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Giuseppe Ferrandino: «’Onorato’, padre meraviglioso e terribile della Commedia Umana»

Gianluca Castagna | Lacco Ameno – Nel complesso, esangue mondo della letteratura italiana contemporanea, il nome di Giuseppe Ferrandino è tornato a essere presente e significativo. A raccontare, dopo un lungo silenzio per nulla sterile, le fantasticherie del quotidiano e l’esperienza medianica di individui fuori dal comune. Bigger than life, si direbbe al cinema. I suoi timori, i nostri desideri. I nostri timori, i suoi desideri. La parte (s)conosciuta di noi, quella diabolicamente affascinante proprio perché ricca di potenzialità inesplorate.
Storie, più celebrate che lette, come veloci e ampie boccate con cui mangiarsi il reale. Avanti e indietro a grandi morsi, anche dolci quando occorre, sugli spazi e sulla pelle dei suoi bellissimi personaggi.
Un ingoio famelico di tempo, spazio e vita che sembra diventato ormai irrinunciabile per un autore, uno dei pochi, che sa essere comico e drammatico allo stesso tempo. Facendoti ridere (e il suo ultimo romanzo “Onorato” ti fa ridere assai) e, magari la pagina dopo, rabbrividire.

Giuseppe Ferrandino nasce a Ischia il 24 gennaio 1958. Negli anni settanta si iscrive alla facoltà di medicina dell’Università Federico II di Napoli, ma abbandona gli studi poco prima della laurea per intraprendere la professione di sceneggiatore di fumetti. In quei tempi lontani, quando i lettori avevano ancora un cuore da trafiggere e si pensava di avere ancora molto da capire, l’anarchia del fumettista era confinata nelle riviste dette di controcultura.
Oggi i vignettisti vanno sulle prime pagine dei grandi quotidiani, in tv, o su Famiglia Cristiana.
Ferrandino è stato uno degli sceneggiatori di strisce più importanti che l’Italia abbia mai avuto. Ha saputo adattarsi ai generi e alle realtà editoriali più diverse, conquistando vette qualitative (di forma e contenuto) che gli sono state riconosciute da tutti. Colleghi e pasdaran delle sacre tavole.
Nel 1993 con lo pseudonimo Nicola Calata pubblica il suo primo libro, “Pericle il nero”, presso la casa editrice Granata Press, ma il romanzo passa praticamente inosservato agli occhi del pubblico e della critica. Nel 1995 i diritti del libro vengono acquistati dall’editore francese Gallimard, che lo pubblica nella collana Série noir, diventando il caso editoriale dell’anno. Adelphi lo pubblica nuovamente in Italia nel 1998, ed è accolto con grande favore dalla critica e dai lettori.
Ferrandino è talmente generoso verso la scrittura che ha seminato per tre vite. Anche se, in proporzione, ha pubblicato ancora poco (nei cassetti scalpitano una saga su Garibaldi, un romanzo sulla Roma repubblicana, tutta la vita di Pericle prima del fattaccio).
Da qualche mese è nelle librerie con “Onorato” (edito da Bompiani) dove, vincendo il silenzio sull’eventualità di fare i conti con i propri idoli (il migliore degli scongiuri), afferra il toro per le corna senza esitazione. L’immenso ed eccessivo Balzac. L’arte suprema e il pessimo senso degli affari. Le ascese esaltanti e le rovinose cadute. L’inesausto girotondo amoroso. Tutto (visto e scritto) in prima persona, offrendo ai lettori la carne dolente ed esilarante dell’inevitabile tragedia/commedia umana.
Il Golfo ha incontrato lo scrittore isolano a Metamorphosis 2017, rassegna voluta dal comune di Lacco Ameno con la direzione artistica di Salvatore Ronga. Una serata moderata da Maria d’Ascia con le letture di Roberto Scotto Pagliara e le musiche di Daniele Ubjik.

