L’EVI, il flop concorsi e noi facili profeti
Lo stop dei concorsi decretato dal presidente del CdA Mario Basentini che attende lumi dal Cisi che a sua volta rivendica la necessità di ottenere informazioni e il colpevole silenzio della politica. L’azienda idrica si è incartata e la vicenda ha preso la piega che il nostro giornale aveva ipotizzato in tempi non sospetti

Adesso che tutto è compiuto, nella speranza di non essere caduti nella blasfemia, è l’ora di tirare le somme. E di fare un’analisi su quello che è accaduto negli ultimi mesi in casa Evi, l’azienda che gestisce acquedotti e fognature sull’isola d’Ischia. Una sagra degli errori dalla quale non si è sottratto nessuno e nella quale nessuno ha svolto il ruolo di semplice comparsa ma ha voluto ergersi ad attore protagonista. Nel mirino i concorsi pubblici banditi dall’azienda, sul quale lo scrivente e questo giornale hanno sempre nutrito più di qualche “perplessità” e le virgolette non sono affatto casuali. Graduatorie che, dopo essere state formalmente approvate, sono state bloccate dal presidente del cda Mario Basentini che attende il nulla osta del Cisi. Che a sua volta, per il tramite della presidente Rosa Lucia Buono, ha risposto con una missiva nella quale rivendica la necessità di ottenere una serie di informazioni sullo stato di salute dell’azienda. Nel mezzo c’è un’assemblea, quella dello scorso 4 e 5 febbraio, dalla quale – come Il Golfo riportò sempre in maniera chiara e netta – i sindaci isolani scapparono, lavandosene le mani. Cosa che in questa vicenda hanno fatto a ripetizione, tranne quando si è trattato di provare a piazzare qualche loro “cavalluccio” tra coloro che dovevano essere assunti. Insomma, senza scendere troppo in tecnicismi, quello che sta succedendo tra i vertici di Cisi ed Evi rappresenta la punta di un iceberg alla quale si sarebbe inevitabilmente arrivati, prima o poi. Un tutti contro tutti che definire imbarazzante è un eufemismo.
Il colpevole atteggiamento dei sindaci e della politica, che con un atteggiamento “pilatesco” ha fatto in modo che si generasse un clima da “tutti contro tutti”. Un vicolo cieco dal quale potrebbe essere difficile uscire…
Partiamo da un assunto. Ogni “papocchio” ha la sua genesi. Qui il meccanismo vizioso si innesta nel momento in cui nell’ottobre 2024 il Cisi dà incarico all’Evi di bandire i concorsi per l’assunzione di nuovo personale. E lo fa, questo è doveroso sottolinearlo, lasciando carta bianca alla stessa Evi relativamente alle modalità operative con cui le procedure dovranno essere portate ad esecuzione: attenzione, perché questo dettaglio – apparentemente marginale – nello snodarsi della fitta ed intricata trama si rivelerà significativo se non addirittura decisivo ed esiziale. Ma torniamo a noi. Siamo stati i primi (e a lungo i soli) su queste colonne a manifestare una serie di dubbi in primis di natura procedurale e non solo sulle dinamiche che avevano portato a quei concorsi. Ma come al solito, ecco che tutti hanno iniziato a parlare di sensazionalismo, a pensare che fossimo megafono di questa o quella “parrocchia” e cose del genere. E a far scattare l’allarme rosso non sono riusciti neppure carabinieri e guardia di finanza, che pure in due momenti diversi si sono recati presso gli uffici di via Leonardo Mazzella ad acquisire una serie di documenti ed atti. Non certo per trascorrere il tempo, visto che uomini e donne in divisa hanno il loro bel da fare nel corso della giornata. Non siamo quelli che amano mettersi medagliette al petto, ma non possiamo non tornare a un nostro servizio giornalistico pubblicato lo scorso 18 novembre 2025, quindi di fatto oltre quattro mesi fa. Il titolo era abbastanza eloquente – “EVItiamo il peggio” e scrivevamo testualmente quanto segue: “Adesso che però la matassa legata ai concorsi banditi dalla