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Gigi Mattera racconta il suo incubo: «Sì, ho avuto paura di morire»

Il responsabile di settore del Comune del Barano si confessa in questa inedita intervista a Il Golfo: i primi sintomi di Covid, poi il ricovero in ospedale: «Sono stato sulla graticola, su un filo sottile sospeso tra la vita e la morte»

Ha lasciato il Rizzoli (come leggete in altra parte del giornale) e fatto finalmente ritorno a casa. Mettendosi alle spalle, se davvero questo è possibile, una drammatica esperienza. Parliamo di Gigi Mattera, responsabile del settore amministrativo e tributario del Comune di Barano, che in questa inedita intervista a Il Golfo racconta la sua storia. Che è davvero tutta da leggere.

Essere tornati a casa ed aver lasciato l’ospedale Rizzoli che cosa significa?

«Ha un sapore particolare, significa aver superato un momento molto difficile e inaspettato, dove all’improvviso il virus si è insinuato in un fisico abbastanza giovane e non maltrattato da altre patologie pregresse. Eppure, nonostante questo, è stato aggressivo e mi ha messo k.o., con una polmonite che secondo i medici mi ha portato ad essere finanche in pericolo di vita. Essere uscito dall’ospedale è un momento importante, mi pare ovvio».

Quando e come hai capito che c’era qualcosa che non andava?

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«Dalla prima sintomatologia che ho avuto per la prima volta lo scorso 2 ottobre. Ho iniziato ad avere febbre non molto alta, poi dopo diversi giorni ho accusato anche picchi febbrili elevatissimi, con una problematica respiratoria importante e questo mi ha indotto a capire che la situazione non era più gestibile da casa, anche con diverse cure messe in atto. Si è reso così necessario il ricovero in terapia sub intensiva».

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Hai mai temuto il peggio in quelle giornate trascorse in un letto d’ospedale? E se sì, quale è stato il momento in cui hai davvero avuto paura?

«Quando sono arrivato in ospedale il 2 novembre sono stato sottoposto ad una tac di controllo e purtroppo in quel momento le risultanze emerse sono state molto negative. Ecco, in quel momento oggettivamente, anche da quello che mi hanno riferito i medici, ho percepito che ero realmente in pericolo di vita, un’ipotesi che fino a quel momento non avevo neanche lontanamente preso in considerazione. E’ ovvio che il timore e la paura finiscono con l’assalirti».

Come hai trovato il nostro ospedale, l’assistenza e il personale?

«Ho trovato un reparto medicina, diventato reparto covid, davvero eccellente. Una struttura, con a capo il dottor Ciro Di Gennaro, che è riuscito a creare una struttura di eccellenza grazie alla presenza costante sua e dei suoi assistenti e un importante gruppo infermieristico e di OSS che grazie alla loro professionalità, abnegazione e attenzione e cura nei confronti del paziente, rappresenta una assoluta eccellenza. E’ anche grazie ai sacrifici ed all’impegno profuso da tutte queste persone se io oggi sono qui a raccontare la mia esperienza».

Come trascorrevano le tue giornate in un letto d’ospedale?

«Tra terapie, tanto riposo e anche un contatto con i propri “vicini”, con i quali evidentemente si è instaurato un rapporto di fratellanza per ovvi motivi. Bisogna dire che le prime giornate sono state caratterizzare dall’utilizzo dell’ormai famoso casco, che alle volte veniva applicato per ore ed ore. Ed è chiaro che quando sei in quella particolare situazione non ti è consentito avere rapporti con l’esterno».

La notizia della tua positività ha lasciato un po’ tutti di stucco, conoscendo l’attenzione quasi maniacale che ti caratterizza rispetto alla tematica. Hai provato a capire dove potresti aver contratto il virus?

«E’ vero, spesso sono stato anche preso in giro per essere fin troppo attento alle dinamiche anti covid, ma questo presumibilmente mi deriva dall’aver vissuto nelle vesti di responsabile del centro operativo comunale la prima fase della pandemia, dove ho avuto davvero modo di percepire il pericolo. Certo che mi sono questo dove e come posso essermi contagiato, e per la verità mi sono anche dato una spiegazione: dopo l’estate, periodo nel quale il virus è calato di intensità (e questo è un fatto noto), anche io, pur stando molto attento, ho cercato quella “normalità” che mi consentisse di non vivere con la paura e lo spettro del coronavirus. Insomma per esorcizzare i miei timori li ho trasformati in una sorta di fatalismo ed evidentemente avrò commesso qualche leggerezza: forse portare in alcuni casi le mani alla bocca sarà stato un veicolo di trasmsisione»

Cosa diresti oggi a un negazionista?

«Gli direi che la mia testimonianza non è un racconto di fantasia, o un sogno né tantomeno incubo ma un’esperienza di vita reale e vissuta che mi ha visto sulla graticola e su un filo sottile sospeso tra la vita e la morte. Non credo serva aggiungere altro».

I numeri in aumento della seconda ondata sono riconducibili quasi esclusivamente a cluster familiari. Ma un resort per i positivi non sarebbe necessario sull’isola, considerate queste statistiche?

«Su questo sono pienamente d’accordo, non a caso sono stato uno dei fautori della ricerca di una struttura che ospitasse i positivi al coronavirus: addirittura nella prima fase sostenevo che occorresse una struttura in grado di accogliere per il periodo di quarantena coloro che tornavano dall’estero, evitando così che queste persone potessero entrare a contatto e dunque convivere con i propri familiari. Il resort, insomma, sarebbe una soluzione importante e assolutamente percorribile anche se…».

Anche se…?

«Noto che le risposte ai vari avvisi pubblicati dall’Asl non trovano alcun riscontro, magari perché qualche albergatore teme che in caso di positività di qualche ospite la struttura possa riceverne un danno di immagine in termini di ricettività turistica»

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