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CULTURA & SOCIETA'

Giovanni de Angelis in mostra al Salotto Dadaista Art Gallery di Ischia Ponte

Il celebre artista ischitano espone disegni e soprattutto alcune delle sue famose sculture realizzate con materiali come pietra, marmo e bronzo

Prosegue il progetto “Adelanteischia” del Salotto Dadaista del gallerista Gino De Vita che questa volta presenta un’esposizione dal grande interesse per le opere presenti. Parliamo della mostra “APPARIRE, ventura delle Venture” del Maestro ischitano Giovanni de Angelis che per l’occasione porta lavori intensi e dal grande impatto visivo. Non poteva essere altrimenti vista la caratura dell’artista che da svariati decenni è conosciuto non solo a livello isolano, ma anche a livello internazionale con decine di mostre all’estero. Giovanni de Angelis, nato a Ischia nel 1938, manifesta fin da giovanissimo una naturale predisposizione all’arte e in particolare comincia a plasmare, modellare la creta e altri materiali tipici della nostra isola. Di lui si accorge lo scultore svizzero Hermann Haller che lo vede modellare cavallini con la sabbia. Ben presto Haller decide di portare con se in Svizzera il poco più che undicenne de Angelis la cui famiglia lo lascia partire, assecondando la sua vena e vocazione artistica. Da quel momento in poi l’artista isolano frequenta accademie sia in Italia che in Germania e luoghi stimolanti dal punto di vista creativo. Si sposta poi tra Como, Milano, Pesaro e altre città intessendo sempre rapporti con personaggi che hanno scritto pagine storiche del nostro paese. Basti pensare a Montale e Guttuso. Ad oggi conta mostre personali e collettive in giro per il mondo (Basilea, Monaco, Düsseldorf, Bruxelles, Hannover, Colonia e altre città) in cui ha sempre esposto le proprie sculture realizzate in pietra lavica d’Ischia, bronzo, pietra lava del Vesuvio, marmo di Carrara e altri materiali che lasciano stupefatti gli spettatori. Le opere del Maestro de Angelis prendono forma dopo un periodo di analisi e di riflessione su quello che vuole tirare fuori dalla massa della materia scelta. È una fase di introspezione e di ricerca. Spesso vengono estratti corpi dinamici, altre volte visi umani che vengono esaltati se visti di profilo, altre volte ancora elementi legati al mondo naturalistico. Nei lavori dello scultore isolano antiche pietre prendono vita e si animano in centinaia di forme il più delle volte morbide e sinuose. All’inaugurazione della mostra abbiamo intervistato proprio Giovanni de Angelis che si è detto soddisfatto di questo evento:

Come è nata l’idea di realizzare questa mostra?

«La mostra è nata grazie a Gino De Vita, patron della galleria in cui ci troviamo e grazie al pittore Gianni Mattera, in arte Adelante. Entrambi hanno voluto fortemente che esponessi alcune delle mie opere in questo periodo».

Parliamo della sua vita. A soli undici anni parte per la Svizzera con lo scultore Herman Haller. Cosa ricorda di quel periodo?

«A circa sette anni ebbi la possibilità di entrare a contatto con l’argilla perché mio padre aveva una piccola fabbrica di ceramiche. L’argilla nelle mie mani cominciò a fremere, sentivo che dovevo plasmare quella materia realizzando gli animali che vedevo attorno a me e i bellissimi paesaggi che Ischia mi offriva. Parliamo della meravigliosa isola degli anni ’50… Un giorno ero in spiaggia con i miei fratelli, loro giocavano a calcio mentre io modellavo con la sabbia delle donne e dei cavallini. Lo scultore svizzero Hermann Haller, trovandosi a Ischia con la sua compagna, si accorse di me e volle conoscermi. Cominciammo a conversare e gli feci conoscere la mia famiglia composta da importanti artisti come mio padre Federico e mio nonno Luigi de Angelis. Haller visitò casa mia e ricordo che in quell’occasione acquistò per ben 500 lire una delle mie prime opere, si trattava di un piccolo cavallo. Haller volle portarmi con se a Zurigo come allievo ed io, di comune accordo con la mia famiglia, decisi di accettare la proposta. Fu così che lasciai Ischia e partii».

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E dopo l’esperienza a Zurigo come ha continuato il suo percorso?

