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Decreto sicurezza, GIACOMO PASCALE «Contro il decreto attacchi ideologici»

«Credo che l’ostilità di alcuni sindaci al decreto sicurezza sia di natura strumentale oltre che ideologica. Se tale norma spaventava o induceva alcuni timori, perché non si è proceduto a un’azione politica preventiva, in sede di conversione in legge? Non sarebbero mancate le occasioni di interlocuzione col governo, invece si è attesa la pubblicazione del provvedimento per poi stracciarsi le vesti, come spesso accade. Comunque, condivisibile o meno, questo decreto affronta un problema a mio avviso reale, cioè dare ogni disponibilità, assistenza e accoglienza a chi ne ha diritto, ma creando anche i presupposti affinché chi non è in regola lasci l’Italia. Il problema-sicurezza esiste, e non è vero che il decreto genererà insicurezza. È evidente che, come tante norme, dalla carta all’applicazione pratica potrebbe emergere la necessità di altri interventi. Fra l’altro, non comprendo perché si grida già allo scandalo, quando mancano ancora i decreti attuativi. Coloro che non si vedranno rinnovare il permesso di soggiorno, per vari motivi ostativi, chiaramente dovranno essere rimpatriati. Discorso diverso quello relativo alla quantità e alle difficoltà di applicazione, ma ciò non deve far perdere di vista il dato essenziale costituito dal fatto che questa legge affronta il problema, cosa di cui nessun governo precedente si era fatto carico. Non voglio spezzare una lancia a favore di Salvini, ma sicuramente il comportamento dei sindaci “ribelli” non è affatto collaborativo. Un’altra critica che ho ascoltato è quella secondo cui il decreto sarebbe incostituzionale: noi siamo sindaci e in quanto tali siamo chiamati a rispettare le leggi dello Stato. Se esistono profili di incostituzionalità, non spetta a noi rilevarli. Anche per questo l’approccio di quei sindaci mi sembra demagogico e ideologico nei confronti di un problema ormai grave. Il tema di fondo è uno: bisogna distinguere tra chi arriva in Italia per bisogno, e chi arriva per delinquere. Il provvedimento va in questa direzione. Chi invita all’insubordinazione, secondo me non sta facendo correttamente il suo dovere di sindaco. Egli rappresenta un’istituzione, e ha degli obblighi verso una legge dello Stato. Intanto la si deve applicare, poi tocca alla politica agire per chiederne delle modifiche, che il Parlamento potrà apportare».

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