Guerra dell’Acqua tra Evi e Regione
Scontro da 8,4 milioni tra società pubblica e Campania. A rischio il servizio idrico dell’isola. Palazzo Santa Lucia dice no alla riduzione del credito, la società pubblica ricorre al TAR. In gioco non solo i conti, ma la continuità del servizio idrico sull’isola d’Ischia

Una società pubblica che gestisce l’acqua in regime di monopolio naturale su un’intera isola, un debito superiore agli otto milioni di euro, un piano di risanamento che promette di restituirne più della metà e un no deciso della Regione Campania, nel mezzo un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale che potrebbe incidere non soltanto sui conti di una partecipata ma sulla continuità stessa del servizio idrico a Ischia, è questo lo scenario che si è aperto con lo scontro istituzionale tra Energia Verde ed Idrica S.p.A., la società interamente pubblica controllata dai sei Comuni dell’isola e responsabile del servizio idrico integrato, e Palazzo Santa Lucia, chiamato ora a difendere davanti al TAR di Napoli la scelta di respingere il Piano Attestato di Risanamento presentato dall’azienda
Secondo quanto riportato nel ricorso depositato nei giorni scorsi, EVI avrebbe accumulato un’esposizione debitoria di circa 8,4 milioni di euro nei confronti di Acqua Campania S.p.A., concessionaria regionale per la fornitura dell’acqua, un debito che, stando alla ricostruzione contenuta nel piano industriale 2024-2040 allegato agli atti, sarebbe frutto di una serie di fattori in larga parte esterni alla gestione aziendale, tra questi l’impatto della pandemia con il rallentamento dei pagamenti da parte delle utenze, l’impennata dei costi dell’energia, i ritardi nell’adeguamento delle tariffe e le criticità strutturali della rete con perdite significative, un insieme di condizioni che nel tempo avrebbe compromesso l’equilibrio finanziario della società
Debito da 8,4 milioni e scontro istituzionale tra EVI e Regione. Il caso finisce davanti al TAR Napoli con possibili ricadute sull’isola
Per evitare l’ipotesi di una procedura concorsuale liquidatoria il Consiglio di amministrazione di EVI nel luglio 2024 ha deliberato la predisposizione di un Piano Attestato di Risanamento ai sensi dell’articolo 56 del Codice della Crisi d’Impresa, una proposta che prevedeva il pagamento di 4 milioni e 646 mila euro, una rateizzazione in quindici anni con un tasso del 2,5 per cento e un soddisfacimento del credito pubblico pari al 55,40 per cento, piano la cui fattibilità è stata attestata da un professionista indipendente iscritto all’Albo dei Gestori della Crisi.
La risposta della Regione è arrivata con una nota del 12 dicembre 2025 nella quale la Direzione Generale per il Ciclo Integrato delle Acque ha rigettato la proposta richiamando la Delibera di Giunta Regionale n. 524 del 2019 che imporrebbe un vincolo di irrinunciabilità dei crediti per capitale e interessi al tasso legale, posizione ribadita con una successiva comunicazione del 12 gennaio 2026, in sostanza secondo l’amministrazione regionale il credito pubblico non può essere oggetto di riduzione
Nel ricorso al TAR la società contesta questa interpretazione sostenendo che il Piano Attestato non sia una semplice transazione ma uno strumento previsto da una norma primaria nazionale, il Codice della Crisi d’Impresa, che in base al principio di gerarchia delle fonti dovrebbe prevalere su una delibera regionale, a sostegno di questa tesi viene richiamato anche un parere pro veritate secondo cui la materia rientrerebbe nell’ordinamento civile di competenza esclusiva dello Stato, la questione giuridica è dunque tutt’altro che marginale e ruota attorno alla possibilità che un atto regionale possa di fatto impedire l’applicazione di uno strumento previsto dalla legislazione statale
La Regione respinge il piano di rientro di EVI, la società pubblica ricorre al TAR. Sullo sfondo la tutela dell’acqua a Ischia
A rendere il quadro ancora più delicato è il riferimento a un precedente che EVI indica come elemento di disparità, quello relativo alla società Alto Calore S.p.A., nel cui concordato preventivo in continuità la Regione avrebbe accettato un soddisfacimento del credito pari al 14,30 per cento, un dato che, se confermato, porrebbe un confronto evidente tra il 14,30 per cento accettato in quel caso e il 55,40 per cento rifiutato per Ischia, circostanza che secondo la ricorrente integrerebbe una disparità di trattamento mentre la Regione potrebbe sostenere la diversità giuridica tra le due procedure
Nel frattempo pesa anche un altro fronte giudiziario perché Acqua Campania ha ottenuto un decreto ingiuntivo per l’intero importo e l’udienza sull’eventuale esecutività è fissata al 4 giugno 2026 davanti al Tribunale di Napoli, se il decreto dovesse diventare esecutivo prima della pronuncia del TAR la società isolana potrebbe trovarsi nell’impossibilità di far fronte al pagamento con il rischio concreto di scivolare verso una procedura concorsuale, nel ricorso si paventano conseguenze che andrebbero oltre il piano societario come la compromissione di un servizio pubblico essenziale, la perdita di posti di lavoro e un possibile danno erariale qualora in sede liquidatoria il recupero risultasse inferiore alla percentuale offerta nel piano
Al di là delle contrapposizioni giuridiche e dei richiami normativi la vicenda interroga la politica e le istituzioni su quale sia l’equilibrio corretto tra la tutela rigorosa del credito pubblico e la salvaguardia di un servizio fondamentale per cittadini e imprese, se sia più prudente puntare sull’integrale recupero formale delle somme o valutare una soluzione che garantisca continuità e sostenibilità nel tempo, la decisione del TAR arriverà su un terreno complesso dove diritto amministrativo e interesse collettivo si intrecciano e mentre si attende la pronuncia resta una domanda che riguarda l’intera comunità isolana, quale prezzo sarebbe davvero più alto da pagare, una riduzione concordata del credito o l’incertezza sul futuro dell’acqua che scorre ogni giorno nelle case di Ischia