Come si è avvicinato al mondo di Honorè de Balzac?
A tredici anni lessi “Casa da scapolo” a casa di mia zia Concetta, che aveva una piccola, meravigliosa biblioteca di classici. Trovai questo libro e mi affascinò moltissimo, mi sembrava molto legato alla storia della nostra provincia.
Coup de foudre.
Per niente. Quel libro mi piacque, ma altri non riuscivo a capirli. Sono ritornato a Balzac relativamente tardi, intorno ai trent’anni. Da quel momento in poi, li ho letti e riletti. Fino a quando ho deciso di cimentarmi con “Onorato”.
Eccessivo, contraddittorio, folle, vorace e pieno di debolezze. Quale aspetto della vita e della personalità di Balzac l’ha attratta di più e quale l’ha maggiormente respinto?
Mi interessava l’esperienza di Balzac come uomo e come autore. Buonissimo, onestissimo, meraviglioso nelle sue invenzioni e stravaganze, letterarie ed esistenziali. Insomma, un autore enorme. Un’esperienza di vita gioiosa e bizzarra, la sua, ma anche deprecabile. Mi interessava questo: la lezione in negativo. Nella sua frenesia, ha rovinato la madre e molti editori. Ha dissipato anche se stesso, nella sua ricerca dell’assoluto. Infatti è morto relativamente giovane, e chissà quanti altri capolavori avrebbe potuto regalarci.
Una connotazione in comune?
Visse per molti anni, da adulto, dividendo l’appartamento con gli amici. Una socialità condivisa e il senso dell’amicizia me lo fanno sentire vicino.
Come si è preparato prima di scriverne?
E’ stato un lavoro lungo e minuzioso, non c’è nulla di inventato nel libro. Lettere, documenti, saggi. Un lavoro di scavo assai laborioso alla biblioteca Mitterand di Parigi. Non ho forzato nulla, almeno consciamente; sono stato molto pignolo perché non potevo permettermi di affrontare un personaggio del genere a cuor leggero.
Perché raccontarlo in prima persona?
Sono molto fiero del mio ‘Onorato’, imitare lo stile di Balzac non è un gioco da ragazzi. Riuscire a comprenderne l’animo, nei limiti concessi a un essere umano, al punto da poterne riprodurre in qualche modo la scrittura o il pensiero, è stato certamente un azzardo che ho voluto correre. Lo stile, la voce, la forza. Dovevo affrontarle. Quale sia il risultato non lo so. So che gli elementi li possedevo e quindi ci ho provato. Di solito non ho un approccio così mediato. Per ‘Onorato’ ho dovuto studiare molto, prima. E’ accaduto solo in un altro caso, con “Spada”. In realtà tutto il discorso su Balzac non finisce qua: il libro fa parte di un progetto più ampio che prevede altri cinque romanzi. Non su Onorato, ma sull’esperienza, sui diversi tipi di esperienza che individui molto diversi tra loro possono servirci. Personaggi inventati o realmente esistiti. Di più non posso dire, ma spero di riuscire presto a pubblicarli tutti e far comprendere cosa avevo in mente.
Al di là di un’arte che non conosce soste, che percezione aveva Balzac del suo ruolo nella letteratura del tempo?
Estrema. Sapeva di essere un autore importantissimo. Peccato che, forse, fosse solo lui a saperlo.
Qual è il libro di Balzac che preferisce e perché?
‘Papa Goriot’, un noir ante litteram. C’è l’assassino, il poliziotto, il famoso giovine balzachiano che va a Parigi in cerca di fortuna, la delatrice che vende l’assassino alla polizia. Un romanzo straordinario.
Quanto conta il vissuto nella costruzione delle proprie architetture narrative?
‘Vissuto’ è una parola spaventosa e il Novecento è stato un cattivo maestro: la necessità di vivere una marea di esperienze per poterne scriverne è una scemenza. Per scrivere bisogna aver letto tanto, sin dalla tenera età. E imparare ad analizzare se stessi. Ci sono aspetti silenti, invisibili a cui l’autore arriva grazie alla sua sensibilità.
Come far parlare Balzac con una contessa.
Problema delicato. Basarsi esclusivamente sulla scrittura e sull’analisi non basta. Bisogna aver avuto una storia d’amore con una nobildonna? Non è indispensabile. Acquisire una faccia tosta nella relazione con l’altro sesso è importantissimo, ma nella vita contano anche altri rapporti. Giocosi, di amicizia. E’ possibile arrivarci per altre strade.
Scrivere l’ha resa più consapevole o più libero?
Entrambe le cose
