CRONACAPRIMO PIANO

Furbetti del cartellino, la resa dei conti

Massimo Barbato assolto da tutti i capi di imputazione contestati. La decisione arriva al termine di una lunga vicenda giudiziaria nata nel 2018 da un’inchiesta sui presunti casi di assenteismo negli uffici della ASL Napoli 2 Nord. Per molti imputati sono invece arrivate condanne

L’assoluzione di Massimo Barbato rappresenta uno dei passaggi più significativi nella conclusione del processo sui presunti “furbetti del cartellino” della ASL Napoli 2 Nord, una vicenda che per quasi sette anni ha accompagnato la cronaca giudiziaria dell’isola d’Ischia e che aveva acceso i riflettori sul funzionamento di alcuni servizi sanitari territoriali. Il Tribunale ha assolto il dirigente veterinario da tutti i capi di imputazione contestati. Barbato, assistito dall’avvocato Michelangelo Morgera, era tra gli imputati più esposti mediaticamente nell’ambito di un procedimento che aveva coinvolto complessivamente trentadue persone tra dirigenti, medici, infermieri, impiegati amministrativi e operatori della sanità pubblica. La decisione del collegio giudicante arriva al termine di un lungo dibattimento e assume un particolare rilievo alla luce delle richieste formulate dalla Procura della Repubblica di Napoli durante la requisitoria. Per gli altri imputati sono invece state pronunciate diverse condanne. Il quadro completo delle decisioni adottate dal Tribunale sarà conosciuto nei prossimi giorni, quando verrà reso noto integralmente il dispositivo e, successivamente, saranno depositate le motivazioni della sentenza.

Per comprendere la portata della decisione occorre tornare indietro di quasi un decennio, a quando l’inchiesta prese forma all’interno degli uffici della ASL Napoli 2 Nord presenti sull’isola. Un’indagine destinata a suscitare enorme clamore e a scuotere profondamente uno dei comparti più delicati della pubblica amministrazione. L’attività investigativa fu avviata dalla Procura della Repubblica di Napoli e affidata alla Guardia di Finanza di Ischia, all’epoca guidata dal tenente Gerardo Totaro. Gli investigatori concentrarono la loro attenzione su una serie di segnalazioni relative a possibili irregolarità nella gestione delle presenze del personale in servizio presso le strutture sanitarie isolane. Per mesi i finanzieri svolsero un lavoro meticoloso fatto di osservazioni, appostamenti, pedinamenti e soprattutto di analisi delle immagini registrate da telecamere nascoste installate negli uffici interessati dall’indagine. L’obiettivo era verificare se alcuni dipendenti si allontanassero dal posto di lavoro durante l’orario di servizio senza che tali assenze venissero registrate. Secondo l’impostazione accusatoria elaborata dagli inquirenti, sarebbe esistito un sistema di reciproca copertura tra alcuni dipendenti. Le contestazioni facevano riferimento a badge timbrati da colleghi, uscite anticipate, ritardi non registrati e assenze temporanee che, almeno secondo la Procura, non risultavano dai sistemi ufficiali di rilevazione delle presenze. Le immagini raccolte dagli investigatori e gli accertamenti effettuati nel corso delle indagini portarono all’iscrizione nel registro degli indagati di trentadue persone. Una vicenda che ebbe immediatamente una forte eco mediatica sia sull’isola sia fuori dal territorio isolano, alimentando un acceso dibattito sull’efficienza della pubblica amministrazione e sui controlli all’interno delle strutture sanitarie.

