CULTURA & SOCIETA'

Freschi sposi, dallo Schiappone emigrarono in Algeria. Maria imparo’ a cantare, ballare e parlare francese

Maria D’Acunto racconta una storia di sana ma sofferta emigrazione di metà ‘800 che finì per il giovane Francesco D’Acunto in nostalgia per l’isola che aveva lasciato. Vi ritornò trepidando per il figlio Emilio che morì emigrato a sua volta in America a soli trent’anni

L’isola d’Ischia ricorda ’ultracentenario da quando, nei primi anni del 1900, nacque e si sviluppò il primo massiccio esodo di cittadini ischitani da ogni parte dell’isola, verso “Terre assai luntane…” Fu un’emigrazione in grande stile dove si abbandonò la propria terra di origine, i propri cari, gli amici per inseguire fortune a lungo sognate, condizioni di vita migliori e speranze più concrete per un avvenire più certo. Tutto ciò al costo di grandi sacrifici patiti alla partenza, all’arrivo e durante la permanenza nella nuova terra di residenza.

Una delle prime emigrazioni risalenti all’800 per un gruppo di ischitani in cerca di nuovo e più redditizio lavoro fu quella che si materializzò in direzione di paesi non troppo lontani come l’Algeria e la Tunisia dove nei secoli ancora precedenti diversi ischitani vi arrivano per dedicarsi a ogni tipo di lavoro e spesso finivano in stato di schiavitù fino alla morte. Per tanti isolani del primo ‘900, fu un partire dall’isola sofferto, fra lacrime e promesse di ritorno. L’obiettivo principale erano le Americhe. Si accodarono ai trentini, napoletani, salernitani, toscani, siciliani, pugliesi e calabresi, facendo registrare la più grande emigrazione (14 milioni) di italiani del secolo appena iniziato. Si emigrò principalmente in Nord America per stabilirsi in Canada a New York, nel New Jersey, A Philadelfia, Boston, Baltimora, nel Connecticut, in California a Cicago, Ditroit. Gli Stati Uniti d’America furono la prima meta per migliaia di ischitani emigrati. Altri preferirono l’Argentina, sistemandosi in gran parte a Buenos Aires e Mar Del Plata. Altri ancora in Uruguay a Montevideo. Infine il resto raggiunse il Brasile, Venezuela e l’Australia. L’emigrazione degli ischitani verso le Americhe ha avuto varie fasi a partire dai primi anni del 1900 toccando punte massime negli anni ’20 e ’30 per concludersi sul finir degli anni ’50. Il secolo precedente, ossia l’800, vede l’isola registrare forme di emigrazione verso alcuni paesi come Algeria e Tunisia verificatesi fra il 1860 ed il 1897. Ma è il ‘900 fino alla sua metà che per lo più scrive la storia dell’emigrazione isolana oltre oceano. Da Barano d’Ischia partì la gran parte degli ischitani. La frazione di Testaccio conserva il record. Seguono a ruota Ischia, Forio, Serrara Fontana, Casamicciola e Lacco Ameno. Non tutti si imbarcarono a Napoli. Una buona parte fu costretta a raggiungere i porti di Genova, Ancona, Livorno, Trieste, Palermo ove erano ormeggiati i grandi Transatlantici italiani dell’epoca appartenenti alle quattro maggiori compagnia nazionali, la “Navigazione Generale Italiana”, “Lloyd Sabaudo”, “Transatlantica Italiana” e Società “Italia” E a quelle minori La Veloce, i fratelli Grimaldi, Achille Lauro, Costa ecc. L’emigrazione ischitana dell’800 e ‘900 da tutte le località dell’isola è ricca di episodi interessanti che hanno riguardato nuclei famigliari sul loro nascere, provenienti essenzialmente da mestieri come la pesca e l’agricoltura. Fra le tante storie ci piace riportare quella raccontata da Maria D’Acunto che vede protagonista nello scenario dell’Algeria due giovani freschi sposi dello Schiappone, Maria Di Iorio e Francesco D’Acunto suo antenato, i quali nel 1865 decisero di lasciare la loro terra per emigrare in Nord Africa. Maria D’Acunto sintetizza così il suo racconto.” Era intorno al 1865, poco dopo l’Unità. E dall’Italia partivano per terre più o meno lontane. Non solo per l’America del Sud (Argentina), ma anche per il Nord Africa, allora colonizzato dai Francesi. C’era lavoro e gli Europei convivevano abbastanza pacificamente con gli Arabi. E loro due, Maria Di Iorio e Francesco D’Acunto, si unirono a un gruppo in partenza per l’Algeria. Erano giovani, appena sposati, e cercavano anche loro fortuna. Scesero dallo Schiappone, un misero centro agricolo, e su una carretta giunsero al Porto d’Ischia, ultimato da poco. Da lì, con un traballante battello, partirono per Napoli. Erano già stremati, ma sempre fiduciosi nell’avvenire. Rimasero in attesa per qualche giorno sul molo, e poi finalmente salirono su un nuovo battello diretto a Marsiglia. Ancora tanti giorni di attesa, affamati e stanchi, in quel porto in cui si parlava una lingua sconosciuta.

E infine la sospirata partenza. Il battello solcava placide acque, ma all’improvviso venne una furiosa tempesta. I poveri passeggeri credettero che fosse giunta la loro ultima ora. Pregavano e si raccomandavano a Dio. O alla Madre di Dio, come facevano i due sposi, memori della beata Vergine dello Schiappone. La tempesta alla fine cessò e il battello riprese la sua corsa verso l’ignoto. Passarono ancora tanti giorni e poi finalmente si profilò la terra. con le sue case e il suo porto. Era Annaba, oggi Bona, che apriva le sue porte agli emigrati. Li accolse benevolmente e diede loro lavoro e dignità. Francesco cominciò a lavorare come operaio; Maria entrò in una casa di signori e fece la cameriera. Imparò non solo a pulire e cucinare, ma anche a cantare e a ballare. E a parlare francese (il marito, un po’ tonto, non lo imparò mai). E intento mise al mondo due figli: Emilio e Carmela. I bambini andarono a scuola e il maschio si diplomò maestro, però di francese, e conosceva anche l’italiano e l’arabo. Ma, quando tornarono in Italia, queste conoscenze non gli servirono a nulla. Tornarono perchè Francesco aveva troppa nostalgia della sua terra. Maria, invece, sarebbe rimasta per sempre in quella bella città in cui aveva trascorso i più begli anni della sua vita. Quando Francesco rifece la salita che portava allo Schiappone, forse i suoi occhi erano pieni di lacrime. Che ne sarebbe stato del figlio Emilio ? lui che non aveva mai fatto il contadino? Dove avrebbe trovato lavoro? Negli stati uniti d’America. vi trovò il lavoro, ma anche la morte. A poco più di trent’anni

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