LE OPINIONI

IL COMMENTO Repetita iuvant, quando ripetere aiuta

DI GIUSEPPE LUONGO

Mi scuseranno i lettori se ritorno sulle tematiche ambientali, ma quanto accade dimostra quanto sia necessario ricordare quanto sia accaduto in passato per non rimanere sorpresi da quanto osserviamo oggi. Si sorpresi, almeno, perché tutto dimostra che non si impara dalla storia passata. Il futuro è cambiamento di noi stessi e dell’ambiente nel quale viviamo; si ricomincia come fosse tutto iniziato allora, quando siamo messi alla prova in seguito ad una forte discontinuità del vivere il quotidiano. Quando un disastro accade ad una comunità distante, diversa dalla nostra, siamo giudici rigorosi degli errori degli altri, vittime quando è la nostra comunità ad essere colpita per i propri errori. Allora è una calamità del tutto straordinaria, “mai accaduta”, senza imparare nulla dalla tragica esperienza, è il “fato “, come si sarebbe detto in passato. In verità viviamo lo sviluppo tecnologico come una droga dell’onnipotenza, perdiamo il senso della misura e dei limiti della tecnologia. Questo comportamento è diffuso e condiziona i comportamenti di chi abita in luoghi pericolosi e gli stessi decisori politici che affrontano le scelte con una superficialità che stupisce, quando appaiono in buona fede, e indigna quando è palese che la scelta sia il prodotto di un obiettivo di potere. La catena delle responsabilità è spesso lunga, come dimostrano tanti eventi catastrofici, mentre invocare il caso è un tentativo per scaricarsi di colpe evidenti. Quando ci si trova a dover affrontare un disastro come il “tifone Harry” lungo le coste della Sicilia, Calabria e Sardegna, si resta attoniti, impotenti per la potenza dell’evento e tutto si derubrica in “cambiamento climatico”. Esperti e politici pur condividendo la causa del nubifragio si separano sulla genesi del cambiamento climatico tra sostenitori di una causa naturale e di una antropica. La prima è di una portata tale da non poter intervenire sulle cause ma sugli effetti; la seconda è il modello della produzione industriale e più in generale il modello globale della società moderna che dovrebbe essere modificato per evitare il riscaldamento globale. Ma a questo scenario globale, che merita l’attenzione di tutti, si aggiungono eventi catastrofici di dimensioni contenute in aree ristrette, dove la comunità locale non può sottrarsi a responsabilità evidenti. La responsabilità è nella scelta dei luoghi di espansione dei centri abitati poco idonei alla sicurezza di chi li vive per la mancanza delle opere strutturali capaci di mitigarne i rischi. Se non si comprende che la sicurezza costa e pensiamo che tutte le aree hanno lo stesso livello di pericolosità, allora si può andare incontro a un “disastro annunciato”. Il dramma è che questa espressione è utilizzata frequentemente dai media dopo l’evento e non prima, quando sarebbe necessario per evitarlo.

Il 26 gennaio 2026 si è verificata una frana spaventosa a Niscemi, con un fronte di 4 km con il collasso del bordo dell’altura sulla quale si sviluppa l’abitato, producendo il crollo delle abitazioni ai limiti dell’insediamento. Un fenomeno spaventoso per le dimensioni e gli effetti sul territorio. I terreni sono costituiti da sabbie e argille, noti sedimenti “fragili”, che già in passato erano stati interessati da vistose frane, ma con effetti più contenuti per il limato sviluppo areale dell’insediamento. Ora si invocherà l’evento meteorologico eccezionale con precipitazioni di piogge intense. Sarebbe, invece, opportuno verificare se vi sia stata una pianificazione errata o inadeguata della città esposta ad evidenti rischi geologici per non continuare a produrre le condizioni per i disastri. Abbiamo già visto il solito Tavolo dei responsabili delle amministrazioni locali e centrali, i componenti della Protezione Civile Nazionale e Regionale, i volontari della Protezione Civile. Poi saranno intervistati geologi e ingegneri e, infine si deciderà di nominare un Commissario alla emergenza e alla ricostruzione. Una storia già vista più volte in questo nostro Paese, storia che si svilupperà su tempi lunghi e, forse, non si conosceranno le responsabilità. Fino a quando la politica condizionerà le scelte tecniche e si svilupperanno gli scambi tra amministratori ed amministrati la sicurezza del territorio sarà sempre debole.

A Niscemi, come a Ischia, la tragedia era annunciata, ma non risulta che operasse un sistema di controllo e tanto meno segnali che indicassero condizioni di progressiva instabilità. Ci si domanda se esistesse un piano di protezione civile comunale con la zonazione del rischio da frana. Per quanto accaduto si può ipotizzare almeno una scarsa attenzione alla sicurezza del territorio da parte degli amministratori.Infatti, quale funzione ha un Assessore alla Protezione Civile o, meglio come svolge il Sindaco la sua azione di responsabile della Protezione Civile al Comune, come prevede la norma?

Forse la responsabilità è superiore agli strumenti culturali ed ai mezzi tecnici del Comune. Se si trattasse di una condizione strutturale inadeguata, allora non è possibile affidare la sicurezza dei cittadini ad una funzione burocratica e non tecnica, anche se alla politica è assegnato il compito delle scelte della comunità. Alle dimensioni del disastro contribuiscono la complessità del fenomeno e la cattiva pianificazione dell’uso del territorio. Il problema della sicurezza, quindi, va risolto operando su due fronti, quello scientifico e quello amministrativo. Al primo va il compito della conoscenza dei fenomeni pericolosi che possono interessare il territorio; al secondo spetta la responsabilità del corretto funzionamento del Piano di Protezione Civile del Comune. Quanto accaduto a Niscemi e in altri siti della Penisola, in tempi recenti, mostrano chiaramente che bisognerà rivedere la politica della Difesa del Suolo,puntando necessariamente sulla ricerca e sulla competenza di chi monitora il territorio. La previsione di un evento complesso come un nubifragio e altri fenomeni che sono indicati come dissesto idrogeologico non è possibile; però sviluppando analisi approfondite sui meccanismi dei dissesti è possibile individuare i parametri da controllare per anticipare l’evento disastroso.Questo è il percorso da intraprendere per accrescere la sicurezza nelle aree pericolose con la realizzazione di collaborazioni tra il mondo della ricerca e i Servizi per la sicurezza. Qualcuno affermerà che ciò già è realizzato. Se fosse realizzato con la dovuta efficienza, competenza ed efficacia avremmo registrato una significativa riduzione dei disastri e dei lutti per i fenomeni naturali intensi.

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