CULTURA & SOCIETA'

Hamnet, nel nome del figlio

Anima mundi. Esistenze sospese sul crinale dell’insondabile

DI ANNA DI MEGLIO COPERTINO

Chi fu davvero Shakespeare? Il film si apre silenzioso su due ( perché due? La coppia. La vita e la morte. La fragilità e la forza. L’apparire e il mistero) alti alberi di bosco, in una di quelle inquadrature che sanno restituire con semplicità il fascino “wilderness” che la natura esercita sull’immaginario dell’uomo, un incanto tale da appassionare naturalisti e psicologi. Realtà intrisa di magìa. Ieri percepita come tale da individui certo meno tecnologicamente, culturalmente avanzati, oggi … A cinema o davanti a ogni sorta di schermo siede lo spettatore, smaliziato, grazie a sovrabbondanza di finzioni e di spettacolarizzazioni, come pure di cruda realtà, che da tutte le zone del mondo giungono a penetrarlo e riempirlo e modificarlo, permeandolo e plasmandolo. “Hamnet. Nel nome del figlio”. Un titolo che suona misterioso e solenne.

Dal bosco emergono figure, semplici, quasi stilizzate, come a un contemporaneo tendono ad apparire quelle dei propri simili in abiti di altre epoche. Sotto gli alberi una creatura rannicchiata che poi si rivela essere una giovane donna. Si scuote, il suo sguardo cerca piante e cielo con un’espressione che immediatamente fa percepire una indefinibile intesa. Poi il fischio, a richiamare, approdando sul braccio di lei, un falcone, identità elementare, fiera, selvaggia, in sintonia con la donna, che del volatile ha simili caratteri. Un maestro privato, con dei bimbi intenti a ripetere e ripetere mnemonicamente in latino, osserva dalla finestra, scende ed è subito storia. Il film, della regista di origini cinesi Chloé Zhao (“Nomadland”), riprende fedelmente il romanzo omonimo di Maggie O’ Farrell, accogliendo e riproponendo in chiave anche visiva alcuni dati e ipotesi circa la vita di Shakespeare: i luoghi d’origine; le caratteristiche della casa paterna, davvero simile a quella che foto d’epoca attesterebbero; la professione del genitore di conciatore e guantaio, in cui William lo affiancò inizialmente; i debiti contratti da John, il padre, per cui pare il giovane fosse costretto a intraprendere l’attività di istitutore privato di latino (secondo le teorie, peraltro non documentate, di John Aubrey); il matrimonio di W. con Agnes (Anne Hathaway)… Scorrono così le vicende familiari: lui, mite, costantemente denigrato e martoriato da un padre padrone. Lei, a quanto si vocifera, figlia di strega. L’amore, gli ostacoli, la nascita di figli. La forza finalmente da parte di lui di opporsi al padre e di seguire la propria strada. Scrivere. Lui, che sembra incapace di parlare alla gente. Di trovare le parole giuste. Già. Esiste spesso un confine fra il sapersi rapportare in eloquio diretto ed estemporaneo con il prossimo ( dote talvolta notevole nei cialtroni) e l’arte della parola scritta. Non in tutti le due abilità convivono. Con finezza la resa interpretativa vi accenna. Da Stratford – luogo natio di Shakespeare – il protagonista dovrà spostarsi a Londra, nella speranza di riuscire ad emanciparsi economicamente, magari affermare il proprio talento, trovare un pubblico e in futuro farsi raggiungere dalla famiglia. I bimbi crescono fra la presenza e le assenze del padre, comunque schiettamente amorevole con i suoi cari. La madre pare avere doti intuitive magiche, conosce il potere delle erbe, appreso a sua volta dalla propria madre e che insegna alla prole. “Cosa vedi?” Le viene chiesto? A volte sa rispondere. Poi la peste. La morte che richiede il suo scotto. Il padre che giunge troppo tardi al capezzale di Hamnet (variante morfologica di Hamlet, a quei tempi molto diffusa), il suo unico figlio maschio, la frattura che si crea fra i coniugi, colpevole lui, per la moglie, di non esserci stato, di non aver assistito allo strazio, al dolorosissimo trapasso del bimbo. Pure, in modo apparentemente insensibile, ma necessario, ancora una volta, e subito dopo la tragedia, egli va via. Il tormento del lutto gli detterà il capolavoro dell’Amleto. Dopo un primo tempo in cui sembra dominare una visione opaca, remota, in troppo rapida evoluzione, di un tempo lontano da noi, come un qualcosa che in fondo non riesca a coinvolgere davvero, di personaggi umani che appaiono scialbi rispetto al fascino dei luoghi (gli ambienti naturali, i casali, le miti stregonerie, i silenzi di sottofondo o le voci misteriose di una natura pervasa da inquietanti segreti), di relazioni familiari appena abbozzate, si entra poi in un crescendo emozionale che culmina in apice di intensa, incontenibile commozione, sul palcoscenico del semplice teatro dove i fatti diventano arte, potenza evocativa, sublimazione dell’essenza di vita e morte, eterni parametri in cui si consuma la vicenda umana col suo corredo di speranze, obiettivi, conquiste, ferite, interrogativi. Bellissimo momento, penso, gli occhi umidi. Da tempo non lo pensavo. Da tempo il cinema non mi catturava in modo così intenso. Notevolissime le capacità interpretative dell’attrice irlandese Jessie Buckley (nei panni della protagonista femminile, in realtà la vera figura dominante in tutta la storia): gli sguardi, la personalità selvatica e appassionata, forte e sensibile. I suoi parti, specie quello gemellare, una apoteosi di dolore e viscerale, in tutti i sensi, empatia con natura, e lotta con la morte e colloquio muto con forze che attraversano materia, tempo, spazio, in uno sfinimento che annichilisce anche lo spettatore. Intanto il personaggio di Shakespeare, così fragile, mite, indistinto nelle battute iniziali, svaporato quale nebbiolina in cerca di identità, si intensifica, acquista vigore, pur sempre senza gonfiarsi di dati, di elementi, di presenze, senza essere davvero scandagliato, per quelle costanti celerità e superficialità di evoluzione (folate di vento, in cui gli uomini poco più che foglie appaiono) tali da lasciare sospesi, ma da rivelare nel finale una inattesa carica emotiva in termini di delicatezza e sensibilità e furia sofferta: essa viene liberata, appunto, in conclusione, trovando espressione nel punto di contatto che l’arte scenica del grande drammaturgo riesce a stabilire con lo sguardo e la figura della moglie, istanti prima irrequieta e spazientita e dolente spettatrice ai bordi del palco. E un’onda umana infine si impone, fluendo tra sguardi: da quello del personaggio scenico “figlio” in seno alla tragedia Amleto, nell’atto di morire, poi al personaggio “madre”, reale, Agnes, da loro alla fiumana del pubblico commosso, in attimi struggenti che coinvolgono anche noi spettatori al di là dello schermo. Al di là del tempo. Dono peculiare dell’arte. Solo allora Agnes “vede” ancora: il proprio bambino scomparso, rimasto sospeso fino ad allora sul limitare della morte, dove in precedenza la regista ce lo aveva mostrato crucciato e spaventato e dolente nell’atto di voltarsi indietro. Ricompare, lo stesso volto infantile, aggrondato, addolorato. I suoi occhi incrociano quelli materni e solo allora sorride, trasmettendo il sorriso anche a lei, la liberazione da un cruccio, la comprensione di un senso al di là di ogni senso. E la bocca dell’antro, ai nostri occhi buio, oltre la vita, ingoia la figuretta del bimbo.

