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CRONACA

«Entrare nella grotta delle Formiche fu una scelta sciagurata»

È uno dei passaggi contenuti nelle motivazioni della sentenza del processo sulla tragedia che costò la vita al sub Antonio Emanato e alla piccola Lara Scamardella nell’estate di quattro anni sui fondali tra Ischia e Procida

Lo scorso marzo era arrivato il verdetto nel processo relativo alla tragica vicenda della “secca delle Formiche”. Come alcuni ricorderanno, nell’agosto del 2017 il 44enne Antonio Emanato, esperto sub, e la giovanissima Lara Scamardella, 13 anni, morirono durante un’immersione in una grotta di quella nota località sottomarina situata tra Ischia e Procida. Al termine delle indagini, furono rinviati a giudizio Edoardo Ruspantini, Ornella Girosi e Francesco De Luca per omicidio colposo, in qualità di istruttori subacquei e responsabili di quella sfortunata escursione subacquea. A dispetto della richiesta del pubblico ministero, che aveva chiesto la condanna per i primi due e un’assoluzione, il Tribunale aveva condannato il solo Ruspantini, titolare di un’azienda di diving, a due anni e sei mesi di reclusione, mentre la Girosi e De Luca erano stati assolti “per non aver commesso il fatto”. A distanza di alcuni mesi, sono state depositate le motivazioni della sentenza.Cerchiamo dunque di sintetizzarele argomentazioni e il percorso logico seguito dal giudice per arrivare al verdetto, che ha riconosciuto il raggiungimento della prova della colpevolezza solo per il Ruspantini, in ordine all’omicidio colposo della sola Lara Scamardella, e non di Emanato.

LA TRAGEDIA

Dopo aver sinteticamente descritto cosa accadde quella tragica mattina del 13 agosto di quattro anni fa, dal momento dell’allarme fino al rinvenimento dei corpi all’interno della cavità sommersa, il giudice specifica che “su cosa accadde verosimilmente in quella grotta e come si giunse purtroppo all’evento mortale vi è stata ampia istruttoria in dibattimento anche sulla base della visione delle immagini estrapolate dalla video camera go pro che era in uso all’Emanato nel corso di tutta l’escursione, immagini che sono state esaminate dai consulenti delle parti. La istruttoria e la discussione si sono svolte però soprattutto sulla organizzazione della immersione e sui ruoli rivestiti in tale ambito dagli imputati e dalle persone offese”. Il primo soccorritore, il sub Ardizio,si immerse e riscontrò appunto presso tale cavità la presenza di una notevole sospensione tale da rendere estremamente difficile la visibilità. Egli precisò che il sollevamento di una sospensione in genere dipende dal movimento dei sub. Nell’occasione egli si addentrò all’interno munito di filo di Arianna (cosa che non fece Emanato) e dopo circa 5 minuti a circa venti metri dall’entrata procedendo a tentoni sul fondo rinvenne il corpo di Antonio Emanato, senza bombole. Intravide anche il corpo di Lara Scamardella che giaceva verso l’interno della grotta ma date le condizioni di visibilità estremamente scarse riemerse, e a questo punto intervennero gli speleo sub che erano sopraggiunti, e che dopo avere messo in sicurezza il corpo riuscirono a riportarlo in superficie la mattina seguente. Causa esclusiva dei decessi come emerso dall’esame autoptico fu una asfissia per annegamento accidentale e non una embolia gassosa.

I RUOLI E GLI ACCORDI

Subito dopo l’attenzione del Tribunale si è concentrata proprio sui ruoli e sulle convenzioni stipulate tra le parti in causa. Dapprima il giudice sottolinea che, a dispetto di quanto prospettato dall’accusa, Antonio Emanato era effettivamente ancora in possesso della qualifica di istruttore attivo per il 2017 abilitato all’insegnamento, e il suo centro “Sea world” era a tutti gli effetti un dive center (cioè un centro autorizzato per immersioni). Di conseguenze cade anche l’affermazione dell’accusa secondo cui la giovane Lara non potesse essere sua cliente. In più, per l’attività subacquea manca una normativa nazionale, quindi l’eventualità che Emanato non fosse abilitato a organizzare corsi dalla Federazione Italiana Pesca Sportiva e Attività Subacquee organo del Coni e cheLara Scamardella non vi fosse iscritta non è di per sé significativa. Ciò che conta, secondo il Tribunale, è il dato di fatto che Antonio Scamardella padre della vittima avesse affidato la figlia ad Emanato per l’addestramento subacqueo sulla base di un rapporto di fiducia che nasceva da una lunga pregressa amicizia personale e dalla indiscussa notevole esperienza dell’Emanato nel settore delle immersioni.

