Enzo Paolo Turchi e il bimbo di Ischia: «Bullizzato perché balla? È successo anche a me»
Il noto coreografo interviene sul caso del bambino di Ischia bullizzato perché frequenta un corso di danza e racconta la propria esperienza personale tra insulti e pregiudizi

Il caso del bambino di Ischia bullizzato perché frequenta un corso di danza riaccende il dibattito sui pregiudizi che ancora colpiscono i maschi che scelgono di ballare. A intervenire è Enzo Paolo Turchi, che racconta la propria infanzia difficile nei Quartieri Spagnoli di Napoli e lancia un messaggio chiaro: «È successo anche a me. A quel ragazzino dico di andare avanti». Tra esperienze personali, riflessioni sull’educazione e il ruolo della scuola, il coreografo invita a superare stereotipi duri a morire, ricordando che la danza è disciplina, sacrificio e talento, non certo una questione di genere.
- Il caso del bambino di Ischia bullizzato perché frequenta un corso di danza ha riacceso il dibattito sui pregiudizi. Lei cosa ne pensa?
«Non mi raccontate nulla di nuovo, purtroppo. Quello che è accaduto a lui è successo a tanti maschietti che hanno iniziato danza da piccoli. È successo anche a me, e anche a Stefano De Martino».
- Anche lei ha vissuto episodi simili?
«Sì. Quando ero bambino, nei Quartieri Spagnoli di Napoli, venivo preso in giro solo perché ballavo. Mi insultavano mentre camminavo per strada. Episodi del genere accadono ancora oggi, anche se forse un po’ meno rispetto a cinquant’anni fa».
Enzo Paolo Turchi si rivolge al bambino di Ischia: «È successo anche a me, Se ami la danza, vai avanti e non ascoltare chi ti prende in giro»
- Secondo lei il fenomeno è davvero in calo?
«Dipende molto dai genitori e dall’educazione che danno ai figli. Ci sono ancora tanti pregiudizi. Pensi che c’è chi crede che la danza possa influenzare l’identità di genere di un ragazzo. Siamo nel 2026 e sentire certe cose è assurdo».
- Nel caso raccontato dall’insegnanteBarbara Castagliuolo, che ha denunciato pubblicamente l’episodio con un post su Facebook, il bambino ha lasciato la danza classica e moderna per continuare solo con l’hip-hop. Perché secondo lei?
«L’hip-hop, nato negli anni ’70 come danza di strada a New York, forse fa sentire più protetti. È percepito come più “maschile”. Però è un peccato rinunciare alla classica o alla moderna: potremmo perdere un talento per colpa dell’ignoranza di qualche compagno».
- A quell’età si pensa che sia più “normale” giocare a calcio…
«E invece si bruciano più calorie in una lezione di danza classica che in una partita. La danza è disciplina, forza, sacrificio. Non è meno sportiva di altri sport».
- Cosa bisogna fare per cambiare questa mentalità?
«Insistere sull’educazione al rispetto. Non credo molto alle manifestazioni pubbliche che rischiano solo di amplificare il problema. È soprattutto la scuola che deve insegnare che è assolutamente normale per un bambino fare danza».
Per invertire la tendenza servono educazione e scuola: «Il rispetto si insegna in classe, non con le manifestazioni».
- Lei ha diretto scuole importanti a Napoli e Roma. Come ha affrontato la questione?
«A Napoli i ragazzi non si iscrivevano. Allora decisi di farli entrare gratis: alla fine ne arrivarono una cinquantina. A Roma, invece, ne avevo 170, tutti paganti. Probabilmente per loro ero un esempio».
- Tra i suoi allievi ci sono stati nomi importanti…
«Sì, da Luca Tommassini, che si iscrisse a nove anni, a Lorella Cuccarini, Marco Garofalo, Fabrizio Mainini e Pino Alosa. Ho sempre detto che bisogna distinguere: la vita privata è una cosa, il professionismo un’altra. Un insegnante deve essere anche un bravo psicologo, capace di capire e coltivare le vocazioni».
- Cosa direbbe oggi al bambino di Ischia?
«Io ho seguito il mio istinto e mi sono diplomato giovanissimo al Teatro San Carlo in danza classica. A lui dico di andare avanti, se sente che questa è la sua strada. Non deve ascoltare chi lo prende in giro. Un giorno potrebbe essere lui sul palco, e magari tra il pubblico ci saranno proprio quei compagni pronti ad applaudirlo».





