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Gigiotto Rispoli e il dopo Covid19: «Ripensare il turismo, non sia più ricchezza per pochi»

Il docente universitario getta un lucido sguardo sull’emergenza sanitaria in atto, le conseguenze e soprattutto gli insegnamenti per affrontare il futuro

Professor Rispoli, è giusto o meno mantenere l’anonimato per i contagiati?

«Si tratta di qualcosa che riguarda la coscienza individuale. C’è una legge che consente di mantenere la privacy, e c’è poi un senso di responsabilità personale per cui alcuni fanno “outing”, per così dire. Naturalmente non mi sento di criticare coloro che per vari motivi preferiscono mantenere la riservatezza, ma ho grande ammirazione per chi dichiara pubblicamente e responsabilmente la propria positività al virus perché consentono a coloro che sono stati in contatto con il soggetto di poter adottare le adeguate cautele».

L’analisi dei tamponi era andata troppo a rilento, almeno fino a qualche giorno fa. Secondo Lei quanto ha inciso sull’evoluzione dell’emergenza sull’isola?

«La pandemia sta mostrando una crisi totale, non solo del sistema sanitario, ma dell’intero sistema della società neoliberale. Quando anche la vita umana è considerata merce, queste sono le conseguenze»

«Guardi, questo è un problema generale, per tutto il Paese. La pandemia sta mostrando una crisi totale, non solo del sistema sanitario, ma dell’intero sistema della società neoliberale che si è inaugurata nel mondo, a causa della quale i problemi del settore pubblico sono stati per anni accantonati e ora stanno venendo fuori tragicamente. Sarà importante riflettere su questa situazione, sulla convivenza civile, sul rapporto tra uomini e cose. Il sistema è scoppiato e sta scoppiando dappertutto, anche negli Stati Uniti, dove il sistema neoliberale sta provocando addirittura il fenomeno delle fosse comuni, e dove un tampone costa tremila dollari, o nel Regno Unito dove c’è stato un rapido dietro-front sull’assurda teoria dell’immunità di gregge. Del resto anche il concetto dello “stare a casa” è relativo: pensiamo ai senzatetto, o a coloro che hanno case molto piccole. Insomma, siamo in una condizione che mette in crisi i paradigmi della società mercantile: quando anche la vita umana è considerata merce, queste sono le conseguenze».

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Secondo Lei, i test rapidi di cui tanto si è parlato, sono utili o meno?

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«Secondo me i test rapidi possono essere una cosa buona, ma non se vengono fatti in modalità “random”. C’è gente che attende il test da mesi, gente che occupano posti di grande responsabilità e sono più esposti al rischio di contagio. Ad esempio i gestori di supermercati rendono un servizio civile ai cittadini vengono penalizzati sotto il profilo dei test ai loro dipendenti che non vengono effettuati, e poi sono costretti a veder diminuito il numero del personale perché alcuni di essi vengono messi in quarantena. Non dobbiamo pensare che le attività che restano aperte lo fanno per puro interesse di profitto: gli ospedali, le cliniche, restano aperti. Sono favorevole ai test rapidi, ma sono contrario alla loro gestione random, modalità che ritengo criminale, uno spreco criminale a fronte delle esigenze di varie categorie a rischio».

Secondo alcuni, troppi contagi sono stati originati da assembramenti religiosi. Lei crede che non fosse il caso di evitare celebrazioni a San Giovan Giuseppe?

«Non ho apprezzato l’idea di “accusare” la cerimonia religiosa di un mese fa, ma allo stesso tempo non ho neanche apprezzato l’ “excusatio non petita” di un sacerdote che ha detto che non era quella l’origine del contagio. Se anche lo fosse stata, non sarebbe stata comunque colpa di nessuno, però mi sembra una cosa altrettanto eccessiva voler rivendicare una sorta di immunità, stavolta non “di gregge” ma “di pastore”»

«All’epoca il “lockdown” non era ancora partito. Non ho apprezzato l’idea di mettere in stato di accusa la cerimonia religiosa, ma devo dire con altrettanta franchezza che non ho neanche apprezzato l’ “excusatio non petita” di un sacerdote che ha detto che non era quella l’origine del contagio. Il problema è che avrebbe anche potuto essere quella l’origine del contagio, e non sarebbe stata comunque colpa di nessuno, però mettersi in una condizione di rivendicare una sorta di immunità, stavolta non “di gregge” ma “di pastore”, mi sembra una cosa altrettanto eccessiva. Penso che bene abbiano fatto a ripensarci sulle confessioni in chiesa, inizialmente fissate durante la settimana santa. Il mondo cattolico attualmente può contare su una personalità grandiosa come Papa Francesco, di un tale livello al punto che non ho paura a dire che molti cattolici non se lo meritano».

