IL COMMENTO Etica e ricerca

DI GIUSEPPE LUONGO
L’etica è il vincolo e l’architrave che tiene insieme i componenti di una comunità, dalla forma più piccola come la famiglia a quella globale. Si tratta di un contratto silente che, quando non funziona determina la crisi familiare, nella comunità nella quale si opera con maggiore frequenza e, infine tra le comunità, fino ai conflitti estremi delle guerre. Il vincolo etico è per intensità e valore più alto quanto più rilevante è il ruolo del singolo nella società. Ci si può chiedere quale sia il vantaggio per il singolo ad un comportamento etico perché possa essere invogliato a tale comportamento. A questo quesito si può rispondere: quando il risultato della propria funzione nella società lo ha soddisfatto e reso felice. Quindi se il vincolo etico fosse sempre rispettato vivremmo in una società armonica. Il vincolo viene disatteso quando il singolo, gruppi della società e rappresentanti della stessa intendono raggiungere obiettivi non accettati dalla comunità. In questi casi si sviluppa un clima di disaffezione e con esso la crisi e il regresso. Immaginiamo che ogni componente della comunità sviluppi il proprio ruolo a svantaggio degli altri, come un formatore incapace che non forma i giovani, uno studioso che non è impegnato ad operare per il benessere dei concittadini, un architetto che immagina una città costituita solo da costruzioni senza tener conto della complessità del processo che si sviluppa mettendo insieme le persone per la loro cultura, aspirazioni, obiettivi, rapporti. E poi quanti hanno scelto di guidare la propria comunità, rappresentandola nel percorso storico che è in continuo sviluppo, anche con sorprese inaspettate sia per la natura del nostro pianeta, che per l’incognita dell’evoluzione della società globale, mentre il vero obiettivo di molti non è quello di servire la comunità che rappresenta, bensì di servirsi di questa.
L’etica è un vincolo immateriale che incide profondamente sulla nostra esistenza materiale. Si tende a cancellare questo collegamento da parte di quanti disattendono il vincolo con scienza per raggiungere obiettivi che non avrebbero raggiunto, per mancanza di strumenti culturali e/o competenze tecniche necessari a svolgere il ruolo aspirato. Così per un’opinione diffusa malata è opportuno che l’etica sia oggetto di discussione per quanto sia immateriale, così il confronto tra posizioni divaricate sul tema dell’etica trasla da un’analisi sul concreto del vivere quotidiano e sulla somma degli effetti che modificano l’ambiente e la società umana, a quella sull’astratto.
Alcuni temono che questi comportamenti siano truffaldini, altri temono che la politica invada tutto e si tengono fuori dal dibattito che attraversa parte della società, seppure forse minoritaria. Ma se non si batte la cattiva politica, esiste solo quella cattiva, ma una comunità non può abdicare al proprio ruolo di rendere la politica capace di produrre sviluppo e progresso del territorio.
Confesso che non mi sarei aspettato che avrei affrontato un tale tema, ma l’esperienza accumulata in anni di ricerca sulle tematiche dei rischi naturali hanno prodotto in me una attenzione e sensibilità crescente sul comportamento etico di chi opera nella mitigazione dei rischi naturali. Conosco i problemi che emergono in questo mondo della ricerca e proprio questa condizione mi preoccupa perché si rischia di anteporre il successo di una ricerca di moda, all’obiettivo della sicurezza della popolazione esposta. Questa scelta può tranquillamente realizzarsi per chi intende sviluppare una ricerca che una volta si definiva di base, basta scegliere. I tempi delle due tipologie di ricerca sono diversi; lo studio per la mitigazione del rischio spesso, quando il sistema è in crisi, ha tempi brevi e responsabilità alte, mentre la ricerca di base, estremamente utile per conoscere l’ignoto, opera su tempi lunghi e non vi è la certezza del successo. Non si può operare nel settore della mitigazione dei rischi senza caricarsi delle preoccupazioni di quanti vivano nell’area a rischio e restare in silenzio sullo stato del fenomeno per il timore della previsione errata sulla sua evoluzione, dimenticando che alla comunità esposta è stato presentato un piano di evacuazione dall’area a rischio prima dell’evento catastrofico; se non si tenta di operare per la sua previsione, con tutti i limiti noti e discussi e si resta in silenzio, la paura della catastrofe cresce, mentre un clima di certezza ragionevole nel modo di operare dei ricercatori sarebbe un buon segnale per affrontare le crisi.