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Quella mattina Antonio Emanato e Lara Scamardella si spostarono dal centro Sea world, di proprietà del primo, al vicino centro DivingSubaia gestito da Edoardo Ruspantini. Le attrezzature indossate dalla ragazza erano di proprietà di Emanato. In altri termini, Lara Scamardella era cliente di Emanato a tutti gli effetti per quanto riguarda l’attività di addestramento subacqueo tramite immersione, vale a dire di insegnamento, anche se la didattica svolta non poteva essere utilizzata per il conseguimento di un brevetto nel momento in cui la ragazza non risultava iscritta a nessun corso ufficiale.

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CHI DOVEVA PROTEGGERE LA RAGAZZA?

La questione realmente controversa, sulla quale si concentra il magistrato, è un’altra: Lara in occasione dell’escursione del 13 agosto era cliente dell’Emanato o della società di Diving denominata Sealand Adventure srlSubaia? La sua immersione da chi era stata organizzata e guidata? Si tratta di questione fondamentale per l’individuazione del responsabile della sua morte. In proposito l’accusa formulata dal Pubblico Ministero è quella di omicidio colposo plurimo sul presupposto che anche l’Emanato nell’occasione fosse un cliente del DivingSubaia. Conclusione a cui si arriverebbe sulla base della comunicazione tramite Pec alle Capitanerie di porto con l’elenco dei partecipanti (foglio barca) all’escursione, tra cui Emanato era indicato come istruttore e Lara “in addestramento”.

Sul punto i difensori avevano invece ribattuto che l’escursione dell’Emanato con la piccola Lara era una escursione autonoma e distinta da quella organizzata dal DivingSubaia pur se entrambi indicati nel cosiddetto foglio barca in quanto usufruivano di un mero passaggio-barca per recarsi presso il luogo dell’immersione.

In sostanza, come emerso dalle deposizioni testimoniali, si trattava di due escursioni autonome, pur se ospitate sulla stessa imbarcazione. È infatti prassi abituale tra i vari Diving della zona offrire servizio di trasporto e supporto logistico sulla stessa imbarcazione (passaggio barca), anche per evitare di uscire con due gommoni diversi ma quasi vuoti.

Tuttavia dal modulo che il DivingSubaia fece firmare a Lara e a suo padre si evince che nel caso specifico non si trattava soltanto di un passaggio-barca, ma anche di un “accompagnamento” nelle immersioni: sul punto il giudice riconosce la correttezza dell’impostazione della Procura, che evidenziava come tale servizio di accompagnamento fosse oggetto specifico dell’obbligazione del divingSubaia.

Dunque, Lara era cliente del Subaia, ma Emanato non lo era. Nella sentenza viene infatti spiegato che il contratto tra Emanato e il Subaia era simulato, in quanto l’esperto sub non aveva alcuna intenzione di partecipare alla immersione degli altri subacquei organizzata dal Ruspantini e di utilizzare il suo servizio di accompagnamento, ma solo di utilizzare il passaggio-barca. Ciò è dimostrato dalla circostanza che anche una volta arrivati sulla Secca delle Formiche né lui né Lara presero parte all’ulteriore riunione di pianificazione della immersione tenuta dagli altri sommozzatori come si evince non solo dalle dichiarazioni testimoniali assunte in dibattimento ma anche dal filmato video dove si vede l’Emanato immergersi con la sua allieva prima degli altri e dopo aver detto loro “Ci vediamo giù”. Anche il percorso seguito dai due in acqua fu diverso da quello degli altri partecipanti. Si tratta dunque secondo il Tribunale di un comportamento concludente ed univoco nel senso che Emanato fin dall’inizio intese costituire un gruppo a sé ed effettuare una immersione in autonomia con la propria allieva senza utilizzare il servizio di accompagnamento che formalmente era stato pattuito. Effettivamente Emanato aveva necessità solo di un passaggio barca vale a dire di un servizio di trasporto nonché di una copertura giuridica per l’immersione in una area protetta (Regno di Nettuno, per la quale egli non aveva autorizzazione)con la propria allieva mentre l’attrezzatura e soprattutto la capacità professionale non gli mancavano. A questo punto però il Ruspantini doveva a sua volta garantirsi contro eventuali controlli della Guardia Costiera perché l’imbarcazione da diporto di cui aveva la disponibilità non poteva essere utilizzata per fini commerciali ulteriori rispetto a quelli di organizzazione di immersioni nella specie per il trasporto di persone senza che fossero rispettate le norme di cui alla legge 616/1962 che detta la relativa disciplina. Secondo il giudice, dunque, serviva anche a lui garantirsi una copertura e questa copertura era costituita dal servizio di immersioni nell’area protetta per il quale aveva già una specifica autorizzazione. Di qui la necessità di far figurare come proprio cliente non solo la Scamardella ma anche l’Emanato.