Quanto risentirà l’Italia di questa crisi?

«Ne risentirà tutto il mondo, si tratta di una crisi le cui conseguenze maggiori colpiranno in futuro. Il lockdown è stato prorogato, il problema è che queste settimane di blocco peseranno tantissimo sull’economia nazionale e internazionale. Adesso tutti se la prendono con la Germania, anche in maniera imprecisa facendo il gioco dei peggiori demagoghi del momento, ma anche in Germania ci sono fabbriche che hanno necessità di riaprire e hanno bisogno dell’apporto di fabbriche italiane: tutte interrelazioni che possono portare facilmente a una crisi industriale di grandi dimensioni. Si parla tanto del “mettere il piatto a tavola”, e non è una cosa qualunque. Quando c’era la guerra, molta gente il piatto a tavola lo metteva con difficoltà, o forse non lo metteva proprio. Mi preoccupa, lo ribadisco, che si possa tornare alla “normalità” del mercato come unico idolo. Questa pandemia, nella sua tragedia, ha l’unico merito di aver messo in crisi la società mercantile e iperglobalizzata».

Il ruolo e le strategie dell’Unione europa la convincono?

«Il boom turistico di Ischia negli anni ’50-’60 originò un benessere diffuso, cosa che ormai da tempo non è più prerogativa del turismo isolano. Oggi abbiamo più cittadini emigrati rispetto a mezzo secolo fa. È necessario ripensare un’industria turistica che estenda i benefici a tutti: più ospitalità e meno contabilità»

«In questo momento credo che esse vadano sostenute, anche se non tutto mi convince; non tutta l’Europa ha al momento la necessaria attenzione solidale, ma non siamo nemmeno al punto di poter dire che tutto è allo sfascio. Ci sono forze centrifughe, situazioni come quella ungherese, paradossali, in cui il Parlamento conferisce i pieni poteri ad Orban: è come se il Parlamento democraticamente rinunciasse ad essere un Parlamento. La democrazia non è solo un mero fatto numerico, ma riguarda innanzitutto la responsabilità: la capacità di ciascuno di noi di rispondere di qualcosa. La democrazia va accolta con umiltà: se io penso al mondo futuro, esso non può essere deciso democraticamente dalla generazione attuale. Il mondo futuro riguarda le future generazioni. Se vogliamo riempirci la bocca con il concetto di democrazia, le alternative sono due: o abbiamo di essa un senso responsabile oppure la riduciamo irresponsabilmente a mero fatto numerico. Da questo punto di vista, l’Europa è un’arena che dobbiamo cercare di rendere sempre più forte e sempre più solidale. Alle forze centrifughe aizzate da autentici sciacalli come Salvini e la Meloni dobbiamo rispondere con atteggiamenti centripeti. Vergognoso l’atteggiamento del Presidente della Regione Lombardia che ha cercato di addossare le sue responsabilità al Governo. In Campania De Luca, verso il quale si indirizzano moltissime critiche, ha avuto il coraggio di prendere decisioni che competono a un presidente di regione, senza scaricare responsabilità su altri. Per fortuna Fontana si è trovato alla guida di una regione ricca, attrezzata, ma con i suoi atteggiamenti ha contribuito a far scoppiare una bomba che rappresenta la metà dell’emergenza nazionale. Una emergenza del genere in Campania sarebbe stata una tragedia epocale».

Cosa ne pensa del nuovo DPCM?

«Credo che una delle cose positive sia la nomina di questo comitato di esperti per la “fase 2”. Penso che il presidente del consiglio Conte lo si possa criticare quanto si vuole, ma gli va riconosciuto un alto merito: quello di aver dichiarato pubblicamente l’importanza di ascoltare tutti i consigli, gli indirizzi scientifici, ma poi la politica deve assumersi la responsabilità di prendere decisioni globali, che tengano conto della situazione complessiva. Da questo punto di vista la stima verso il presidente del Consiglio è cresciuta molto negli ultimi tempi, tenuto conto che nessuno è perfetto, nemmeno lui».

