«Ecco perché è fallito il modello low cost»
Maurizio Orlacchio, general manager del Borgo Sant’Andrea ad Amalfi, fa le carte alla nuova stagione turistica e traccia anche un ritratto dello stato di salute dell’isola e della sua economia vacanziera. Poi si sofferma sulla crisi (forse) irreversibile che attraversano aziende che hanno puntato su tariffe ultra scontate

Maurizio Orlacchio, che cosa deve aspettarsi l’isola dalla nuova stagione turistica?
«Nei giorni scorsi abbiamo tenuto la nostra consueta riunione settimanale per analizzare l’andamento della domanda turistica. Il dato più interessante riguarda il mercato internazionale e, in particolare, quello americano che ormai, per molte strutture dell’isola, rappresenta il principale bacino di riferimento. In questo momento il contesto geopolitico internazionale sta inevitabilmente influenzando i comportamenti dei viaggiatori. La tendenza che stiamo osservando è quella di una continua riduzione della cosiddetta “finestra di prenotazione”, cioè del tempo che intercorre tra la prenotazione e l’arrivo effettivo del turista. Le persone aspettano di capire come evolveranno situazioni che cambiano di giorno in giorno: il costo dei carburanti, i voli cancellati, le incertezze legate agli spostamenti internazionali. Questo fenomeno riguarda soprattutto il mercato americano, che oggi può contare su sei collegamenti diretti con l’aeroporto di Capodichino. Negli ultimi tempi si sono registrate alcune cancellazioni di voli, ma al momento non si è arrivati a un livello tale da provocare un aumento significativo delle cancellazioni dei soggiorni. I numeri restano all’interno di una fisiologica normalità. Però…».
Però?
«Dal punto di vista delle previsioni, ritengo che ci sarà una forte componente di prenotazioni “sotto data”, soprattutto da parte della clientela internazionale che continua comunque a considerare l’Italia una destinazione prioritaria. È una sensazione condivisa anche dagli operatori turistici e dagli agenti di viaggio che abbiamo accolto sull’isola nelle ultime settimane per visite e sopralluoghi. Secondo loro, così come secondo noi, la domanda crescerà progressivamente nel corso della stagione, con una seconda parte dell’estate particolarmente interessante e dinamica. Questa, in sintesi, è l’analisi emersa dal nostro confronto».
Secondo lei, in che cosa l’isola ha fatto un salto di qualità negli ultimi anni e in che cosa, invece, deve ancora migliorare?
«Ischia negli ultimi anni è stata in qualche modo una vera scoperta. Guardando all’intero arcipelago turistico del nostro territorio – quindi Costiera Amalfitana, Capri e le altre grandi destinazioni del Sud – l’isola si sta ritagliando uno spazio molto preciso: quello di meta autentica per chi cerca una vera esperienza italiana. Ischia ha conservato una forte identità e un senso di autenticità che oggi rappresentano un valore enorme. Una delle grandi tendenze del turismo contemporaneo è infatti quella del turismo esperienziale, e l’isola riesce a interpretarla in modo molto naturale e originale. A questo si è aggiunto il lavoro svolto da numerose strutture ricettive che hanno saputo rinnovarsi, adeguando l’offerta ai nuovi standard internazionali, sia dal punto di vista delle camere che dei servizi. Già prima di lasciare l’isola avevo iniziato questo percorso insieme alla famiglia De Siano, ma il vero “game changer” è stato sicuramente l’investimento del gruppo Pellicano, che ha dato a Ischia una visibilità internazionale straordinaria. Accanto a questo investimento, però, ci sono state anche tante altre realtà – non solo hotel a cinque stelle – che hanno compreso il momento storico e hanno deciso di evolversi. Così si è creato un nuovo ecosistema turistico che non riguarda più soltanto l’albergo o la camera, ma coinvolge beach club, ristorazione di qualità, boutique di lusso e servizi sempre più curati. Tutto questo ha consentito a Ischia di conquistare una posizione di rilievo accanto alle destinazioni più rinomate del Mediterraneo».
Che cosa invece manca ancora all’appello?
«Credo che serva una maggiore sinergia tra pubblico e privato per compiere il definitivo salto di qualità. Mi auguro che strumenti come la DMO possano colmare questa distanza e creare una strategia condivisa. Oggi, infatti, quando si parla di Ischia non c’è più bisogno di spiegare dove si trovi o che sia “vicino a Napoli”: l’isola ha finalmente conquistato una propria identità riconoscibile. Sono convinto che ci siano ancora ampi margini di crescita, anche grazie alle nuove aperture di cui si parla da tempo. Nuovi investimenti e nuove strutture non potranno che generare benefici per tutto l’indotto turistico isolano».
Ci sono sempre più strutture in difficoltà sull’isola, spesso legate a un modello low cost. È il fallimento di un sistema? E perché?
«Sì, credo che sia il fallimento di un modello che nel tempo non ha saputo evolversi insieme al mercato. Per comprenderlo bisogna guardare a ciò che è accaduto dagli anni Ottanta a oggi. Per molti anni Ischia ha vissuto una situazione privilegiata: non c’era neppure bisogno di sviluppare una vera strategia commerciale, perché il mercato tedesco riempiva gli alberghi già nei primi mesi dell’anno grazie alle convenzioni legate al turismo termale. Quando quel sistema è venuto meno, invece di ripensare profondamente il prodotto turistico e il modello commerciale, molte strutture hanno scelto la strada più semplice: mantenere lo stesso prodotto abbassando progressivamente i prezzi. Parallelamente, alcune realtà hanno puntato su un modello basato sull’accumulo di camere e sull’aumento dei volumi, sostenibile soltanto attraverso tariffe estremamente aggressive. Il problema è che nel frattempo il mondo è cambiato. Con l’avvento di internet e poi dei social network, i clienti hanno iniziato a confrontare facilmente Ischia con altre destinazioni che negli anni si sono evolute molto rapidamente, come il Nord Africa o la Spagna, che un tempo rappresentavano mercati di nicchia e oggi sono competitor strutturati e competitivi. In questo scenario il modello low cost non è più sostenibile. Faccio sempre un esempio molto semplice: un cameriere che lavora qui ad Amalfi ha lo stesso contratto di un cameriere impiegato in una struttura che basa il proprio business sul low cost. Però, considerando che circa il 75% dei ricavi di un albergo deriva dalla vendita delle camere, se non si migliora il prodotto e non si riesce ad aumentare il valore della camera, il sistema economico non regge più. Alla lunga diventa una corsa continua per rincorrere i costi e chiedere sostegno alle banche. Senza un riposizionamento qualitativo dell’offerta, quel modello è inevitabilmente destinato a entrare in crisi».







