La “nuova” ricostruzione secondo Feola
I 460 milioni di euro erogati dal governo, la necessità di concentrarsi e accelerare su sicurezza del territorio e ricostruzione privata, ma anche la scarsa ed inspiegabile propensione dei cittadini ad accedere ai contributi. Il commissario straordinario post sisma e post frana fa il punto sul presente e soprattutto sul futuro

Avvocato Feola, è impossibile non partire dai 460 milioni di euro erogati dal governo per il prossimo triennio: la ricostruzione è fatta di interventi eseguiti a regola d’arte, di criteri rigorosi e di lavori portati avanti con grande attenzione. Tuttavia, è anche evidente che senza adeguate risorse economiche tutto questo resterebbe sulla carta. Il risultato ottenuto rappresenta senza dubbio un passaggio fondamentale.
«Sì, ma mi permetta di dire che si tratta innanzitutto di un risultato doveroso da parte del Governo. Era necessario garantire un’ulteriore disponibilità economica agli ischitani per affrontare e superare una situazione che, ancora oggi, presenta elementi di forte precarietà, non solo sotto il profilo della sicurezza ma anche, e direi soprattutto, sotto quello economico e sociale. La ricostruzione, infatti, non può essere interpretata in maniera riduttiva come una semplice attività di messa in sicurezza del territorio. È certamente questo il primo obiettivo, ed è giusto ribadirlo con forza, ma è anche uno strumento essenziale per la ripresa economica dell’isola. Significa ridare vitalità alle attività produttive, sostenere le imprese, rimettere in moto un sistema che negli ultimi tempi ha mostrato segnali evidenti di sofferenza. Se guardiamo all’andamento della stagione turistica, per esempio, emergono già criticità che non possono essere sottovalutate. Gli operatori del settore segnalano difficoltà diffuse, una domanda meno vivace rispetto al passato, e questo incide inevitabilmente sull’intero indotto economico. A ciò si aggiunge il problema, tutt’altro che marginale, delle esigenze abitative: ci sono ancora molti cittadini che non dispongono di una sistemazione stabile e dignitosa. Di fronte a questo quadro complesso, il Governo ha risposto alle mie sollecitazioni in modo adeguato e responsabile. Tuttavia, una volta assicurate le risorse, il compito passa alla struttura commissariale. E qui si apre una fase altrettanto delicata: non basta spendere, occorre saper spendere bene, con efficacia, tempestività e visione. È una responsabilità che sentiamo pienamente e che intendiamo onorare fino in fondo».
Sapere di poter contare su una dotazione così significativa per il prossimo triennio amplia inevitabilmente gli orizzonti e i margini di intervento. Lei ormai conosce molto bene l’isola, soprattutto le aree maggiormente interessate dalla sua attività. Su quali settori si potrà intervenire con maggiore forza rispetto a quanto previsto fino a qualche settimana fa?
«Le direttrici lungo cui ci muoveremo sono sostanzialmente due, e procedono in parallelo, perché entrambe indispensabili. La prima riguarda la messa in sicurezza del territorio, con particolare riferimento al dissesto idrogeologico. Prima ancora di parlare di opere pubbliche in senso stretto, dobbiamo garantire che il sistema territoriale sia stabile e sicuro. Senza questa condizione di base, ogni intervento rischia di essere vano o comunque esposto a nuovi rischi. La seconda linea di azione è quella della ricostruzione privata, che rappresenta un tassello fondamentale per il ritorno alla normalità. In questo ambito stiamo lavorando a misure di semplificazione, perché è evidente che procedure troppo complesse o lente finiscono per scoraggiare i cittadini. Parallelamente, abbiamo avviato un confronto con i tre Comuni dell’isola per individuare soluzioni che possano offrire anche alternative alla ricostruzione tradizionale.
Quali potrebbero essere?
«Mi riferisco, ad esempio, alla possibilità di acquistare immobili già esistenti, non solo sull’isola ma anche in altri territori. È una misura su cui stiamo ancora ragionando, perché presenta implicazioni delicate. Personalmente ritengo opportuno limitarla ai non residenti o alle seconde case, proprio perché dobbiamo tenere conto della tenuta demografica dell’isola. Non possiamo permetterci politiche che, anche indirettamente, incentivino lo spopolamento. Al contrario, dobbiamo creare le condizioni perché chi vive qui possa continuare a farlo, in sicurezza e con una qualità della vita adeguata. Tutte queste misure, nel loro insieme, servono a dare un impulso concreto alla ricostruzione privata, a utilizzare in modo efficace le risorse disponibili e a concentrarci anche su interventi più strutturali, come quelli che riguardano i grandi complessi alberghieri che stiamo acquisendo per destinarli a soluzioni abitative organizzate e funzionali per i cittadini».
All’inizio del suo incarico lei ha riconosciuto che molte cose erano state fatte bene. Ora che ha avuto modo di approfondire la situazione, c’è qualcosa che avrebbe fatto diversamente o su cui avrebbe impresso un’accelerazione maggiore?
«Credo sia importante partire da un presupposto: siamo tutti esseri umani e ciascuno interpreta il proprio ruolo secondo sensibilità e impostazioni personali. Io confermo quanto ho detto all’inizio del mio mandato, e lo confermo alla luce delle verifiche dirette che ho potuto fare in questi mesi. Detto questo, se devo individuare un elemento di differenza, direi che il mio predecessore ha fatto un uso prudente dei poteri derogatori. Una scelta legittima, che non ha impedito il lavoro, ma che forse non ha consentito di imprimere quell’accelerazione che oggi appare necessaria. Io ritengo, invece, che in questa fase sia indispensabile un utilizzo più deciso di questi strumenti. E questo non per una questione di stile, ma per una necessità concreta legata alle condizioni poste dal Governo. Le risorse che ci sono state assegnate, infatti, non sono automaticamente disponibili: la loro erogazione è subordinata alla capacità di spesa. In altre parole, se non dimostriamo di saper utilizzare in modo efficace i fondi già disponibili, difficilmente potremo ottenere quelli ulteriori. Questo significa che abbiamo un tempo limitato per dare un segnale forte, per dimostrare concretamente che siamo in grado di trasformare le risorse in opere, in interventi reali. Se non lo facciamo, rischiamo di avere finanziamenti solo sulla carta. È una condizione che considero comprensibile e, in fondo, anche condivisibile».
