CULTURA & SOCIETA'

Dallo scarabeo agli uccelli di Pithecusae: grazie ai tedeschi, continua a Villa Arbusto la grande sfida dell’archeologia

L’antica colonia greca fondata a Ischia nell’VIII sec. a.C. non smette di stupire, continuando a regalare conferme e sorprese. Oggi al vaglio di un team di archeologi che, arrivati dalla Germania, studiano e catalogano i reperti emersi dagli scavi degli anni passati. Un laboratorio scientifico a cielo aperto che avrebbe bisogno di maggiore continuità

Tazze da Corinto e dall’Etruria, piatti fenici e un’anfora da trasporto euboica, mura abitative (o forse sacre) accanto ad un enorme quantità di materiale ceramico prodotto localmente già dall’VIII sec. a C. Vasellame che imita i modelli greci, rivaleggiandone per qualità e bellezza. Sui reperti rinvenuti, tracce di elementi figurativi: capre e cavalli sui crateri, uccelli sulle tazze. Uno accanto all’altro, allineati, teneri e fragili come il guscio d’argilla che li preserva.

L’antico abitato di Pithekoussai, colonia greca fondata a Ischia dagli Euboici intorno al 770 a.C., formidabile punto di approdo e di transito lungo le rotte che da Oriente a Occidente collegavano le sponde opposte del Mediterraneo, continua a regalare conferme e sorprese. Portando alla luce dati significativi per una conoscenza più approfondita del patrimonio archeologico campano e che oggi risultano indispensabili per la definizione di nuove strategie di conservazione e valorizzazione, anche in chiave turistica, del Museo Pithecusae a Lacco Ameno, il museo archeologico dell’isola d’Ischia.

In questi giorni sta per concludersi la quarta campagna (tutta di studio) condotta dalla Prof.ssa Nadin Burkhardt e dal Prof. Stephan Faust all’interno di un progetto finanziato dalla Fondazione Fritz Thyssen, dalla Fondazione Bayrische Forschungsförderung, con il sostegno dell’Università Cattolica Eichstätt-Ingolstadt e dell’Università Martin Luther-Halle-Wittenberg. E’ dal 2016 che un di team archeologi italiani e tedeschi lavora nell’area di Villa Arbusto sulle tracce dei coloni greci del VIII sec. a. C. Tre campagne di scavo nel terreno attiguo al museo, durante le quali sono venute alla luce quattro mura differenti, in cui sia la tecnica costruttiva, sia i materiali impiegati, suggeriscono un arco cronologico va dall’VIII al VI sec. a. C. Case? Templi? Parti o sezioni di entrambi? Saranno gli studiosi a dirlo. Non deve stupire che in prossimità di un edificio sacro, insistesse l’abitato. Secondo le teorie più accreditate, già ventilate da Giorgio Buchner all’epoca delle sue ricerche, l’insediamento di Pithekoussai si estendeva dal Monte di Vico fino alle sue colline meridionali per arrivare fin sopra Mazzola. Piccoli nuclei, è chiaro, ma che potevano tranquillamente gravitare attorno ad un’area sacra. La distinzione è archeologicamente interessante, ma ardua. Durante l’VIII secolo, la forma delle abitazioni era molto simile alla forma dei templi. Quello che conta è che a Lacco Ameno, grazie ai tedeschi (i quali rinnovano l’antico amore per il mondo classico e l’archeologia), esiste un tessuto stratigrafico che non smette di parlare. Prezioso quanto uno scrigno di tesori che – in epoca di silenziatori, decadenza e opacità burocratiche – restano meravigliosamente eloquenti, permettendo di ricavare ulteriori informazioni sulla storia antichissima dell’isola d’Ischia, con nuovi e importanti tasselli che si aggiungono al nostro già straordinario patrimonio archeologico e culturale.

