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Don Gaetano Pugliese e 40 anni di sacerdozio: «Quando tante cose crollano, rifiorisce l’amore»

40 anni di sacerdozio, 40 anni di vita dedicati alla Chiesa. Don Gaetano Pugliese ha nelle scorse settimane tagliato l’importante traguardo, festeggiato assieme ai propri parrocchiani di Casamicciola. Anni spesi sempre al servizio di Dio, dei parrocchiani e di un ruolo carico di impegno e dedizione. 40 anni compiuti con eleganza e stile, con una dialettica sempre attenta alle esigenze dei fedeli, del cambiamenti del territorio.

Qurant’anni di sacerdozio sono tanti. Quali sono le motivazioni che nel gennaio del 1979 l’hanno spinta a intraprendere questo importante percorso di vita? Quali profumi, sensazioni, suoni e ricordi porta con sé di quell’importante giorno?

«Sì, 40 anni sono proprio tanti… e mi sembra strano che siano i miei! Le motivazioni? Quelle le ho precise in mente, perché le ho potuto maturare in un percorso di vari anni. Ero entrato in seminario in prima media deciso a diventare prete, cresciuto nel contesto religioso di allora con bei testimoni. Negli anni del liceo – e siamo appena dopo il Concilio – quel contesto si trasforma e le domande crescono. Avrei potuto vivere gli ideali del vangelo, donare la vita per gli altri in altro modo, anche sposandomi. Respiravo l’effervescenza del movimento giovanile di fine anni sessanta e mi sentivo in ricerca. Ero attratto dal vissuto di tanti cristiani impegnati, per questo, iniziando la teologia a Napoli, accolsi l’invito di alcuni amici seminaristi a misurarci insieme sul vangelo. Nel dicembre ’71 partecipai con loro ad un incontro internazionale di seminaristi presso Roma. L’impatto fu impressionante, una esperienza di Dio che toccava dentro e illuminava ogni cosa, preghiera e studio, gioco e lavoro, economia e rapporti. Con un’idea precisa: Dio è amore, per me e per tutti. E’ Lui che va scelto, non altro, nemmeno il sacerdozio! Cambiava la prospettiva. Ma ci ho messo anni per fare mio tale orientamento. Così a 26 anni scelsi di essere ordinato diacono e, l’anno dopo, sacerdote. Sceglievo Gesù, chiamato da Lui».

 

Dopo tanti anni di cammino ha qualche rimpianto? Se non avesse fatto il sacerdote,  in quale mestiere si vedrebbe impegnato oggi?

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«Ma Gesù promette il centuplo a chi lascia tutto per lui…La visione nuova del sacerdozio e della vita cristiana che da quel primo congresso avevo ricevuto nasceva dal paradigma del carisma di Chiara Lubich, dono dello Spirito per i nostri tempi: l’unità, che è la pienezza della vita fraterna. La testimonianza di preti che vivevano insieme e che, studiando a Napoli, potevo frequentare, mi entusiasmava e già da seminaristi esploravamo la nuova via evangelica dell’unità e della comunione dei beni spirituali e materiali. Sarebbe stato così il mio sacerdozio, non da solo, in solitudine, o legato alla famiglia di origine, ma in comunità e in piena libertà e disponibilità al vescovo. D’altronde Gesù “li mandò a due a due”! Pur di realizzare la vita in comune ho  traslocato sette volte in questi anni, per cui non c’è stato tempo per rimpianti o per pensare altro…».

Ci parli del suo rapporto con Gesù, è sempre stato amichevole?

«Il rapporto con Gesù è di ogni giorno, è Lui il senso ed il motivo di tutto, o, meglio, vorrei che lo fosse. Con il dono che mi conquistò 48 anni fa, di saperLo e di cercare sempre di riconoscerLo vivo e presente fra noi per l’amore reciproco. Quel dono mi permette di cercarLo e di vederLo anche nei momenti no, quando sono stanco, o tentato, quando si fanno sensibili certe piaghe della chiesa, quando i risultati pensati non arrivano, quando c’è il buio dei perché… Anche lì Lui è presente e mi fa partecipe del Suo amore più grande, quando, sfinito sulla croce, ha gridato anche Lui “perché…?”. Sono chiamato come Lui ad amare sempre e tutti, nonostante tutto».

Come è cambiata nell’arco di questi quarant’anni la chiesa ischitana? Come si è evoluto, secondo lei, il rapporto dei fedeli ischitani con i sacerdoti e il mondo ecclesiastico?