In quali ambiti la ricostruzione secondo lei è più avanti e in quali, invece, registra maggiori ritardi?
«Parlare di avanzamento presupporrebbe l’esistenza di un crono programma preciso, che nella ricostruzione emergenziale non sempre è definito in modo rigido. Tuttavia, posso dire con chiarezza che siamo in ritardo sulla messa in sicurezza del territorio. Le opere di tutela, soprattutto nelle aree più alte di Casamicciola, presentano ancora molte criticità e incertezze. Penso in particolare alla zona del Celario, dove non abbiamo ancora un quadro completamente definito sotto il profilo degli accertamenti. È una situazione che richiede interventi importanti e non più rinviabili. È evidente che, se non mettiamo in sicurezza le aree a monte, ogni intervento a valle rischia di essere inefficace o addirittura inutile. È una priorità assoluta su cui dobbiamo concentrare sforzi e risorse».
Dal confronto con cittadini, istituzioni e imprese, che impressione si è fatto della realtà ischitana?
«Preferisco evitare l’espressione “sistema”, che oggi può prestarsi a interpretazioni non sempre positive. Parlerei piuttosto delle diverse componenti coinvolte nella ricostruzione. Le istituzioni si stanno dimostrando presenti e collaborative, pur nella diversità di vedute che è naturale in contesti complessi. Queste differenze, però, possono essere ricomposte attraverso il dialogo e la ricerca di soluzioni condivise. I cittadini, invece, mi sembrano in una fase di attesa vigile: osservano, valutano, cercano di capire se e come il processo di ricostruzione prenderà davvero slancio. È un atteggiamento comprensibile, considerando quanto accaduto. Quello che mi colpisce, però, è la scarsa propensione, salvo eccezioni, a presentare domande per accedere ai contributi per la ricostruzione privata. È un elemento che merita una riflessione approfondita».
A cosa attribuisce questa scarsa partecipazione?
«È una domanda a cui non ho ancora una risposta definitiva. Potrei rispondere in modo provocatorio, dicendo che gli ischitani sono benestanti, ma sarebbe una semplificazione e probabilmente anche un errore. Chi ha subito un danno ha diritto a un contributo, indipendentemente dalla propria condizione economica. Il punto è che senza una partecipazione attiva dei cittadini il processo di ricostruzione rischia di essere sbilanciato. Le risorse disponibili possono essere destinate sia alla ricostruzione pubblica sia a quella privata. Se però i cittadini non presentano domande, non avviano progetti, non partecipano, saremo inevitabilmente costretti a concentrare la spesa sul pubblico. Questo comporterebbe un paradosso: un territorio più sicuro, ma meno case ricostruite per chi ne ha diritto. Per questo sarà necessario avviare una campagna di sensibilizzazione, ma anche introdurre regole più stringenti. Sapevo che sarebbe arrivato il momento in cui avremmo dovuto fissare dei termini: chi non si attiva entro una certa scadenza rischierà di perdere benefici importanti. È una linea che abbiamo già iniziato a tracciare con l’ordinanza n. 37 entrata recentemente in vigore».
La struttura commissariale è stata riorganizzata. Che cosa si aspetta e come risponde a chi teme un ridimensionamento della presenza sull’isola?
«Posso rassicurare tutti: la presenza operativa sull’isola sarà mantenuta. La riorganizzazione non è un arretramento, ma un adeguamento necessario alla nuova fase. Fino a oggi siamo stati impegnati soprattutto nella pianificazione: il piano della ricostruzione, approvato alla fine del 2025, ha definito il quadro generale. Ora entriamo nella fase dell’attuazione, che richiede competenze diverse e strumenti più operativi. Avremo bisogno, ad esempio, di rafforzare le strutture dedicate alle gare, per accelerare gli affidamenti, e di potenziare il monitoraggio, per seguire da vicino l’avanzamento dei lavori e intervenire tempestivamente in caso di criticità. Questo implica nuove professionalità e un diverso assetto organizzativo, ma non significa in alcun modo indebolire la presenza sul territorio. Al contrario, significa renderla più efficace».
In conclusione, al di là delle risorse ottenute, qual è oggi il principale motivo di ottimismo e quale, invece, la maggiore preoccupazione?
«La preoccupazione principale riguarda l’atteggiamento attendista di una parte dei cittadini rispetto alla ricostruzione privata. Senza una loro partecipazione attiva, il processo rischia di rallentare. L’elemento di ottimismo, invece, è rappresentato dalla qualità della struttura che ho trovato. Ho incontrato dirigenti e funzionari altamente motivati, che vivono il loro ruolo con senso di responsabilità e partecipazione. Non è scontato nella pubblica amministrazione trovare questo livello di coinvolgimento. Qui c’è entusiasmo, c’è consapevolezza dell’importanza del compito, c’è voglia di fare. Spesso sono loro stessi a sollecitare iniziative e a spingere perché si proceda più rapidamente. Questo atteggiamento rappresenta un valore aggiunto fondamentale e, ne sono convinto, farà la differenza nel percorso che ci attende».