«Non abbiamo rinunciato agli scavi», spiegano Nadin Burkhardt e Stephan Faust, direttori dello scavo.«Anzi, vorremmo ritornare l’anno prossimo per ampliarne l’area, già così ricca di evidenze. In queste due settimane il nostro lavoro si è però concentrato sui reperti emersi dagli scavi delle passate campagne. Abbiamo raccolto una tale quantità di materiali ed è giunta l’ora di capire bene cosa possono dirci e quindi procedere a uno studio più approfondito e articolato dei livelli di scavo». Migliaia di oggetti, frammenti, ritrovamenti vengono separati secondo le fasi d’uso, lavati e documentati, disegnati e fotografati (con una strumentazione all’avanguardia che arriva direttamente dalla Germania) e i loro dati inseriti in un database. «Cocci diagnostici – continua la Burkhardt – ci aiutano a chiarire la datazione dei singoli strati, ma è la ceramica che ci fornisce tante informazioni sull’importazione, le vie di commercio e i consumi alimentari. Certamente, per lo studio, operiamo una rigorosa una selezione. I vasi sono già in condizione frammentata, però nel disegno le forme possono essere ricostruite ed ecco riappare ai nostri occhi l’aspetto integrale dei recipienti. Naturalmente, in questa attività, siamo aiutati da un team internazionale: una studentessa dell’Università cattolica di Eichstätt-Ingolstadt (Fabienne Karl), un esperto di scavi di Francoforte (Daniele Marincola, dalle chiare origini italiane), un dottorando dell’Università di Bochum (Eicke Granser) e una specialista di ceramica di Lacco Ameno (l’archeologa Mariangela Catuogno). La Dott.ssa Mariangela Catuogno, in particolare, è un’esperta di ceramica tardo geometrica prodotta ad Ischia, che tra l’altro ha già lavorato su recipienti trovati nei diversi siti archeologici. Scopre a prima vista se un coccio è stato fabbricato qui sul posto o se è importato; se si tratta di una forma locale o di un’imitazione di un certo contenitore proveniente da fuori.»

Durante il lavoro sui reperti, viene utilizzata la tecnologia più recente. Eicke Granser spiega che «grazie alle nuove tecniche, il disegno può essere aggiustato in qualsiasi momento e combinato con altri, senza dover cancellare, lucidare (con l’inchiostro) o incollare le tavole.» Il giovane dottorando tedesco sembra particolarmente interessato agli scarabei di Pithekoussai. «Nel 2017 abbiamo trovato uno scarabeo di pasta blu nell’area di scavo attigua al muro» ricorda Nadin Burkhardt, «amuleti protettivi indossati soprattutto dai bambini.»

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Gli scarabei a Pithekoussai sono stati trovati esclusivamente nelle tombe. Sul retro, lo scarabeo ritrae una animale a quattro zampe, una chimera ibrida, forse un drago o un serpente secondo l’esempio orientale. Eicke Granser ha scoperto, in collaborazione con lo specialista per gli scarabei Günther Hölbl, che pezzi paragonabili all’esemplare rinvenuto durante le campagne di scavo sono stati fabbricati in Egitto, a Naukratis.

Sotto la lente degli archeologi tedeschi, anche frammenti di bronzo, ferro, ma soprattutto tanti cocci. Ceramica che testimonia l’esistenza di un abitato. Pithekoussai è la dimostrazione che il mondo antico era un mondo commercialmente aperto. In cui l’oggetto di produzione locale non aveva nulla da invidiare a quello d’importazione; anzi, veniva venduto alle popolazioni indigene campane e a quelle greche sfruttando abilmente la fecondità delle dinamiche interculturali.

I primi livelli, i più antichi, indicano un volume di importazioni più significativo: è l’arrivo dei greci, che portano le ceramiche dalla madrepatria. In un secondo momento, cronologicamente poco distante (già tre decenni più tardi), la produzione locale aumenta, triplica, mentre diminuisce quella importata. Pithecusae si appresta a diventare il centro di produzione figulina dell’antichità non solo meglio conservato, ma anche il più longevo mai individuato nel Mediterraneo.