Che vita sarebbe stata senza la scrittura?
Mi sarebbe piaciuto fare il capitano marittimo. Andare per mare. Amo molto l’avventura, la vita a bordo. La morte della marineria è stato un trauma sconvolgente per i viaggiatori. La vita di mare è quella che ti permette di condividere con amici, o persone sconosciute, un mondo intero, pur riassunto nella sola esperienza della navigazione. Oggi si fanno viaggi tutto incluso mentre io cerco, con fatica, di fare un viaggio per mare. Mica è facile: non c’è lo spazio passeggeri sulle navi da carico. Eppure il viaggio fa parte delle esperienze di fronte alle quali uno scrittore non dovrebbe mai tirarsi indietro.
Le navi da crociera: opzione poco praticabile, mi par di capire.
Ricordo di averne fatta qualcuna quando mio padre navigava: era un mondo elegante, signorile, oggi definitivamente scomparso. Non mi appassiona l’idea di finire un paio di settimane su una nave in mezzo a bambini viziatissimi e urlanti che fanno cagnara tutto il giorno.
Frammenti di vita americana.
A Chicago, per qualche tempo. Una vita molto diversa dalla nostra: essenziale per certi aspetti, lussuosa per altri. Tante cose, per noi eccezionali, lì diventano scontate. L’assicurazione sulla casa, ad esempio, è pratica abituale. Qui nessuno ci pensa. Malgrado i terremoti.
La sua famiglia vive da sempre in un’area, quella di Casamicciola alta, fortemente sismica e colpita di recente da un terremoto. E’ cambiato nel tempo il suo rapporto con l’imponderabile? E’ fatalista?
Non sono un fatalista. E’ necessario prepararsi, reagire, fare in modo che le case siano costruite come si deve. Ho vissuto il terremoto da vicino, è stata certamente un’esperienza spaventosa e in questi giorni sono ospite da una mia zia perché la mia abitazione insiste nella zona rossa. Non bisogna presentarsi vulnerabili di fronte a eventi così terribili. Si può essere più preparati. Bisogna esserlo.
Autori noir che predilige.
Richard Stark, Raymond Chandler e Agatha Christie.
Simenon?
Neanche è un po’. E’ diventato una moda. Non ha grande sostanza, almeno secondo me.
Altri maestri?
Raffaello. Quando abitavo a Roma, andavo nei musei a studiarlo almeno una volta a settimana. Platone, uno stilista gigantesco. Anche lui si cimentava nel gioco di calarsi nei panni dei personaggi dell’epoca per scrivere i suoi famosissimi diari. In musica amo molto Mozart.
Del Novecento letterario cosa le piace?
Tre nomi: Celine, Bukowski, Hemingway.
Nessun italiano?
Bonelli e le sorelle Giussani. Mi piaceva anche Attilio Veraldi, che negli anni ’70 scriveva romanzi come “La mazzetta”, “Naso di cane”, “Uomo di conseguenza”.
Del Pericle cinematografico che ne pensa?
Quando a Palermo ho incontrato il regista Stefano Mordini, l’ho un po’ provocato: perché non l’hai girato a Napoli? Non so niente di Napoli – mi ha risposto – avrei dovuto viverci 20 anni per ambientare il film lì. Una risposta rispettabile, in fondo sono tantissime le ragioni per non ambientarlo a Napoli. Del film alcune cose mi hanno convinto e altre meno. E’ il gioco delle parti, va bene così.
So che ha scritto un prequel di Pericle dalla lunghezza fluviale. Sembra fatto apposta per la serialità in tv.
Sì, forse ci ho pensato mentre scrivevo. La tv non la seguo e la serialità non mi entusiasma. Nemmeno quella americana, oggi così celebrata. I “Soprano”, ad esempio, non mi è piaciuto. La sua unica finezza è che sembra critica e invece non lo è. Ho anche visto qualche episodio di “The young Pope” di Sorrentino. Non è malaccio, ma non è il mio genere.
Per Giuseppe Ferrandino cosa c’è oltre i margini del foglio?
Si scrive anche per trovare un ordine spirituale. Passeggio quattro ore la mattina presto per tenermi in forma. Poi mi immergo completamente nella scrittura. Per molti anni ho tentato di raggiungere questa fase di astrazione perenne per poter perennemente scrivere. Senza mai fermarmi. E’ stato il sogno di tutta la mia vita, l’ho inseguito a lungo e ho pagato un prezzo altissimo per praticarlo. Da 12 anni scrivo tutti i giorni. Un piacere troppo grande al quale non voglio più rinunciare.
(photo: Lucia De Luise)

 

 

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