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Furbetti del cartellino, mano pesante del pm

La procura ridimensiona l’accusa più grave, ma resta il muro delle contestazioni per assenze e timbrature irregolari. Pene severe richieste per i dirigenti e per molti dipendenti della ASL ischitana finiti nel maxi processo

La vicenda dei presunti “furbetti del cartellino” in servizio alla ASL di Ischia è tornata al centro dell’aula della III Sezione Penale del Tribunale di Napoli, dove si è consumata una delle udienze più attese di un processo che da anni scuote il mondo sanitario isolano. La requisitoria del Pubblico Ministero Fabio De Cristoforo ha infatti impresso una svolta inattesa a un’inchiesta monumentale, avviata nel 2018 e durata quasi sette anni, che ha intrecciato badge scambiati, telecamere puntate sugli ingressi e migliaia di minuti di presunte assenze ingiustificate. Sin dalle prime parole del PM è apparso chiaro che l’impianto accusatorio iniziale avrebbe subito una profonda revisione: De Cristoforo ha chiesto l’assoluzione di tutti gli imputati dall’accusa di peculato d’uso, legata all’utilizzo improprio delle auto di servizio dell’ASL Napoli 2 Nord, un punto che nella fase preliminare aveva rappresentato uno dei cardini dell’indagine. La pubblica accusa ha invece confermato il fronte più consistente delle imputazioni: truffa aggravata e false attestazioni, con pene richieste differenziate in base ai ruoli.

La lunga indagine che ha segnato gli uffici di via Sogliuzzo entra così nella sua fase finale. Ora toccherà ai difensori e poi alla sentenza ricomporre una vicenda nata da una denuncia interna e diventata un processo collettivo

Per le quattro figure ritenute apicali – Nello Carraturo, Mario Mariani, Ciro Di Sarno e Maria Francesca Ferrandino – il PM ha invocato due anni e sei mesi di reclusione, oltre a novecento euro di multa. Per Salvatore Pacifico la richiesta scende a un anno e quattrocento euro di multa; per Massimo Barbato, dirigente del servizio veterinario e figura centrale dell’intero procedimento, la pena sollecitata è di un anno. Per tutti gli altri imputati, non dirigenti, le richieste oscillano tra uno e due anni e mezzo. La complessità dell’indagine risiede nella minuziosa ricostruzione dei fatti: 71 capi d’imputazione, concentrati tra ottobre e novembre 2018, in cui si contestano anticipo di uscite, ritardi non registrati, badge timbrati per colleghi assenti. Proprio Barbato, che in origine aveva segnalato alcune irregolarità interne e contribuito a far partire gli accertamenti, è finito poi tra i destinatari delle stesse contestazioni, con 1.279 minuti di assenze presunte e un danno stimato in 398 euro. Altre posizioni, come quella di Margherita Di Meglio, superano i quattromila minuti contestati. Nel mosaico figurano infermieri del Centro di Salute Mentale, operatori del Sert, amministrativi e tecnici. Il punto di svolta della requisitoria riguarda però l’uso delle auto di servizio: secondo il PM, pur essendoci state condotte irregolari, non si configurerebbe il peculato d’uso. Da qui la richiesta di assoluzione piena su questo fronte, mentre resta al giudizio del Collegio stabilire se gli altri comportamenti integrino i reati di truffa e false attestazioni. La lunga indagine che ha segnato gli uffici di via Sogliuzzo entra così nella sua fase finale. Ora toccherà ai difensori e poi alla sentenza ricomporre una vicenda nata da una denuncia interna e diventata un processo collettivo, capace di incidere a lungo sul rapporto tra la comunità ischitana e la sua struttura sanitaria.

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