LARA AFFIDATA AD EMANATO, MA ANCHE A RUSPANTINI

Tuttavia, si ribadisce, tale conclusione vale solo per Emanato, perché Lara era stata affidata dal padre non solo a Emanato, ma anche al DivingSubaia, in quanto il genitore non poteva sapere nulla dell’accordo simulato tra Ruspantini ed Emanato. Entrambi avevano un’obbligazione “autonoma” di garantire l’incolumità della ragazza, pur con un diverso oggetto, in quantoEmanato aveva il compito di istruzione e anche di accompagnamento della Scamardella, mentre per quanto riguarda il Ruspantini tale obbligazione si traduceva nell’impegno di assicurare un servizio di accompagnamento in favore della minore durante l’immersione perché questo era il contenuto testuale dell’accordo sottoscritto dal padre della ragazza. Non solo: citando la disciplina civilistica e la giurisprudenza, il Tribunale afferma che insieme con l’obbligo di accompagnamento il DivingSubaia in virtù della integrazione del contratto secondo buona fede ex art 1375 cc aveva nei confronti della sua cliente anche un obbligo informativo e preparatorio finalizzato alla migliore esecuzione della prestazione, un obbligo che poteva essere adempiuto senza eccessivo sacrificio per l’impresa. Di conseguenza il Diving avrebbe dovuto pianificare con la Scamardella e il suo rappresentante legale, cioè il padre – fra l’altro presente per sottoscrivere l’accordo, e non l’Emanato – le caratteristiche dell’escursione e informarli dei rischi specifici della zona connessi all’immersione ovviamente di concerto con Emanato visto che anche quest’ultimo aveva assunto un’obbligazione di accompagnamento.

ECCESSO DI FIDUCIA

L’accompagnamento di Lara fu invece eseguito dal solo Emanato in via autonoma, e solo lui concordò con Lara il percorso e le caratteristiche dell’immersione.Probabilmente, il Ruspantini al pari di Antonio e Lara Scamardella aveva grande fiducia nelle competenze tecniche dell’Emanato che erano notoriamente eccellenti, per tale motivo si sentiva tranquillo. Purtroppo Emanato fece una scelta sbagliata, sopravvalutando le proprie capacità professionali: portò dentro un anfratto sott’acqua una ragazza di soli tredici anni la quale oltre che essere priva di qualsiasi brevetto aveva un esperienza minima di subacquea per avere effettuato appena un paio di immersioni ben due anni prima. La sua morte per il Tribunale è da ricondurre solo alle proprie scelte adottate in via autonoma.

«Il mare è per i pesci. Gli esseri umani – si legge nella sentenza – quando si immergono in acqua si trovano in un habitat che non è naturale per loro. In proposito si è svolta un’ampia discussione sulla ricostruzione dell’accaduto alla luce delle immagini tratte dalla videocamera che l’Emanato portava con sé al fine di documentare l’immersione. Sicuramente l’istruttore e la sua allieva entrati nell’anfratto con il loro movimento alzarono il fondo sabbioso e polveroso e persero ogni visibilità anche perché la torcia elettrica utilizzata dall’Emanato non era di grande qualità. Probabilmente la piccola Lara giovane ed inesperta subacquea fu presa dal panico di fronte a questa situazione per lei del tutto nuova e fece qualche gesto inconsulto perdendo il contatto con il proprio accompagnatore ed anche con l’erogatore di ossigeno. Probabilmente l’Emanato cercò di rimediare a questa situazione di emergenza sganciando le proprie bombole per darle a Lara e consentirle di respirare. Ma Lara non era preparata ad una simile eventualitàperché troppo poco pratica di immersioni. Lo sbaglio di fondo – conclude il giudice – era già stato commesso: portare una ragazza di appena tredici anni priva di esperienza dentro un anfratto sotto l’acqua. Non occorre un tecnico della materia per capire che si trattò di una scelta sciagurata. Una scelta che doveva e poteva essere evitata a priori».

