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Il fenomeno finanziario dei Piani Individuali di Risparmio (PIR)

I Piani Individuali di Risparmio (PIR) si stanno rivelando sempre più un fenomeno finanziario particolarmente gettonato dai baby boomers (popolazione compresa tra i 56 e i 65 anni). Nato nel 2017, il PIR è attualmente visto dagli analisti come un bambino che sotto la spinta del nuovo esecutivo potrà svilupparsi precocemente per divenire adulto. Il PIR è considerato da molti uno strumento anticiclico; in effetti, non è vittima della fibrillazione dello spread. Quando lo spread diventa ballerino, il PIR non ne risente in quanto strumento di investimento di medio-lungo termine (5 anni) a tassazione zero. Come si evince dal recente studio pubblicato da Assogestioni sui sottoscrittori di fondi comuni italiani, ottocentomila italiani hanno sottoscritto PIR con un investimento medio annuo di 13.000 euro sui 30.000 disponibili.

Ma cosa sono i Piani Individuali di Risparmio? Sono dei contenitori giuridici e fiscali che consentono di convogliare il risparmio verso l’impresa italiana. Possono assumere differenti forme: deposito, gestione patrimoniale, acquisto diretto di fondi comuni di investimento e contratti assicurativi. Affinché si realizzi quello che è considerato dal pubblico dei risparmiatori uno dei principali vantaggi del PIR, ossia l’esenzione dall’imposta di successione e l’esenzione dal capital gain, vi sono dei vincoli di natura quali-quantitativa; in effetti, gli investimenti sottostanti devono essere rappresentati, con una percentuale non inferiore al 70%, da titoli emessi da imprese italiane. Inoltre, il 30% del 70%, ossia il 21% del valore complessivo degli investimenti, deve essere investito in strumenti finanziari emessi da società italiane ed estere diverse da quelle rilevanti ai fini del FTSE MIB o di altri indici equivalenti.

Sul fronte dei risparmiatori e delle Piccole e Medie Imprese Italiane (PMI), ritengo che il fenomeno PIR possa divenire concreto strumento di crescita virtuosa del Paese se si affrontano in modo concreto e pragmatico alcune questioni centrali, quali:i vantaggi fiscali e le PMI non quotate. I benefici fiscali incoraggiano gli investimenti nei Piani Individuali di Risparmio ma devono essere supportati da accurate analisi idonee a profilare il rischio. Chi propone il PIR deve necessariamente far presente al sottoscrittore che oltre ai vantaggi fiscali occorre valutare aspetti come la concentrazione dei rischi e la sopportabilità alle perdite. Con riferimento alla questione delle PMI non quotate è utile richiamare un recente articolo di Milano Finanza che sottolinea come i PIR azionari rappresentino solo un terzo della raccolta totale; inoltre, l’articolo chiarisce che parte dei flussi finanziari siano destinati unicamente al segmento delle PMI quotate nei mercati STAR e AIM Italia. Dall’indagine condotta da Milano Finanza si evince una chiara criticità;la grande liquidità generata dai PIR non viene adeguatamente convogliata verso le PMI non quotate. Più che di modifiche legislative occorre spingere i gestori ossia gli asset manager italiani a investire anche nelle aziende non quotate: questa è la grande sfida. Personalmente ritengo utile affiancare ai PIR un nuovo strumento capace di drenare risorse a favore delle PMI non quotate; tale strumento potrebbe essere individuato nel “p2p lending” che consente al risparmiatore di destinare flussi finanziari alle imprese che necessitano di fonti di finanziamento alternative al circuito bancario. Da ultimo ritengo utile incoraggiare il nuovo esecutivo a sviluppare un prodotto parallelosimile al PIR ma pensatounicamente per i minorenni; potremmo chiamarlo “PIR Kids”, uno strumento di investimento (Old PIR: superiore a 5 anni)che consentirà al genitore di accantonare risorse a favore del figlio minorennee che sarà liquidato ad avvenuta iscrizione presso una Università italiana.

 

Andrea Quintilani* Ricercatore di Finanza Aziendale – Università Telematica Pegaso, Napoli

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