IL COMMENTO Il dovere della memoria, per non smarrire l’umano

L’avvicinarsi del Giorno della Memoria non è mai un semplice rito del calendario. È, o dovrebbe essere, un momento di arresto morale: fermarsi, guardare indietro, e interrogarsi su ciò che la follia cieca di un uomo e di un’ideologia riuscì a mettere in atto. Un disegno scientifico di distruzione del popolo ebraico, preparato e realizzato attraverso l’odio, la propaganda e leggi razziali che, è bene ricordarlo, furono in vigore anche in Italia. Non fu un orrore lontano, confinato altrove. Fu una tragedia europea e italiana. Migliaia di uomini, donne e bambini vennero deportati, strappati alle loro case, ai loro affetti, alla loro dignità. Moltissimi non fecero ritorno dai campi di concentramento, luoghi pensati non solo per imprigionare, ma per annientare l’essere umano. La Shoah non colpì soltanto gli ebrei. Il sistema nazista perseguitò e deportò anche i nomadi, le persone con disabilità, gli oppositori politici, gli omosessuali, tutti coloro che non rientravano nel modello disumano della “razza pura”. Una persecuzione che ci ricorda quanto fragile possa diventare la civiltà quando l’odio viene normalizzato e la diversità trasformata in colpa.
Anche Ischia, l’isola che oggi associamo alla bellezza e all’accoglienza, è attraversata da questa storia. Negli anni trenta proprio per sfuggire ai nazisti, alcune famiglie ebree acquistarono a Casamicciola importanti alber-ghi: il Royal, Bellavista, Suisse, Miramonti e Mare. Si trattava delle famiglie Huber e Hauser, che dalla Svizzera scelsero l’isola per i loro investimenti. Proprio gli Huber acquistarono l’Hotel Royal ed in onore alla madrepatria lo ribattezzarono “Suisse”. La vicenda non sfuggi’ al prefetto Marziale che chiese informazioni sulla suddita svizzera il 5 aprile 1939 Louise Huber residente presso l’hotel Suisse. Il commissario Fucci lo riuscì a tranquillizzare, allontanando dagli Hauser ogni sospetto e riusciranno poi a gestire le loro attività senza problemi fino agli anni sessanta. Altre informative furono richieste per vari ospiti dell’isola come Elfride Oberauser, Hans Bohm di Got-thold, Haus Schofers, Gltzfelder, Staempfli, Muller, Boker, Brechbuhl e Locher. Nel mirino fini’ senza conseguenze anche la famiglia Pasche, proprietaria dell’Hotel Miramonte e mare. Bisogna specificare che la Pasche, gli Hauser, le sorelle Brechbuhl e gli Huber ottennero cittadinanza italiana e la residenza anagrafica a Casamicciola e questo, probabilmente, allontanò da essi ogni repressione.
Diverso è il tragico destino di Edgar Kupfer-Koberwitz, ebreo, che soggiorna a Ischia deportato nel campo di Dachau, che soggiornò sull’isola tra il 1939 e il 1940. La sua testimonianza, raccolta nel libro, Diari di Dachau, “Appunti del prigioniero 24814”, è una delle voci più lucide e strazianti della deportazione: parole scritte per resistere, per non soccombere all’oblio, per restare uomo anche quando tutto intorno era stato disumanizzato. Da non dimenticare la figura di Enrico Monti, magistrato di Cassazione che fu deportato in Germania in seguito ai rastrellamenti a Napoli dopo l’armistizio dell’8 settembre del 43, dove il colonnello Schöll per ordine del Fuhrer, deporto’ in Germania, ragazzi, donne e bambini di Napoli in una follia omicida, in cui furono stipati in dei camion verso il campo di concentramento di Caserta e successivamente trasferiti nei campi di lavoro in Germania. Nel suo libro “Kappusta” edito dalla Longanesi nel 1975 e nel 2004 dalla Valentino Editore, l’autore narra la propria esperienza nei campi di prigionia. Ma Ischia fu anche rifugio. Molti artisti e intellettuali, tra cui pittori tedeschi perseguitati dal regime nazista perché omosessuali o “non allineati”, trovarono sull’isola un clima culturale più aperto, capace di accogliere e proteggere. Nomi come Hans Purmann, Werner Gilles, Eduard Bargheer raccontano una Ischia diversa, solidale, viva, dove l’arte diventava spazio di libertà. Fu Purmann, a riconoscere e valorizzare il talento di Luigi De Angelis, il famoso “ barbiere d’Ischia”, un pittore naïf dimostrando come dall’incontro tra culture possa nascere bellezza, anche nei tempi più bui.
Ricordare, oggi, non significa soltanto commemorare le vittime. Significa assumersi una responsabilità. La memoria non è nostalgia del passato, ma vigilanza sul presente. È l’antidoto contro l’indifferenza, contro il linguaggio dell’odio, contro ogni tentativo di negare o minimizzare. Il Giorno della Memoria ci chiede di non dimenticare mai dove può condurre la perdita dell’umano. E ci ricorda che anche nei luoghi piccoli, come un’isola, la storia passa, lascia segni, e affida a ciascuno di noi il compito di custodirli. Perché senza memoria non c’è coscienza. E senza coscienza, la storia rischia di ripetersi.