LA RESPONSABILITA’ DI RUSPANTINI

Al contrario, il decesso per annegamento di Lara secondo il giudice è dovuto – sotto il profilo causale prima che sotto quello dell’elemento psicologico della colpa – anche al comportamento del Ruspantini. Questi in veste di socio del DivingSubaia e di responsabile della immersione come da lui stesso comunicato in via preventiva alla Guardia Costiera prima dell’inizio della escursione, era a conoscenza del fatto che la ragazza era priva di qualsiasi brevetto perché nel foglio barca Lara era indicata con chiarezza quale partecipante in addestramento al contrario degli altri subacquei per i quali invece era menzionato il tipo di brevetto posseduto.

Citando la recente giurisprudenza penale di Cassazione, il giudice individua un primo fondamentale addebito di colpa al Ruspantini. Egli, in base a norme specifiche tra cui le ordinanze del Circomare di Procida, avrebbe dovuto rifiutare di accettare la stipula del contratto di accompagnamento in favore della piccola Lara e di imbarcarla come cliente perché quest’ultima, priva di brevetto, non poteva affatto immergersi nell’area marina protetta. Vi è poi un secondo addebito di responsabilità colposa già evidenziato: una volta stipulato il contratto da esso nasceva una posizione di garanzia dell’integrità fisica della cliente, un obbligo giuridico di salvaguardarne la salute e la vita, insomma un ambito di tutela in favore della Scamardella che avrebbe richiesto l’adempimento di una prestazione informativa e di una di accompagnamento aggiuntive rispetto a quelle già assicurate da Emanato al fine di prevenire i sempre possibili esiti infausti della immersione. Il mancato rispetto di tali obblighi concretizza a sua volta da un lato un inadempimento civilistico da responsabilità contrattuale, dall’altro gli estremi della fattispecie del reato omissivo improprio, di cui all’articolo 40 comma 2 codice penale, norma in base alla quale la violazione dell’obbligo di impedire l’evento lesivo – nel caso di specie la morte della cliente – equivale a cagionarlo. Il giudice sottolinea l’intrinseca pericolosità dell’attività immersiva, stigmatizzando la scelta di Emanato di entrare nella grotta, una scelta che poteva e doveva essere evitata, a prescindere dalle lunghe discussioni dibattimentali sull’eventuale perdita di aria dalla bombola per un difetto inizialmente non rilevato (infatti il magistrato non ritiene addebitabile al divingSubaia l’omesso controllo preventivo della funzionalità delle bombole o della torcia elettrica).

In definitiva secondo la sentenza la condotta del Ruspantini oltre a porsi in contrasto diretto con le regole cautelari di natura ed agli obblighi contrattuali liberamente assunti ed a concretizzare in tal modo un addebito di colpa in virtù delle regole cautelari e contrattuali specifiche violate e della prevedibilità ed evitabilità dell’evento dannoso derivatone, esplicò efficacia causale materiale rispetto al decesso di Scamardella Lara, dal momento che senza l’ausilio del DivingSubaia la Scamardella non si sarebbe mai immersa nell’area marina protetta sebbene in concorso con la condotta colposa di Emanato il che significa che vi fu un concorso di persone nel reato di omicidio colposo rilevante ai sensi dell’art 113 c.p. e si tratta però di omicidio colposo singolo non plurimo perché il DivingSubaia di Ruspantini non aveva una posizione di garanzia nei confronti di Emanato. Il Tribunale ha anche condannato l’imputato al risarcimento dei danni a favore dei genitori di Lara, ma da liquidarsi in separata sede.

I MOTIVI DELLE DUE ASSOLUZIONI

Per quello che riguarda le posizioni degli altri imputati il Tribunale li ha assolti per non aver commesso il fatto. Difatti Ornella Girosi non rivestiva la qualifica di responsabile dell’immersione non essendo stata comunicata tale qualità alla Guardia Costiera, bensì di guida. In tale veste ella prese in carico un gruppo di sei persone e a questo gruppo non avrebbe potuto aggiungersi Lara visto che il decreto del Ministero dell’Ambiente del 30 luglio 2009 stabilisce all’art 15 comma 4 lett.a per le immersioni nelle aree marine protette un numero massimo di sei subacquei per ogni guida. Insomma se la Girosi avesse preso in carico anche la Scamardella avrebbe violato una precisa norma regolamentare. A maggior ragione secondo il Tribunale va assolto l’imputato De Luca visto che egli nel foglio barca figurava quale partecipante, non come guida, e non è stato provato che egli fosse a qualsiasi titolo un dipendente del DivingSubaia.

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