Tra gli episodi che maggiormente colpirono l’opinione pubblica vi furono quelli che gli investigatori ritenevano rappresentativi di un sistema consolidato di allontanamenti dal posto di lavoro durante l’orario di servizio. Le cronache dell’epoca raccontarono anche situazioni singolari emerse nel corso degli accertamenti, come quella di una dipendente che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era solita lasciare l’ufficio per recarsi in chiesa. L’indagine approdò successivamente davanti al giudice per l’udienza preliminare. Nell’aula bunker di Poggioreale il pubblico ministero chiese il rinvio a giudizio di tutti gli indagati, mentre le difese sostennero l’insussistenza delle accuse e invocarono il non luogo a procedere. Al termine dell’udienza preliminare il Gip Leda Rossetti dispose il rinvio a giudizio di trenta persone. Soltanto due imputate, Erminia Della Corte e Lucia Laudisio, uscirono immediatamente dal procedimento grazie all’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’articolo 131 bis del codice penale. Per entrambe il giudice ritenne che gli episodi contestati fossero isolati e che il danno economico arrecato all’amministrazione fosse particolarmente contenuto. Il processo che ne seguì si è protratto per anni. Le contestazioni formulate dalla Procura riguardavano complessivamente settantuno capi di imputazione concentrati principalmente tra ottobre e novembre del 2018. Secondo l’accusa, gli episodi contestati avrebbero determinato un danno economico per l’azienda sanitaria attraverso la corresponsione di retribuzioni per periodi durante i quali alcuni dipendenti non si trovavano effettivamente sul posto di lavoro. Anche Massimo Barbato figurava tra gli imputati. Nei suoi confronti erano stati contestati episodi di falsa attestazione della presenza in servizio e una ipotesi di peculato d’uso relativa all’utilizzo di una Fiat Panda di servizio assegnata al Dipartimento Veterinario. In particolare, l’accusa sosteneva che Barbato si fosse allontanato dal luogo di lavoro in diverse occasioni per un totale di 1.279 minuti tra ottobre e novembre 2018. Il danno economico contestato veniva quantificato in circa 398 euro. Contestazioni che avevano portato la Procura a chiederne il rinvio a giudizio e successivamente la condanna. Nel corso della requisitoria finale il pubblico ministero Fabio De Cristoforo aveva però già ridimensionato una parte dell’impianto accusatorio originario. Per tutti gli imputati era stata infatti chiesta l’assoluzione dall’accusa di peculato d’uso legata all’utilizzo delle autovetture di servizio della ASL Napoli 2 Nord. Restavano invece in piedi le accuse di truffa aggravata e false attestazioni.

Per quattro imputati considerati figure apicali dell’intera vicenda – Nello Carraturo, Mario Mariani, Ciro Di Sarno e Maria Francesca Ferrandino – il PM aveva chiesto la condanna a due anni e sei mesi di reclusione e novecento euro di multa. Per Salvatore Pacifico la richiesta era stata di un anno di reclusione e quattrocento euro di multa. Per Massimo Barbato, invece, la pubblica accusa aveva sollecitato una condanna a un anno e otto mesi di reclusione. L’esito finale del processo ha però riservato una conclusione diversa per il dirigente veterinario ischitano. L’assoluzione da tutti i capi di imputazione contestati segna la chiusura di una vicenda personale e professionale che si è protratta per anni e che aveva collocato il suo nome al centro di una delle più importanti inchieste giudiziarie che abbiano interessato la sanità isolana negli ultimi decenni. Per conoscere le ragioni che hanno portato il Tribunale a escludere la responsabilità di Barbato bisognerà attendere il deposito delle motivazioni ma è sin d’ora evidente l’importanza del lavoro svolto dal suo difensore Michelangelo Morgera. Solo allora sarà possibile comprendere quali elementi abbiano convinto il collegio giudicante a discostarsi dalle conclusioni formulate dalla Procura. Resta il fatto che la sentenza segna una tappa fondamentale nella conclusione di un procedimento che ha attraversato quasi sette anni di storia giudiziaria, coinvolgendo decine di lavoratori, dirigenti e operatori sanitari. Un’inchiesta che per lungo tempo ha alimentato discussioni, polemiche e interrogativi all’interno della comunità isolana e che oggi trova uno dei suoi punti di approdo più significativi con l’assoluzione di Massimo Barbato.

Ads

Articoli Correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Pulsante per tornare all'inizio