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«Dopo la Svizzera mi iscrissi all’Istituto d’Arte di Napoli e poi all’Accademia di Firenze. Nel 1961 ebbi anche una borsa di studio dal governo di Bonn per l’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera. Mi ricordo che quella tedesca fu un’esperienza davvero molto costruttiva per i continui scambi culturali con i professori. All’epoca cercavano di influenzare noi studenti, ma l’arte, essendo soggettiva e personale, non la si può insegnare del tutto e così noi allievi assorbivamo i loro insegnamenti per poi rielaborarli. Conclusosi il periodo di formazione in Germania, tornai per un breve periodo a Ischia e poi mi trasferì a Como per stare vicino a Milano. Nel capoluogo lombardo avevo conoscenze importanti come lo scrittore Eugenio Montale, il giornalista e scrittore Dino Buzzati, lo scrittore Piero Chiara, il critico Alberico Sala e molti altri. In quel periodo, nel pieno degli anni ’60, ricordo che feci diverse mostre tra Como, Milano e la Svizzera. Erano anni intensi e ricchi di stimoli per me. Successivamente negli anni ’70 feci la conoscenza a Carrara dello scultore Giuliano Vangi. Tra noi nacque fin da subito una grande amicizia, sentivo che c’erano vedute condivise e affinità su vari temi. Fu così che mi trasferì e mi stabilì per diversi anni a Pesaro, dove avevo una casa e uno studio bellissimi. Alla fine, però, ho sentito l’esigenza di tornare a Ischia per ricaricarmi e per sentire nuovamente la dinamicità e la vulcanicità dell’isola. Per me questi aspetti sono fonte d’ispirazione».

Parliamo delle sue sculture. Come le realizza, quali materiali predilige e a cosa si rifà quando crea le sue figure?

«Principalmente mi servo del materiale presente sull’isola, quindi pietra lavica d’Ischia e pietra lava del Vesuvio. Studio con attenzione le strutture rocciose dei litorali dell’isola e particolarmente quelle del Castello Aragonese. Tutto ciò che è vivo mi dà spunti di riflessione».

Per uno scultore come lei cosa rappresenta un materiale duttile come l’argilla?

«L’argilla ha una funzione preparatoria alla pietra che è il materiale che prediligo. L’argilla serve solo a capire cosa voglio fare, come voglio impostare l’opera scultorea e quale può essere il risultato finale. Non mi attendo scrupolosamente alle forme che faccio con l’argilla perché essa ha solo il compito preciso di farmi capire se un’opera funziona o no».

Secondo lei oggi stiamo perdendo la manualità?

«Oggi la manualità sta sparendo, ma io in questo senso sono un’eccezione. Anzi, io cerco a tutti i costi di tenere viva la mia manualità. Senza questa forza propulsiva non potrei raggiungere quel livello qualitativo che contraddistingue le mie sculture. La manualità, a mio modo di vedere, non serve per dimostrare un virtuosismo, bensì serve per esaltare le caratteristiche di un determinato materiale, serve per tirare fuori il meglio da esso».

Nei suoi lavori il figurativo è un elemento presente. Cosa pensa, invece, dell’arte astratta?

«Le difficoltà dell’arte astratta sono uguali a quelle dell’arte figurativa perché è una questione di armonia. Si basa tutto su un equilibrio molto fragile tra tonalità di colori, forme e linee. Per quanto riguarda il figurativo voglio dire che non è obsoleto come si può pensare, ma sicuramente oggi gli spazi in cui inserirsi sono sempre di meno. Infatti, nell’arte figurativa nel corso dei secoli si è sondato ogni terreno. Per questo motivo chi vuole mettersi in gioco oggi con il figurativo deve risultare innovativo e originale, andando a coprire uno spazio mai raggiunto da altri, altrimenti le opere non hanno personalità e non obbediscono a un progetto preciso».

Nella sua vita ha conosciuto un personaggio illustre come Eugenio Montale. Cosa ricorda di lui e cosa porta nel cuore di quest’amicizia?

«Vado molto fiero del mio rapporto di amicizia con Montale, basti pensare che ancora oggi molte delle sue poesie sono per me una guida da seguire. Tra gli anni ’50 e gli anni ’60 veniva spesso a Ischia con sua moglie, ci conoscemmo in una piccola galleria che avevo ed entrammo subito in sintonia tant’è che si fece fare un ritratto da me. Io, poi, lo portavo in barca e ricordo con grande piacere che amava cantare quando eravamo a largo. Nel corso degli anni mi ha scritto diverse lettere e di lui ho vari libri con sue dediche e tributi alla mia arte. Tra di noi c’era veramente un bel rapporto».

Oggi espone nello spazio del Salotto Dadaista Art Gallery di Gino De Vita. Crede che questa strada in cui ci troviamo possa essere fonte di speranza e di rinascita in un periodo di pandemia?

«Vorrei tanto che questa strada pullulasse di luoghi culturali perché vederla viva e ricca di stimoli è il mio sogno. Nonostante abbia una visione pessimistica, sono ancora pieno di speranza e in un momento complesso come questo vedo che c’è voglia di rinascere e di vivere. Abbiamo ancora qualcosa da dare come genere umano».

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