LE OPINIONI

IL COMMENTO Cronaca di una morte annunciata (con applausi finali)

Ad Ischia non assistiamo a emergenze improvvise, ma a agonie lente e perfettamente prevedibili. È un declino programmato, tollerato, accompagnato da un silenzio assordante che si rompe solo quando è troppo tardi. Quando una serranda si abbassa. Quando una luce si spegne per sempre. La chiusura del Cinema delle Vittorie non è una tragedia improvvisa: è l’epilogo di una storia scritta da anni. Eppure oggi tutti parlano, tutti piangono, tutti si indignano. Politici, amministratori, opinionisti dell’ultima ora. Ma prima, dov’eravate? Dov’erano le strategie, gli investimenti, le idee? Dov’era la politica, quella vera, quando si poteva ancora intervenire? Ora si corre ai ripari: si invoca la cultura, si cerca un nuovo spazio da adibire a cine-teatro, si promettono soluzioni. Ma nessuno ha il coraggio di porsi la domanda più scomoda: perché si è arrivati a questo punto? Perché non si è investito in una programmazione diversa? Perché non si è pensato a una ristrutturazione? Perché non si è trasformato quel luogo in un vero polo culturale?

Un cinema, soprattutto nel cuore di un paese, non è solo intrattenimento. È presidio culturale, spazio sociale, luogo politico nel senso più alto del termine. È l’erede moderno delle antiche agorà. Quando chiude un cinema, non perde solo la cultura: perde la comunità. Eppure i nostri cinema hanno scelto di restare fermi, di non aprirsi al teatro, ai dibattiti, agli eventi, nonostante le strutture lo consentissero. È stata una scelta. E in un mondo che cambia velocemente, restare immobili non è neutralità: è responsabilità. Certo, lo Stato non aiuta. La burocrazia soffoca, i finanziamenti sono inesistenti, la visione culturale è pari a zero. Ma anche questo è un dato noto da anni. Continuare a fingere stupore significa accettare il declino come normalità. Il Cinema delle Vittorie è solo la punta dell’iceberg. I negozi chiudono uno dopo l’altro, strangolati dai costi e da un mercato online che divora tutto. Le strade si svuotano, i centri storici si spengono, l’isola perde identità. E anche qui, la politica arriva sempre dopo, a funerali celebrati. Cosa fare? Servirebbe uno Stato presente, e un’Unione Europea capace di affrontare una crisi che è comune a tutti i territori. Ma soprattutto servirebbe una classe dirigente che abbia il coraggio di prevenire, non solo di commentare. Perché mentre applaudiamo le commemorazioni tardive, un sistema ci sta lentamente togliendo tutto: i luoghi, il lavoro, la cultura. E quando perdiamo anche gli spazi del pensiero, allora sì, la partita è chiusa. E nessun cinema potrà più riaprire.

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