LE OPINIONI

Eventi naturali e mappe di pericolosità a Ischia

Un recente contenzioso registrato nell’isola d’Ischia sulla demolizione di un edificio ha aperto un confronto sulla sua collocazione o meno in area dichiarata pericolosa. La documentazione presentata dai sostenitori di questa tesi mostrerebbe che l’edificio è nei pressi dell’area pericolosa ma non vi rientrerebbe. Questo episodio dovrebbe far riflettere gli estensori di tali mappe perché questa problematica possa fornire maggiore certezza nella definizione delle aree pericolose. Gli estensori di tali elaborati sono tecnici che limitano, correttamente, la loro analisi al fenomeno naturale, mentre il passaggio successivo, relativo alla valutazione del rischio, investe altre competenze tecniche e scelte politiche, intese nel senso alto della funzione di chi governa il territorio. Le mappe di pericolosità dovrebbero essere realizzate con la massima cura possibile, per i loro effetti determinanti nella pianificazione dell’uso del territorio. Ma nel nostro Paese si rischia una deriva pericolosa con l’impegnare gli ordini professionali in questa fase delicata della valutazione della pericolosità. Un ordine professionale, per definizione, non opera da organizzazione neutrale. Possono essere utili organi in un confronto costruttivo sulle scelte della pianificazione del territorio, ma nella valutazione della pericolosità le proposte tecniche a chi governa devono essere trasmessedagli uffici tecnici competenti delle istituzioni dello Stato. Troppi tecnici indossano casacche diverse con obiettivi diversi. La stessa Protezione Civile che organizza i suoi Centri di competenza per il monitoraggio e la mitigazione dei rischi, pur rifacendosi alle istituzioni, hanno vertici che spesso rappresentano i professionisti. In un Paese normale le istituzioni produrrebbero i progetti e i professionisti organizzati negli Ordini li realizzerebbero. La condizione rilevata si sperimenta spesso quando sono intervistati i tecnici che esprimono i loro pareri in merito ad un evento calamitoso. L’istituzione sembra avere un ruolo ancillare e, quindi, riduttivo. Non è così per tutti i settori che operano sul territorio. Infatti, si registrano anche condizioni laddove la tesi istituzionale soverchia quella distinta o opposta sostenuta da un professionista.

Riprendiamo l’analisi delle mappe di pericolosità e riferiamoci alle mappe sismica, idrogeologica e vulcanica. Quella sismica è la più quantitativa, le altre sono prevalentemente qualitative. La prima fornisce l’accelerazione attesa in un sito da un modello quantitativo sulla propagazione dell’energia sismica dalla sorgente. I limiti del metodo sono noti e quantificabili e consentono di zonare il territorio attribuendo a ciascuna zona il valore delle accelerazioni prodotte dal sisma. A questo nella pianificazione del territoriocomunale si aggiunge il risultato delle indagini della microzonazione sismica che fornisce informazioni dettagliate sulla risposta sismica dei suoli e la loro variabilità spaziale. Per i sismi le indagini non sono finite, in quanto il progetto di una nuova costruzione va accompagnato da indagini sulla geologia del sito, sul comportamento meccanico dei suoli con indagini geotecniche e indagini sismiche in foro, per conoscere la risposta del sito e con esso dell’edificio da costruire, alle sollecitazioni sismiche attese. Dopo il disastro sismico del 21 agosto 2017 sono state realizzate le indagini di microzonazione nelle aree colpite dal sisma, ma non si ha alcuna notizia sulla loro utilizzazione, forse perché è mancata la pianificazione della ricostruzione e si è proceduto con interventi puntuali? Quali le garanzie per la sicurezza sismica?

Quanto descritto per la difesa dal rischio sismico non si ritrova nella difesa sia dal rischio idrogeologico e ancor meno per quello vulcanico. Per il rischio da frane, colate di fango, alluvioni, la mappatura dello scenario del pericolo prevede tre punti cruciali: la sorgente della massa in movimento; il recapito del materiale collassato e trasportato a valle per gravità; il percorso dalla sorgente al recapito. Gli elementi che determinano il livello di pericolo sono la natura dei suoli con la loro permeabilità, l’intensità delle precipitazioni, la forza di gravità. Le zone più pericolose sono caratterizzate dai terreni molto permeabili depositati su strati impermeabili, la pendenza dei versanti e l’intensità elevata delle precipitazioni. Queste condizioni sono presenti nell’isola d’Ischia. Pertanto, la mitigazione degli effetti di questi parametri può ottenersi sia operando con cautela, evitando il più possibile insediamenti nelle tre aree citate della sorgente, del recapito delle colate e dei percorsi di questi flussi. I loro limiti non possono separare con una linea aree sicure da aree a rischio, occorre procedere con cautela scegliendo un’area di transizione a più bassa pericolosità. È noto che i livelli di pericolosità sono qualitativi e il pianificatore deve tener conto di questa condizione, purtroppo difficile da normare.

Anche la definizione dei limiti delle aree a rischio vulcanico ha una componente non rigorosa relativa allo sviluppo areale.In un’isola vulcanica delle dimensioni di Ischia e caratterizzata da vulcanismo esplosivo, poche sono le alternative all’evacuazione del territorio esposto ai flussi piroclastici, altrimenti noti come nubi ardenti, generate dall’eruzione. Per il rischio vulcanico la difesa si realizza con un piano di protezione civile e un efficiente sistema di monitoraggio della dinamica endogena. Come è ampiamente noto l’ultimo evento eruttivo nell’Isola è avvenuto nel 1302 con la colata dell’Arso e il sistema vulcanico non ha più mostrato segni di attività se non fumarole ed acque calde che hanno reso famoso il termalismo di Ischia.

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