due interminabili settimane di peripezie. «La bimba era in condizioni sempre più critiche, eravamo terrorizzati che potesse peggiorare e avere una crisi durante il volo. Io e il dottor De Leo siamo andati a prenderla personalmente all’aeroporto di Capodichino e l’abbiamo portata all’ospedale Monaldi, dove abbiamo avuto una accoglienza – straordinaria – che ci ha commosso. Dopo tutti gli accertamenti necessari, il tempo di stabilizzarla (la piccola era estremamente sottopeso e molto sofferente) e poi finalmente l’operazione. Dieci ore di intervento che ci sono sembrate infinite. Poi la terapia intensiva. Ora, dopo mesi, possiamo dire che Fidelis ce l’ha fatta. È una bimba vista, che non ha alcuna problematica cardiaca e una vita uguale a quella di tutti gli altri bimbi. Kenya e Invisible Kids sarà per sempre debitrice verso l’ospedale Monaldi e in particolare verso la splendida equipe del Prof. Oppido, un professionista eccellente, una persona umana, compassionevole, doti difficili da trovare in un chirurgo. Un orgoglio della sanità napoletana, nella quale operano dei grandissimi professionisti.»
«L’Azienda Ospedaliera dei Colli non si è certo tirata indietro di fronte a questa richiesta, abbiamo messo a disposizione tutte le nostre competenze per poter salvare la vita di questa piccola paziente e attivato tutte le procedure necessarie per garantire la migliore assistenza possibile», ha poi dichiarato Maurizio di Mauro, direttore generale dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. «Ancora una volta l’Azienda dei Colli dimostra di essere attenta all’accoglienza e alla solidarietà e conferma la sua attenzione ai pazienti più fragili».

Kenya Invisible kids è stato il ponte che ha permesso questo ‘miracolo’. Dove anche la fortuna gioca la sua arte. Senza contatti, e senza strade alternative da percorrere, Fidelis non ce l’avrebbe fatta. «Non abbiamo sede, non siamo onlus, né vogliamo diventarlo. Il nostro scopo è aiutare i bambini più sfortunati. Cominciammo anni fa, a Watamu, un piccolo borgo vicino Malindi. Non ci siamo più fermati», ricorda la volontaria.

In Kenya, come in tutti i paesi africani e in particolar modo quelli dilaniati da guerre civili ed epidemie, le possibilità di accedere alla sanità pubblica sono minimi. La popolazione infantile è quella che ha minori possibilità di essere curata e sopravvivere. «Sei genitori non lavorano presso un ente o presso un privato, non possono ottenere la tessera che consente un livello minimo di cure. Per noi sembra una stupidata perché costa veramente poco, ma per loro è di vitale importanza. I bambini hanno tanto bisogno: dalla semplice frattura al grosso intervento cardiaco, tutto può diventare complicato. In certi casi impossibile. Senza tessera, quindi senza assicurazione, i bambini non vengono curati.».

«In Kenya – continua la Gaglione – abbiamo un angelo: la dottoressa Salma Naji Al Mashjary, responsabile del reparto di neonatologia e pediatria dell’ospedale di Malindi. E’ lei il nostro contatto Ci sentiamo tutti giorni, 24 ore su 24, per i casi più seri che necessitano di un intervento urgente o di terapie che possono costare tanto. Una collaborazione stupenda con una donna piccolissima, musulmana, coraggiosa ma che per noi rappresenta un colosso di generosità e sensibilità. In questi anni, attraverso la raccolta fondi, Kenya Invisible Kids ha voluto anzitutto garantire un’assistenza sanitaria generale. Durante le nostre visite ci siamo resi conto che manca praticamente tutto. Siamo quindi partiti con le strumentazioni più semplici. Un Cpap, ad esempio, dispositivo medico che eroga un flusso d’aria a pressione costante per poter limitare o eliminare eventuali ostruzioni delle vie aeree superiori. Fondamentale per i nati prematuri. Tornati l’anno successivo, vi abbiamo trovati attaccati 5 bambini, quando può starcene uno solo. Qui ce ne vuole un altro, ci siamo detti. Poi, abbiamo visto un bambino che respirava malissimo. Perché non è attaccato? E’ sieropositivo. Bene, deve avere le stesse speranze di vita di chi non lo è. E così, l’anno scorso, anche grazie alla donazione dell’Associazione ischitana Emmaus, siamo riusciti a comprare un secondo respiratore.»

La strumentazione è importantissima perchè «i medici sono preparati. La diagnosi a Fidelis è stata fatta in Africa. Quando la neonata è arrivata a Napoli e hanno ripetuto gli esami, i dottori hanno detto: è perfetta. Sono bravi, pieni di dedizione, ma se non hanno i mezzi o le strutture, non serve a nulla.» Troppo spesso questi medici lavorano in strutture fatiscenti, sprovvisti dei macchinari idonei per far fronte anche alle patologie più semplici, e qualsiasi situazione può trasformarsi in emergenza.

CRO OSPEDALE MONALDI(NEWFOTOSUD)

Con le donazioni raccolte, Kenya Invisible Kids copre le spese di viaggio per raggiungere l’ospedale di Nairobi, o per piccole ristrutturazioni di presidi o reparti che consentono maggiore sicurezza igienica e sanitaria. Ma guarda anche alla dimensione educativa della popolazione infantile kenyota. «Il governo non si impegna ad alfabetizzare la popolazione, gli conviene mantenerli in uno stato di ignoranza e sudditanza. Con Invisible Kids abbiamo contribuito all’edificazione di una piccola scuola in un villaggio sperduto tra Malindi e Mombasa. Un bambino mi invitò un giorno a visitare il posto dove studiava. Erano capanne malandate o poco più. L’anno seguente, grazie a tutti i miei colleghi dell’Ospedale Anna Rizzoli, abbiamo raccolto una somma per mettere in piedi qualcosa di più solido e stabile. Nulla di paragonabile alle nostre strutture, ma almeno una sede fatta in mattoni, con dei servizi igienici, abbiamo acquistato i banchi e qualche lavagna. Oggi anche questo piccolo villaggio ha una sua piccola scuola.»

E infine c’è il legame con l’Africa, terra selvaggia e ancestrale che forse ci ricorda quello che eravamo prima di crearci intorno un mondo diverso. «Ognuno di noi ha un disegno, un destino, forse nel mio c’era scritto l’incontro con l’Africa» conclude Maria Giovanna Gaglione. «Ho sempre sognato di andarci, fin da ragazza. Nel 2004, mesi dopo un grave incidente, sono riuscita ad arrivarci. E’ una terra che mi ha sempre dato forza, energia. Ancora oggi, ogni volta che scendo dall’aereo, sento di essere a casa. Ricordo l’esperienza, quasi soprannaturale, di un safari. In piena notte. E le coincidenze: in fondo, pur essendo napoletana, ho scelto di trasferirmi su un’isola, prendendo casa proprio in prossimità della Chiesa dove si venera Santa Restituta, martire cristiana venuta dall’Africa. Un culto da cui sono rimasti colpiti anche i miei amici di Kenya Invisible Kids. C’è un filo che lega la mia vita a quella degli altri. Al sorriso dei bambini africani che sono diventati i nostri bambini. Non sono sposata, non ho figli, ma dico sempre che sono mamma di 100 bambini. E’ per loro che andiamo avanti».

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