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De Chiara non ha dubbi: «La piaga abusivismo “morde” ancora»

Il dottor Aldo De Chiara nei suoi anni da procuratore aggiunto a Napoli si è guadagnato una duratura fama di giudice anti-abusivismo. Prevedibilmente, in una terra segnata per decenni da tale fenomeno di disordinato sviluppo edilizio, la sua figura è stata spesso associata al “braccio” più duro e inflessibile della legge, che inesorabilmente colpiva le abitazioni edificate senza licenza edilizia (come abitualmente avviene dal 1967 in poi qui a Ischia) dai cittadini isolani.

Dottor De Chiara, qualche settimana fa il notaio Arturo ha dichiarato che nella intricatissima situazione riguardante l’abusivismo edilizio sulla nostra isola le responsabilità maggiori non vanno cercate a livello della politica nazionale o locale, ma vanno individuate soprattutto negli uffici delle Soprintendenze. I pareri favorevoli e necessari alle licenze edilizie, ha detto il notaio, venivano paradossalmente rilasciati solo per grossi alberghi costruiti su zone archeologiche o di grande valore naturalistico, mentre il cittadino comune si vedeva invariabilmente rifiutato ogni assenso. È d’accordo con questa visione del problema?

«È davvero difficile rispondere a questa domanda. Non possiedo elementi di fatto sufficienti ad avvalorare queste valutazioni compiute dal notaio Arturo. Per uno come me, che per 47 anni ha fatto il magistrato, sarebbe quantomeno azzardato fare delle ipotesi chiamando in causa altre istituzioni. Certo, anche al comune cittadino può sembrare perlomeno strano che per costruire una modesta abitazione di cinquanta metri quadrati venga rifiutata una concessione, che formalmente non può essere rilasciata in base alle normative vigenti, e poi invece si assiste alla costruzione di enormi strutture alberghiere. Ma, le ripeto, mi consenta di non esprimere il mio parere personale su questa dolorosa dicotomia».

In tanti decenni di esperienza giudiziaria, l’abusivismo è cambiato? Ha notato qualche differenza sostanziale in questo fenomeno rispetto al passato?

«Ritengo che, almeno in certe zone, l’abusivismo edilizio sia meno aggressivo rispetto al passato,  ma non posso dire che non si costruisca più in violazione delle leggi. La gente è ancora convinta che c’è sempre la possibilità di “scamparla”, e quei pochi destinatari degli ordini di abbattimento sono gli sfortunati che rispetto alla massa enorme di abusi costituiscono ancora una piccola percentuale. Esiste ancora un senso dell’impunità, la speranza con la quale viene dato quasi per scontato che in futuro prima o poi arrivi un altro condono edilizio a salvare la situazione. La minore “aggressività” dell’attuale abusivismo è anche effetto della legge 47/1985, in seguito alla quale non si possono più costruire, come accadeva prima, strutture ampie o grandi palazzi, tuttavia si continuano a erigere prevalentemente costruzioni mono o bifamiliari».

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Quindi, prendendo in concreto il caso ischitano, dove oggi è per fortuna quasi impossibile costruire ecomostri di ampie dimensioni, secondo Lei esiste una differenza, almeno “etica”, tra quel tipo di abusivismo e quello di chi ha costruito un’abitazione dove vivere con la propria famiglia?

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«Questo non si può negare, io stesso l’ho riconosciuto più volte. Tuttavia, anche quel padre di famiglia commette un reato, che va sanzionato. Certo, laddove non c’è il vincolo di inedificabilità assoluta, vogliamo scegliere di non demolire? Bene, però l’immobile va acquisito al patrimonio pubblico, o quantomeno bisogna cambiare la legge. Qualcosa bisogna pur fare».

Però anche gli stessi giudici non possono non avvertire il crudele paradosso costituito da quei relativamente pochi abbattimenti che colpiscono qualche famiglia. Si parte da una giustizia formale per arrivare a un’ingiustizia sostanziale.

«Esiste anche un problema di finanziamenti per le operazioni di demolizione. Spesso influisce la solerzia o l’inerzia degli amministratori locali nel procedere alla fase esecutiva, e questo genera una disparità di trattamento tra le varie zone del paese che finisce per assumere i contorni di un’ingiustizia, ne convengo».

Un altro paradosso può venire dal vincolo di inedificabilità su alcune zone, arrivato solo dopo che numerosi cittadini avevano legittimamente avanzato domanda di condono, almeno ai sensi delle leggi dell’85 e del ’94, cioè ben prima che tale provvedimento legislativo d’inedificabilità entrasse in vigore.

«Sì, in effetti negli ultimi decenni è stato creato un enorme “caos”, a voler essere eufemistici, dal punto di vista legislativo e amministrativo, ma… La prego, anche su questo vorrei evitare di avanzare valutazioni personali».

Francesco Ferrandino

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