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FITTI IN NERO, CARRIERO ATTACCA: «SUBITO CONTROLLI SERI CONTRO ABUSI E ILLEGALITÀ»

DI GIOVANNA FERRARA

 

ISCHIA. È nato nello stesso anno del Regina Isabella, il 1956, proprio nei giorni in cui l’hotel – un simbolo dell’ospitalità alberghiera ischitana – veniva inaugurato. Giancarlo Carriero è ingegnere e albergatore, presidente della sezione turismo dell’Unione Industriali di Napoli, primo firmatario di un appello (purtroppo vano) volto a smuovere le acque immobili dell’Area Marina Protetta prima del commissariamento del Regno di Nettuno. Quando parla di Ischia, nascosto da quei baffi che sono un po’ il suo tratto distintivo, si illumina in volto.

 

Ingegnere come pensa che si possa bloccare il triste fenomeno dei fitti in nero?

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«C’è un’unica cosa da fare: i controlli. Non è mai piacevole invocare l’intervento delle forze dell’ordine, ma credo che non ci sia altra soluzione: controlli e repressione. Solo in questo modo possiamo scongiurare il dilagarsi del fenomeno dei fitti in nero. In teoria non è difficile scovare gli abusivi. Chi ha una casa o un posto letto da fittare lo propone attraverso la pubblicazione su dei siti internet. Basta fare un giro sul web e vedere tra subito.it, annunci su facebook ed altri social ciò che offrono. Basterebbe un po’ di buona volontà, un computer ed una connessione ad internet e vedere ciò che succede. Incrociando i dati, il controllo è presto fatto. Poi c’è anche chi utilizza dei metodi ‘tradizionali’ affidandosi al passaparola o al cartello fuori la struttura da fittare. In questo caso è necessaria un’attività diversa basata sul controllo da parte delle forze dell’ordine. Bussare al campanello, chiedere a che titolo si è in quella casa e farsi mostrare le ricevute fiscali. Almeno in teoria, è facile».

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Chi fitta in nero quali danni produce?

«Questa modalità di ospitalità rappresenta un grave danno all’economia dello Stato ed a quella locale. Chi non registra il proprio ospite non chiede documenti e non paga la tassa di soggiorno che è un’imposta di carattere locale applicata a carico delle persone che alloggiano nelle strutture ricettive e gli impieghi delle somme raccolte sono utilizzate sul territorio. In pratica sono soldi che restano sull’isola e che dovrebbero (ma qui il condizionale è d’obbligo) essere utilizzati per la promozione del territorio. E poi c’è un problema di sicurezza. Chi fitta in nero non sa chi fa entrare in casa dato che non effettua la comunicazione alla Polizia di Stato. E di questi tempi, non è certo una bella cosa».

 

Quali sono le conseguenze?

«I fitti in nero hanno molteplici risvolti negativi. Oltre l’evasione fiscale si abbassa la qualità del turismo. E non solo. Questo tipo di attività non crea occupazione. Cosa diversa, invece, un albergo o un bed&breakfast che creano posti di lavoro. Un albergo dà da mangiare a diverse famiglie. Basti pensare a tutto ciò che c’è dietro un hotel: dal ristorante alla lavanderia passando per i servizi di accoglienza. C’è una differenza di impatto occupazionale. E poi c’è un’altra conseguenza».

 

Quale?

«Chi cerca case sul web senza affidarsi a strutture registrate cerca il risparmio a tutti i costi. Il fitto in nero, in pratica, attira un turismo che ha una bassisima qualità di spesa. Non solo per la struttura in sé ma anche per il commercio e la ristorazione locale. Non c’è nessun vantaggio per il territorio. Il fitto in nero rappresenta la risposta sbagliata ad un problema serio: mantenere livelli turistici cui l’isola è abituata».

 

È a favore delle realtà extralberghiere?

«Certo. Non solo personalmente, ma anche come Confindustria Turismo. Diciamo sì a b&b, case vacanze e fittacamere purché siano all’interno delle leggi dello Stato. Proprio in questi giorni stiamo studiando le norme appena varate dalla Regione Campania che prevedono agevolazioni per chi promuove il turismo attraverso la creazione di bad and breakfast. Vanno bene tutte le tipologie alternative di offerta turistica a quella alberghiera purchè non siano abusive. Nell’abuso e nel non rispetto delle leggi c’è tutta la nostra contrarietà e voglia di ‘fare la guerra».

 

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