LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Ischia, la DMO e l’arte isolana di scoprire l’acqua calda»

C’è un’isola, nel golfo di Napoli, che il buon Dio ha dotato di tutto: mare, terme, sole, vino, aperitivi, ubriacature, omertà, disagi, bullismo e depressione latente insieme ai paesaggi e perfino una certa inclinazione all’ospitalità. Poi, per non viziarla troppo, le ha sottratto la capacità di fare sistema pure per combattere le storture di una società che a volte pensa di esser venuta fuori dalla sua dimensione tribale. A Ischia è da almeno vent’anni che si discute di quel che altrove si fa senza nemmeno convocare una riunione al bar dello sport o su Facebook. L’ultima scoperta di cui si parla è quella dell’acqua calda, terme a parte: la DMO.

C’è un’isola, nel golfo di Napoli, che il buon Dio ha dotato di tutto: mare, terme, sole, vino, aperitivi, ubriacature, omertà, disagi, bullismo e depressione latente insieme ai paesaggi e perfino una certa inclinazione all’ospitalità. Poi, per non viziarla troppo, le ha sottratto la capacità di fare sistema pure per combattere le storture di una società che a volte pensa di esser venuta fuori dalla sua dimensione tribale

Che non è un vaccino sperimentale né una tassa mascherata, ma una banalissima Destination Management Organization. Tradotto per i più sospettosi: un tavolo dove pubblico e privato decidono di smetterla di farsi la guerra di campanile e iniziano a vendere il prodotto “Ischia” come un unico racconto. Altrove funziona così, da anni. Qui, invece, ogni argomento bisogna prima discuterlo per un decennio, poi fraintenderlo per un’ altra decade, e infine istituirlo con l’aria di chi ha inventato la ruota. Perché, alla fine, ci sarà sempre qualcuno che lo racconta meglio di qualche altro. Nel maggio 2023, con atto solenne, il Comune di Ischia crea la DMO – nella speranza che gli altri cinque Enti locali potessero seguire mamma chioccia. Affidata a Ischia Risorsa Mare Srl, realizza un piano strategico 2022–2025 firmato dal professor Josep Ejarque.

Il corsivo dell’isola verde, anche perché, a oggi, dopo esser scivolato dal foglio ne abbiamo perso le tracce. Magari se è andato via avrà avuto i suoi buoni motivi, tra i quali rientra una buona parte della politica. Oggi c’è un portale in cinque lingue che, almeno sulla carta, canta cose belle: Visit Ischia Official, racconta l’isola come “benessere mediterraneo”. Poi ci sono reti di imprese, sigle DOC, progetti di destagionalizzazione, congressi, wellness, e altre parole che fanno molto Bruxelles. Sulla carta, appunto. Tutto giusto. Tutto sensato. Tutto perfino elementare. E qui arriva il bello. Perché a Ischia, “isola”, le cose elementari diventano rivoluzioni copernicane. L’idea che sei comuni debbano coordinarsi tra loro non è una necessità logica: è un trauma culturale. Il turista — che non distingue tra Forio, Ischia Porto o Lacco Ameno — viene ancora considerato come un esperto di geografia amministrativa o studioso di fenomeni di geopolitica degli interessi locali. Come se atterrasse con la voglia di capire quale assessore abbia la delega al tramonto. Nel resto d’Italia una strategia unitaria è la normalità. Sull’isola è oggetto di convegni, tavole rotonde a forma di quadro della speranza, post indignati e sussurri sospettosi. A noi servono dieci anni di decantazione per capire che il concorrente non è il comune accanto, ma le Baleari, la Grecia, la Croazia. Tra poco pure i paesi dell’Africa settentrionale.

L’idea che sei comuni debbano coordinarsi tra loro non è una necessità logica: è un trauma culturale. Il turista — che non distingue tra Forio, Ischia Porto o Lacco Ameno — viene ancora considerato come un esperto di geografia amministrativa o studioso di fenomeni di geopolitica degli interessi locali