Evi spa – che dovranno portare in pianta organica 6 operai, 6 addetti alla clientela, 1 tecnico esperto di direzione lavori, 1 responsabile della progettazione e direzione dei lavori, 2 assistenti tecnici impianti e 2 addetti assistenza lavori) sta diventando oltremodo ingarbugliata, ecco che quegli stessi interrogativi iniziano a porseli in tanti, anche coloro che inizialmente avevano snobbato la vicenda. Insomma, questi concorsi – inutile girarci intorno – sono nati male e proseguiti peggio. La decisione di voler effettuare soltanto una prova orale oggettivamente lascia più di qualche ‘zona d’ombra’, soprattutto per le modalità che si è portata dietro. Poi le visite negli uffici di via Leonardo Mazzella di guardia di finanza e carabinieri, che hanno acquisito una serie di documenti per farsi un’idea su tutto quanto stava succedendo. Poi le commissioni, con un paio di componenti che sono venuti e andati via e soprattutto l’imbarazzante silenzio dei sindaci. Nel mezzo, ecco anche una serie di pareri legali chiesti ad addetti ai lavori che hanno fornito pareri discordanti: da una parte chi sostiene che le prove concorsuali senza lo scritto sono da ritenersi illegittime, dall’altra chi afferma l’esatto contrario. Quanto basta per far capire che non c’è unanimità e dunque che la questione resta oltremodo complessa e difficile da sbrogliare”.
Alla fine le cose sono andate come è noto a tutti e adesso il problema è che il peggio deve ancora venire. Che le modalità concorsuali potessero essere oggetto di indagine da parte delle forze dell’ordine, meritevoli di essere attenzionate da parte dei sindacati e finanche oggetto di qualche ricorso una volta ufficializzate, lo avrebbe capito anche un bambino al primo giorno di scuola. Una procedura più trasparente, che comprendesse anche la prova scritta, avrebbe se non altro sgombrato il campo da più di un equivoco: se i latini, noti per la loro saggezza, amavano dire “verba volant scripta manent” un motivo ci sarà pure. E adesso torniamo ai sindaci isolani, che con il loro atteggiamento pilatesco e – lo ripetiamo ancora una volta – fuggendo dai propri compiti istituzionali prima ancora che dalle responsabilità – hanno contribuito a creare un clima da “tutti contro tutti” e da anarchia diffusa, nel quale (come era logicamente e umanamente comprensibile) ognuno ha pensato a parare il proprio deretano e ad evitare guai. Graduatorie chiuse – e che noi in parte abbiamo anche pubblicato – ma rimaste a lungo nei cassetti erano soltanto uno dei tanti indizi che poi hanno costituito la cosiddetta prova. Ma la politica ha la colpa di essere scappata anche da un altro problema, quello del debito accumulato da Evi con Acqua Campania, che ha raggiunto la cifra monstre di quasi nove milioni di euro. La famosa assemblea del 4 e 5 febbraio, che avrebbe dovuto passare al setaccio anche la questione assunzioni, in fondo non si è svolta verosimilmente per questo motivo. Perché allo stato dell’arte dobbiamo ritenere che non ci siano i presupposti per approvare il predetto bilancio e che l’EVI di fatto dovrebbe finire in liquidazione. Quella liquidazione dalla quale – ironia della sorte – era uscita alcuni anni fa e a questo punto ci chiediamo con quali criteri visto che la massa debitoria maturata con Acqua Campania non è certo roba che nasce ieri mattina. Il rischio concreto è quello che l’azienda (che comunque su determinate modalità operative e in quanto a know how rappresenta sulla carta un modello al quale anche dalla terraferma potrebbero guardare con ammirazione) finisca con l’essere assorbita dall’Ente Idrico Campania, insomma addio a ogni sogno di sub ambito. E non a caso ci sono già diversi amministratori che questo epilogo lo danno già per scontato. Ma siamo davvero sicuri che convenga a tutti? Meditate gente, meditate…






