CULTURA & SOCIETA'

Festival del cinema, Ischia sospesa fra sogno e realtà.

DI LUIGIDELLA MONICA

Non illudiamoci, gentili isolani, Ischia da 24 anni e per sette giorni all’anno “da aspera” si lancia “ad astra”. Si parlano tutte le lingue del mondo, in particolare spagnolo ed inglese; si da spazio a tutta la cinematografia libera, innovativa ed indipendente. Il Direttore Michelangelo Messina ormai sereno nella sua relazione amicale con il Presidente Onorario Gianni Canova il Grande, si bea fra personaggi dello star system internazionale e nazionale, consapevole che in quei sette giorni Ischia è quale merita di essere: l’isola della più “Grande Bellezza” del Mondo. Comici della caratura di Lello Arena ed Antonio Casagrande, registi come Silvio Soldini, attrici sublimi come Isabella Ragonese, Barbara Bobulova, tutti accomunati dal contagio della c.d. febbre ischitana, vale a dire la sensazione immediata della unicità di un territorio, sospeso fra terra, mare e cielo. Il maestro Soldini non aveva mai visto Ischia, come pure la Bobulova, fatto di devastante dolore, se pensiamo a che nel ventennio di platino anni ’50 e ’60, Elizabeth Taylor, la Lollo, Sophia Loren, Silvana Mangano, Luchino Visconti, Vittorio de Sica soggiornavano ad Ischia come fosse bere un bicchiere d-acqua.

Un tema basilare del festival è stato il cineturismo, la stretta connessione fra l’arte cinematografica ed un territorio come location di una sceneggiatura, combinato con il floklore e l’amore della gente. Sublime il cortometraggio “suegno” che riproduce spaccati di vita durante un blackout nella vilipesa Cuba, ma altrettanto suggestivo il road movie fra Romagna e Bosnia del giovane Battistella intitolato DOM, per non parlare del complesso ed enigmatico docufilm su Mauro Morandi, il defunto guardiano dell’isola dei Budelli in Sardegna. Il lungometraggio che ha ricevuto il premio dell’IFF è stata un’opera russa che ripercorre la vita in un paesino del Nord estremo della Russia, a testimonianza che la nuova frontiera del cinema è proprio il territorio. In altri termini, il cinema d’autore intende uscire dagli studios, dai teatri di posa e diventare sempre di più simbiotico con il territorio, determinandone il rilancio culturale e quindi economico. Dopo le riprese di DOM, ho avuto il piacere di conversare con Massimiliano Battistella, complimentandomi per il suo lavoro, che egli diceva essere durato ben un anno e mezzo, perché il tema da lui trattato era particolarmente narrato con empatia e rispetto umano, tanto che mio figlio di otto anni, quasi nove, mi diceva “papà mi è piaciuto”.

Questo docufilm ripercorre la vita di una bambina bosniaca orfana di 10 anni che, per causa della guerra civile viene accompagnata dalla Croce Rossa Italiana, insieme ad altri 90 compagni, in un istituto religioso a Rimini, per rimanere qualche settimana che si è trasformata in tutta la vita.

Non è la solita storia devastante di Gaza, o di Beirut, ma una vicenda a lieto fine che ha visto questa donna crescere, integrarsi e perfino creare una serena e felice famiglia nella Nostra Italia.

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Nel segno delle radici, della simbiosi fra uomo e territorio, la protagonista ha comunque bisogno di ritornare a Sarayevo tra i suoi amici, i suoi compagni di giochi rimasti lì e su tutto cercare la propria madre naturale che malgrado tutto non vuole incontrarla. Un modo per insegnare ai nostri figli la preziosità della famiglia solida, che non è un monolite patriarcale o matriarcale, ma può anche arricchirsi di anime provenienti da teatri di guerra che cercano un porto di pace e serenità. Una piccola nota storica che ho rivolto al regista, per cui è stato meraviglioso ricordare e capire che fra i volontari della Croce Rossa Italiana, i militari che scortavano i pulmann degli orfani di Sarayevo, ci stava mio padre, il nonno di quel bambino, mio figlio, che con me stava capendo nel 2026 le emozioni di DOM. Una citazione di Dante che amo ripetere e ripetere “fatti non foste a viver come bruti”, mi impone di sponsorizzare recisamente e con veemenza l’IFF, che deve ribaltarsi: non una settimana all’anno ma avere una pausa di soli sette giorni su 365!

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Ischia deve implementare un centro sperimentale di cinema e di teatro, accogliere e diffondere almeno una scuola di teatro, al fine di trasformarsi in una cineIschiacittà! Non abbiamo altra alternativa al trash che vuole presentarsi come glamour, riferendomi alle scomposte e cafone feste private che disturbavano l’acustica del castello in diversi giorni delle proiezioni. Una sorta di non detto e non scritto: “siamo nella stagione, dobbiamo campare, per cui ce ne fotte della grande cultura”, a rimarcare che forse siamo un popolo di bruti e che non ci meritiamo la perla dell’IFF. Gioacchino Murat disse a Castellabate nel Cilento, circa 250 anni fa “qui non si muore”, ma evidentemente ad Ischia si deve pur prendere atto che siamo estremamente divisi e frammentati sulle iniziative di promozione turistica, perché si deve scegliere se diventare una elìte culturale di spicco mondiale, come consente l’IFF, pari alla bellezza del territorio, oppure una pallida imitazione di Procida o di Capri, con tanto di degrado e di maleducazione per il caos delle bici elettriche nella ztl, delle auto private dei residenti, della malaugurata idea di trasformare i taxi in grandi van che impediscono ai mezzi pubblici di transitare in sveltezza ed ecocompatibilità, delle pallonate violente della spiaggetta della Mandra, delle feste in piazza che non hanno nulla di chic, se non gareggiare fra loro a chi faccia il frastuono più assordante. Ho chiesto al maestro Soldini se è intenzionato, come ha fatto Gabriele Muccino, a girare un film ad Ischia e mi ha risposto compiaciuto che ci penserà, visto che ora è impegnato in un segreto paesino dell’Umbria, arroccato sugli Appennini. Pur tuttavia, se noi raggiungessimo il sogno di avere una agenda costante di registi che ci chiedono di destinare le sceneggiature sull’isola d’Ischia, dovremmo noi stessi essere pronti a cambiare passo e mentalità: se un ospite porta con sé lustro, bellezza ed economia all’isola dobbiamo non più osservarlo come un alieno fastidioso, ma come un amico da coccolare e per questo dobbiamo sforzarci di adeguare la bellezza della vivibilità alla bellezza esteriore del territorio.

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