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E quando finalmente lo si comprende, si riparte da capo perché nel frattempo è cambiata la Legge Regionale – viva Dio!- la quale “impone”, quasi, che a fare una DMO non basta un solo Comune ma servono tutti e sei. Questo è il cortocircuito isolano: da un lato si fatica a capire che la DMO – come l’idea di mettere insieme le sei amministrazioni — non è un vezzo ma una condizione di sopravvivenza; dall’altro si continua a ragionare in termini di orticelli con piantagioni di cavoli e patate, ignorando vantaggi e un’analisi degli svantaggi come se fossero opinioni e non fatti economici. Nel frattempo sul tavolo ci sarebbero questioni che altrove farebbero tremare le sedie e chi ci è seduto sopra: un Patto per lo Sviluppo da 650 milioni fermo per qualche vezzo – e in questo la politica come l’opinione pubblica sono assenti ingiustificate -, le opportunità della Zona Economica Speciale della Campania che continua sbloccare fondi oltre i 2,6 miliardi di euro liberati nella zona di Napoli, e una programmazione integrata capace di allungare la stagione e stabilizzare il lavoro, l’economia e le imprese. Ma no, meglio discutere per mesi sul logo, sul colore della brochure o su chi debba sedersi in prima fila e fare le interviste dopo esser stati oggetto di trucco e parrucco. La verità è meno elegante di un piano marketing: invece di parlare ancora di DMO, dovremmo semplicemente farla e farla funzionare. Subito. Senza ansie da primogenitura, senza paure da perdita di visibilità, senza la sindrome del campanile crollato. Ogni mese perso è un vantaggio regalato a qualcun altro. E qui il discorso si fa scomodo. Perché non è solo colpa della politica. È facile prendersela con “loro”, alcuni dei quali sono alieni in casa propria.

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Nel resto d’Italia una strategia unitaria è la normalità. Sull’isola è oggetto di convegni, tavole rotonde a forma di quadro della speranza, post indignati e sussurri sospettosi. A noi servono dieci anni di decantazione per capire che il concorrente non è il comune accanto, ma le Baleari, la Grecia, la Croazia. Tra poco pure i paesi dell’Africa settentrionale. E quando finalmente lo si comprende, si riparte da capo perché nel frattempo è cambiata la Legge Regionale – viva Dio!- la quale “impone”, quasi, che a fare una DMO non basta un solo Comune ma servono tutti e sei

C’è anche un’opinione pubblica che si appassiona alle polemiche minute e sbadiglia davanti alle opportunità e alle strategie di lungo periodo. Che condivide indignazioni ma non pretende visione. Che si lamenta della stagione corta e poi ignora i progetti -milionari – per allungarla e scrolla su chi apre discussioni e lancia proposte. Se certi temi escono dal dibattito, o nemmeno ci entrano, è anche perché non fanno rumore. E se non fanno rumore, è perché non interessano abbastanza. La DMO non è una bacchetta magica. È una banalità organizzativa come lo sarebbero i 650 milioni del Patto per lo Sviluppo. Ma a Ischia le banalità organizzative diventano l’Odissea con un finale a sorpresa: Ulisse non torna a casa ma si crogiola e fluttua in mezzo al mare. E mentre ci esercitiamo nell’arte raffinata del rinvio, il mondo corre. L’isola che neppure nuota, galleggia. Ischia non ha bisogno di essere riscoperta. Pure certi racconti che parlano di identità e tradizioni, dovrebbero smetterla di insediarci nella mente che siamo un bel popolo ospitale perché non lo siamo nemmeno con noi stessi, meno ancora con chi chiede – alle amministrazioni, in ogni modo possibile– di cambiare passo e darsi una mossa. L’isola ha bisogno di smettere di raccontarsi in sei lingue diverse quando il mercato ne parla una sola. E, soprattutto, ha bisogno che qualcuno — magari anche chi legge — dimostri di essere stanco davvero di questa lentezza cronica. Perché l’indifferenza, più della frammentazione, è il vero lusso che dovremmo smettere di concederci.

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Un commento

  1. VOGLIO FARE I MIEI COMPLIMENTI PER QUESTA PENNA NOTEVOLE, CHE ESPONE CON FORZA E PRECISIONE
    OGNI CONTRADDIZIONE TIPICA D’UN TERRITORIO COSI’ IMPEGNATIVO E COINVOLGENTE.
    SONO STATA A PIU’ RIPRESE SULL’ISOLA, CONTO ANCORA DI TORNARCI, SE LA SALUTE M’ASSISTE, E
    MI RIPROPONGO DI CONOSCERE DA VICINO QUESTI COMMENTATORI ILLUSTRI DI CUI DISPONETE SENZA RISPARMIO!

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