«Sono tanti gli oggetti o frammenti di particolare interesse» osserva la Burkhardt. «Ricordo, ad esempio, l’ansa di un cratere di grande dimensioni, cocci di kotylai (tazze profonde) con una forma speciale, reperti con piccoli decorazioni di uccelli molto particolari. Siamo nella fase dell’insediamento, l’inizio di tutto.»

Nell’antichità, i volatili erano collegati alla divinità, al movimento, al viaggio dell’anima. Motivi simbolici che si sviluppano in un contesto funerario e poi pian piano entrano a far parte di quello domestico e sacrale. Non deve stupire il passaggio, né la presenza di figure che richiamano l’Aldilà. Lo ricordava anche l’archeologa Catuogno in una seguitissima conferenza tenuta qualche mese fa alla Biblioteca comunale di Ischia: esiste un legame inscindibile tra il vino e la morte. Il vino serve a oltrepassare l’aldilà, a spegnere la pira sacra sulla quale si bruciava il corpo. Nel poema omerico dell’Iliade, al funerale di Patroclo, la pira viene spenta con il vino. Qualcosa che l’uomo riesce a produrre e plasmare, che offre al caro nel suo viaggio oltre la vita e che in qualche modo tenta di esorcizzare la vertigine terrificante della morte.

Gli archeologi sono contenti di essere supportati anche quest’anno dal Comune di Lacco Ameno e dal sindaco Giacomo Pasquale e dall’assessore Cecilia Prota «che hanno voluto metterci a disposizione lo spazio del Bar di Nestore per lavorare con una box fotografica trasportabile, ideale perché produce all’interno una luce chiara equilibrata e permette riprese d’alta qualità», precisa Daniele Marincola. «L’analisi dei reperti – aggiunge la Burkhardt – è stata possibile anche grazie all’autorizzazione della Soprintendente archeologia, Belle arti e paesaggio dell’Area metropolitana di Napoli, Dott.ssa Teresa Cinquantaquattro e del funzionario archeologico Dott.ssa Costanza Gialanella. Ci fa piacere poter lavorare sull’isola», continua Nadin Burkhardt. «Attualmente gli studi ad Ischia procedono molto bene: oltre agli archeologi, operano anche antropologi, geologi, specialisti nella ceramica e nei metalli sul posto, poiché dalle ossa, dal pietrame e dai recipienti d’argilla si possono trarre tante informazioni.» Gli archeologi tedeschi sperano di poter ritornare anche nei prossimi anni, tanto da aver già presentato richieste di finanziamento per esaminare l’area del parco di Villa Arbusto, studiare l’isola e la sua topografia antica: «Non possiamo e non dovremo scavare tutto – chiosa l’archeologa – ma usando la geoelettrica e la tecnica di telerilevamento LIDAR (in grado di determinare la distanza di un oggetto o di una superficie utilizzando un impulso laser), magari riusciremo a indagare ampiamente il terreno e registrare la presenza di terrazzamenti antichi o mura di altro tipo.»
Pithekoussai nasconde ancora tanti segreti nonostante una lunga storia di ricerche scientifiche. Alle domande sulle mura, le tombe e i reperti forse darà risposta Stephan Faust in un articolo, attesissimo, di prossima pubblicazione su ‘Euboica’, del Centro Jean Bérard. Persiste tuttavia la necessità di una maggiore stabilità e costanza nelle attività di ricerca e di studio. Interventi e iniziative dovrebbero diventare sistematiche, non sporadiche. Chiamare specialisti da tutto il mondo per analizzare insieme il materiale emerso negli ultimi anni. Perché un Museo sonnacchioso e inerte è condannato a morire (dopo lunga agonia). Non solo deposito polveroso, dunque, ma laboratorio vivo e vegeto, sempre più vicino alla collettività (e ai visitatori) per una trasmissione continuamente aggiornata della storia e dei valori che quel patrimonio custodisce.

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