La resa filmica si esprime in spirituale e lieve visione d’insieme, sfuma i contorni degli uomini, riducendoli a pochi elementi, di numero e di tratti, per confonderli e riassorbirli con/in un’anima mundi dai contorni vegetali e animali, una visione naturale di arcanum dominus. Essa svapora nel personaggio di William, acquisendo potenza solo grazie all’altrettanto misteriosa anima della sua arte, che d’un tratto lo condensa in un grumo di bellezza e dolore, e alla forza magmatica espressa dal personaggio femminile di Agnes grazie alla magnifica recitazione dell’attrice. Sobria la fotografia, fine e tale da rispettare la rude povertà di ambienti ed epoca ( siamo nella seconda metà del XVI secolo), senza enfatizzarla, come pure la resa di taluni elementi contenutistici, accennati e mai lasciati divenire esorbitanti o facilmente accattivanti(le dinamiche familiari, i rapporti sentimentali, i pregiudizi, le visioni misteriose). Sullo sfondo il respiro della perenne lancinante lotta che lo spirito dell’uomo deve ingaggiare col senso della propria esistenza, la capacità di confrontarsi con un mito del panorama artistico mondiale, quale Shakespeare, ridimensionandone la figura storica, lasciandola nuda e priva di armi, se non quella di fogli di carta e di un simbolico ligneo spadino in un duello impari e teneramente coraggioso con le sfide della vita.

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