«Certo, è cambiata la nostra chiesa in questi anni, ma ancora non tanto. In un contesto sociale che cambia in fretta, tanti, per difendere i propri valori cristiani, si attaccano alle forme culturali in cui li hanno ereditati e possono perdere il treno della storia. Nella nostra isola sono nati e si stanno sviluppando nuovi cammini di fede che hanno portato e donano il proprio contributo alla nostra comunità ecclesiale. Preti e laici, con la nuova presenza dei diaconi sposati – ancora da ben valorizzare – hanno iniziato a rapportarsi in modo nuovo, nel segno della corresponsabilità che dal Concilio in poi è stata auspicata. Prima del rapporto parroco–fedele-cristiano, c’è il rapporto fra fratelli. Dico solo i dati reali di tale cambiamento: sono da anni diversi i laici, uomini e donne, che sono responsabili di uffici della curia diocesana (impensabile 40 anni fa!), ogni parrocchia oggi si organizza con gli organismi di comunione, in cui i laici sono non solo collaboratori, ma corresponsabili di tutti gli aspetti della vita della comunità. Tutti siamo impegnati a vivere e a testimoniare che il vangelo è bello oltre che buono, che cambia la mia vita personale e quella sociale. La doppia faccia non ha più alloggio».

Crede che in questi tempi difficili sia in atto un allontanamento dalla Chiesa e dai suoi valori?

«E’ sotto gli occhi di tutti. Anche per questo lo Spirito Santo ha inventato nuovi cammini, nuove comunità ecclesiali che comprendono i laici di ogni estrazione. Seguendo Lui la chiesa può e deve rispondere alle nuove e difficili sfide. Diversamente non siamo credibili né guardabili».

 Il rapporto con i suoi parrocchiani? E’ sempre stato buono, pacifico e idilliaco?

«Ma sì. Anche quando ero molto giovane e non era facile per tanti o pochi distinguere fede e cultura, vangelo e tradizioni, l’amore fraterno ha sempre vinto. Per il cristiano, prima delle forme esteriori viene la fraternità».

Ci racconta la sua esperienza più bella che ha vissuto da sacerdote? e quella più brutta

«L’esperienza più bella? E’ una parola! Tante. Prima di tutto è l’esperienza che ogni anno in un crescendo mi avvolge nell’Opera di Maria ( ndr il movimento dei focolari): Dio-Amore è immenso, così il Suo Disegno sulla chiesa e sull’umanità; (ed io balbetto).  Il momento più bello: l’ordinazione sacerdotale di Carlo Candido e Pasquale Trani, con la partecipazione di più di 2.200 persone. La gioia è stata grande nel partecipare a degli inizi impensati, come è stato per l’ecumenismo, per la scuola di politica per i giovani. Ma il racconto sarebbe lungo…  La più brutta, il trauma ecclesiale del cambio di parrocchia a Casamicciola sette anni fa, a causa del diritto di patronato. Molti laici soffrirono tantissimo».

Quali sforzi richiede oggi essere sacerdote?

«Gesù, andando alla passione, ha chiesto a Dio, il Padre Suo: “che tutti siano uno, perché il mondo creda”. E’ il sogno dell’Uomo-Dio, l’analisi sociale è già fatta, non c’è altra meta e speranza per l’umanità. Il contributo di tutti, preti e laici, la lotta di ogni giorno nello sfascio generale, è generare rapporti veri, costruire cellule vive di umanità nella condivisione e nella comunione spirituale, economica, culturale».

Casamicciola ha dovuto affrontare una prova davvero difficile con il terremoto del 2017, quale consiglio dà ai fedeli per affrontare un dramma così spaventoso? E lei? come ha vissuto il terremoto?

«Quella sera ero in parrocchia a colloquio con una persona. La botta era grossa , ma non c’erano danni visibili. Subito telefonai a d. Raffaele, con cui abitavo alla Sentinella, e corsi a casa, essendo egli cardiopatico e anziano e preparammo la notte all’esterno, nel giardino, sotto i rumori degli elicotteri e dei mezzi di soccorso. Ci informavamo con i vicini. L’indomani salii per le pietre cadute di via Ottiringolo e raggiunsi piazza Maio per rendermi conto e condividere.  Ho ripetuto più volte quanto il card. Gualtiero Bassetti, nella sua visita, disse all’omelia, rifacendosi alla sua infanzia nella grande guerra: ciò che ci ha fatto andare avanti è stato condividere quel poco che avevamo. Fare i furbi, pensare solo a se stessi, non porta avanti, a tutti i livelli; per la ricostruzione  occorre pensare all’oggi partendo dal futuro. Quando tante cose crollano, rifiorisce una sapienza in noi che ci fa ripartire dall’essenziale, che è l’amore, l’amore vero che unisce».

Antonello De Rosa

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