Ischia vive in massima parte di turismo, cosa dovrà fare per evitare di sprofondare?

«Al presidente del Consiglio Conte va riconosciuto un alto merito: quello di aver dichiarato pubblicamente che in ultima analisi la politica deve assumersi la responsabilità di prendere decisioni globali, che tengano conto della situazione complessiva. Da questo punto di vista la mia stima verso il presidente del Consiglio è cresciuta molto negli ultimi tempi»

«Intanto, nel breve termine si deve pensare a creare condizioni di sicurezza: penso che negli anni scorsi le amministrazioni non abbiano fatto molto in questa direzione, e al momento ci si limita a recepire e ribadire i provvedimenti nazionali e regionali. In secondo luogo, dobbiamo convincerci che la stagione turistica è ormai morta. È una pia illusione credere di poter accogliere turisti prima della fine dell’estate. L’emergenza generale potrebbe mettere in crisi numerose società di trasporti. Molte compagnie aeree di low cost potrebbero fallire, ma pur non fallendo c’è la possibilità che vada in pesante sofferenza e che, di rimbalzo, anche il turismo internazionale ne subisca le conseguenze. Se fossi un imprenditore turistico soffrirei molto, per me, per i miei dipendenti: penserei ad agire almeno per migliorare le condizioni della comunità a me più prossima, sperando che tutti facciano altrettanto. Nel medio termine ci sarà comunque una situazione da dopoguerra, e sarà richiesto molto impegno per tornare a vivere di turismo, utilizzando questa sorta di quarantena per migliorare le strutture del nostro paese. Quando accadde l’episodio dei turisti lombardi prima respinti e poi accolti, si disse che la nostra struttura ospedaliera non poteva fronteggiare un’emergenza. Ma questo va tenuto presente anche durante l’estate, quando la popolazione isolana aumenta in modo esponenziale. Dunque, dell’insufficienza della struttura ce ne accorgiamo solo quando arriva il coronavirus? L’isola d’Ischia deve capire che il turismo non è il benessere di pochi. Il turismo è una ricchezza, ma lo è quando costituisce la ricchezza di tutti. Quando l’isola ebbe il suo boom turistico tra gli anni ’50 e ’60, il benessere conseguente fu un benessere diffuso. Tutti ne beneficiarono, dagli albergatori ai contadini. Oggi invece il benessere portato dal turismo non è affatto diffuso. Oggi Ischia ha molti più emigrati di quanti ne avesse negli anni ’50-’60. Va quindi ripensato il turismo locale, che oggi porta beneficio a pochi: in quando “vendita” dell’isola, il turismo non deve ridursi a una “svendita”. Come dissi in altra occasione, dobbiamo fare in modo che il turismo torni ad essere “ospitalità” e non “contabilità”».

Il 3 maggio sarà davvero la fine del lockdown?

«Io credo che ci sarà qualche progressivo allentamento, ma non la fine del blocco. Di sicuro non si tornerà a scuola. Alcune attività forse riapriranno, prevedendo una serie di gradualità. In circa venti giorni l’incremento percentuale dei contagi andrà verso lo zero. Il problema è che in quel momento avremo oltre centomila contagiati, per i quali ci sarà da fronteggiare il decorso».

Cosa lascerà questa esperienza dentro ognuno di noi? Nulla sarà più come prima?

«Tutto sarà, o non sarà, come prima, a seconda di come vorremo e di come i più giovani vorranno. E a questi ultimi mi viene da dire: “Fate in modo che nulla sia come prima, fate in modo che il mondo per voi sia migliore, visto che quello che vi stiamo consegnando è un mondo “scassato”, cercate di far sì che lo si possa riparare”. Greta non è una ragazzina che gira il mondo perché strumentalizzata, bensì una persona che ha denunciato il reale problema dell’insostenibilità di un modello sociale ed economico che il coronavirus ha fatto deflagrare in modo drammatico. Una deflagrazione dalla quale può nascere una importante presa di coscienza, compresa quella relativa al fatto che siamo tutti sulla stessa barca. O ci salviamo oppure andiamo a fondo».

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