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Furbetti del cartellino, niente sconti: in 30 saranno processati

Il Gip Rossetti ha emesso sentenza di non luogo a procedere solo per due dipendenti. Per tutti gli altri è stata accolta la richiesta del pubblico ministero

Trenta persone rinviate a giudizio su trentadue indagati. È questo l’esito dell’udienza preliminare svoltasi ieri mattina a Napoli, nell’ambito dell’inchiesta sui fenomeni di assenteismo, che lo scorso anno ha pesantemente scosso il distretto ischitano della ASL Napoli 2 Nord. L’udienza si è tenuta nell’aula-bunker Ticino 1 presso il carcere di Poggioreale, visto l’alto numero di indagati: Massimo Barbato, Antonio Francesco Base, Pasquale Borghese, Nello Carraturo, Salvatore Castaldi, Emilia Cece, Rosaria Colella, Teresa Coppola, Luigi Delicato, Erminia Della Corte, Margherita Di Meglio, Ciro Di Sarno, Luca Fabozzi, Maria Francesca Ferrandino, Alberto Grifo, Lucia Impagliazzo, Lucia Laudisio, Mario Mariani, Anna Marigliano, Placido Marziali, Francesca Messina, Pasquale Mormile, Salvatore Pacifico, Rosa Papaccio, Brunella Pluda, Anna Puca, Vincenzo Romano, Anna Ruggiero, Carmela Russo, Aniello Silvio, Clotilde Trofa e Ugo Vuoso.

Il Gip dottoressa Leda Rossetti ha ascoltato le conclusioni delle parti: mentre l’accusa ha chiesto il rinvio a giudizio per tutti gli indagati, le difese che hanno invocato l’emissione di una sentenza di non luogo a procedere. Durante l’udienza una persona tra quelle indagate ha chiesto e ottenuto di essere interrogata: la dottoressa Laudisio, assistita dall’avvocato Paolo Cerruti, ha giustificato le assenze sostenendo che non essendo l’ufficio Asl dotato di alcun tipo di presidio, gli allontanamenti erano motivati dall’acquisto di bottiglie d’acqua o caffè. L’Asl, parte civile costituita in giudizio, si è associata alla richiesta del pubblico ministero. Il giudice si è riservato, recandosi in camera di consiglio spostandosi dall’aula-bunker al Tribunale al Centro direzionale. Dopo alcune ore è arrivato il responso, con la sentenza di non luogo a procedere per Erminia Della Corte e Lucia Laudisio, mentre gli altri trenta sono stati rinviati a giudizio. Per Della Corte e Laudisio il Gip ha ritenuto applicabile la causa di non punibilità prevista dall’articolo 131 bis del codice penale, in quanto quella contestata alle indagate è un’ipotesi di reato per la quale è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni. Inoltre secondo il giudice l’offesa, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno (euro 6,14 per Della Corte ed euro 23,00 per Laudisio) è da considerarsi di particolare tenuità, tenuto conto che dagli atti è emerso si tratti di episodi isolati. Di qui la sentenza di non luogo a procedere in quanto non punibili per la particolare tenuità del fatto. L’indagine, condotta dalla Guardia di Finanza, mise nel mirino della Procura della Repubblica di Napoli gli impiegati dell’azienda sanitaria locale, i quali si sarebbero spesso allontanati dal proprio luogo di lavoro pur essendo in orario di servizio approfittando del fatto che tra colleghi ci fosse un terzo che provvedesse a timbrare il cartellino.

Secondo l’accusa, attraverso una serie di riscontri, in particolare grazie a varie telecamere, avrebbe consentito agli inquirenti di appurare che c’era sempre un dipendente a coprire le spalle all’amico e collega che si allontanava in modo che i badge risultassero sempre timbrati con puntualità il che non avrebbe fatto emergere alcune anomalie nel caso di controlli attraverso le apparecchiature elettroniche. L’attività investigativa che portò all’iscrizione di trentadue soggetti nel registro degli indagati è il frutto di un lavoro lungo e minuzioso condotto dai militari della Guardia di Finanza di Ischia, all’epoca dei fatti guidati dal tenente Gerardo Totaro. I quali esaminarono una serie infinita di immagini contenute nelle telecamere nascoste che erano state disseminate negli uffici isolani dell’ASL NA 2 Nord, e che servivano per ottenere riscontri sul fatto che chi timbrasse il badge a più riprese non fosse il soggetto in questione ma un terzo che provvedeva a dargli la “copertura” mentre si trovava altrove. Un lavoro certosino accompagnato da appostamenti e pedinamenti che consentirono di far quadrare il cerchio su una serie di condotte ritenute “fuorilegge”. Controlli che, come alcuni ricorderanno, consentirono anche di far venire alla luce situazioni davvero particolari, tra cui l’abitudine di una delle persone indagate che era solita allontanarsi dall’ufficio durante l’orario di servizio per recarsi in chiesa a pregare.

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