«Ho chiuso l’albergo perché lavoravo solo per resistere»
Abbiamo incontrato il proprietario dell’Hotel San Michele Terme & SPA, Celestino Iacono: il lavoro di una vita, le scelte difficili, il coraggio di fermarsi e il racconto di un sistema che chiede sacrifici infiniti senza restituire futuro

Per oltre trent’anni ha aperto e chiuso la stessa porta, ogni mattina e ogni sera, sull’isola d’Ischia. Un gesto quotidiano che racconta una vita intera: una struttura alberghiera cresciuta insieme a lui, dentro una storia familiare fatta di sacrifici, mutui, lavoro senza orari e stagioni che non concedono tregua.
Oggi Celestino Iacono proprietario dell’Hotel Terme San Michele & SPA, fiore all’occhiello nel borgo più bello dell’isola d’Ischia, Sant’Angelo, ha deciso di fermarsi. Non perché mancassero i clienti, né perché l’azienda fosse in crisi, ma perché mancava l’orizzonte. Perché continuare non significava più costruire, ma solo resistere. «Il futuro aveva smesso di rispondere», racconta.
La sua non è una resa personale, ma una scelta lucida. Non la storia di un fallimento, bensì il racconto di un sistema che chiede sempre di più a chi produce e restituisce sempre di meno in termini di visione, strumenti e prospettiva. Quando un imprenditore sano decide di chiudere, il problema non è l’impresa: è il contesto.
In questa intervista Celestino Iacono parla di Ischia, di Sant’Angelo, di turismo e di impresa, ma soprattutto di dignità. Racconta cosa significa avere un hotel pieno e sentirsi comunque vuoti, vedere gli incassi trasformarsi da progetto a semplice sopravvivenza. E lancia un monito chiaro: se continuano a fermarsi quelli che hanno costruito l’economia dell’isola, Ischia rischia di perdere molto più di qualche posto letto. Rischia di perdere la propria anima.
«Non l’ha vissuta come una sconfitta personale, ma come una scelta lucida e senza rimpianti dopo anni di soddisfazioni. A fermarsi non è stata un’azienda sana, bensì un sistema che chiede sempre di più a chi produce e restituisce sempre meno».
– Celestino Iacono, perché ha deciso di chiudere?
«Perché avevo smesso di fare l’imprenditore e avevo iniziato a fare il resistente. Ogni stagione era una prova di forza: arrivavano gli ospiti, lavoravamo bene, l’hotel era pieno. Ma dentro di me sapevo già come sarebbe finita. Gli incassi non erano più uno strumento per crescere, erano solo un passaggio obbligato: coprivano costi, tasse, rate, anticipazioni. Alla fine dell’anno restava poco o nulla.
Quando il lavoro non lascia traccia, comincia a consumarti. Per questo ho deciso di dare in affitto la mia azienda alberghiera: negli ultimi anni avevo maturato la convinzione che gli enormi sacrifici non fossero più giustificati. Ho scelto di dedicarmi a una nuova professione. È stata una scelta di vita».
– C’è stato un momento preciso in cui ha capito che non era più sostenibile?
«Sì. Quando ho iniziato a rimandare tutto. Non per pigrizia, ma per paura. Rimandavo una ristrutturazione, un miglioramento, una decisione che avrebbe potuto dare valore all’azienda. Ogni scelta sembrava aggiungere peso a una barca già sovraccarica.
Non era più un’impresa che cresceva, ma un equilibrio fragile da non far crollare. Nel frattempo i costi aumentavano, mentre i servizi non progredivano di pari passo: penso alla depurazione, un problema storico dell’isola. Inoltre la stagione turistica, soprattutto a Sant’Angelo, si è contratta troppo per sostenere aziende medio-grandi e strutturate».
– Cosa ha significato tutto questo, umanamente?
«Vivere sempre in difesa. Non dormire sereno. Fare conti anche di notte. E soprattutto sentire di non poter più promettere nulla a chi lavorava con me, né a mia moglie né a mia figlia.
Un’impresa familiare vive di passaggi generazionali, ma io a un certo punto non sapevo più cosa passare. Purtroppo non tutti gli imprenditori hanno il coraggio di dire la verità: questa è la dura realtà con cui ci scontriamo ogni giorno»
Celestino Iacono:«Non è crisi d’impresa, è crisi di visione quando la politica non ascoltà più chi custodisce il territorio»
– Sua figlia e sua moglie cosa hanno pensato di questa decisione?
«Guardi, le rispondo con le parole di mia figlia. Sono state anche quelle a fermarmi davvero. Lei non voleva continuare il mio lavoro e un giorno mi disse: “Papà, tu non ti godi la famiglia. D’estate lavori anche sedici ore al giorno. D’inverno sei sempre nell’ hotel, tra ristrutturazioni e ammodernamenti: esci all’alba e rientri la sera. Io non voglio un futuro così. Non voglio rinunciare a godermi la mia famiglia.” In quell’istante ho capito che il prezzo da pagare era diventato troppo alto. Non era più solo mio. Con mia moglie questa scelta l’abbiamo fatta insieme, con fatica ma con sincerità.
Oggi viviamo. Ho tempo per me. E, soprattutto, abbiamo tempo per noi».
– Oggi cosa significa fare impresa a Ischia?
«È diventato quasi un atto eroico. Parliamo di un territorio meraviglioso ma fragile, con costi molto più alti rispetto alla terraferma e un tempo limitato per lavorare.
Alcuni costi, come la Tari, che viene calcolata a parità di superfici indipendentemente dai giorni effettivi di apertura, diventano semplicemente insostenibili».
- C’è stato un momento preciso in cui ha capito che non era più sostenibile
«Dopo il Covid. Nell’estate 2023 mi sono reso conto che era sempre più difficile reperire personale qualificato disposto a lavorare per periodi così brevi, giustamente.
Era evidente che, prima o poi, le aziende avrebbero dovuto organizzarsi con staff house per accogliere lavoratori da fuori isola, con un ulteriore aumento dei costi. In quell’estate ho deciso di fermarmi. Avevo bisogno di ritrovare entusiasmo».
– Ha vissuto questa scelta come una sconfitta personale?
«No, sinceramente. Ho svolto l’attività alberghiera con impegno e mi ha restituito per anni grandi soddisfazioni, professionali e umane. Ho voltato pagina senza rimpianti. Mi sono reso conto che stava fallendo un sistema che chiede sempre di più a chi produce e restituisce sempre di meno. Se un’azienda sana, senza debiti patologici e senza problemi di mercato, decide di fermarsi, allora il problema non è l’imprenditore».
Ha deciso di chiudere perché non si sentiva più imprenditore ma solo resistente, schiacciato da costi e obblighi che annullavano ogni prospettiva di crescita. Ha scelto di dare in affitto l’hotel e cambiare strada per riprendersi la vita.
– Lei parla spesso di solitudine imprenditoriale. È davvero così forte?
«Sì, perché quando le difficoltà sono diffuse diventano invisibili. Ognuno pensa di essere l’unico a faticare. Non esiste un luogo dove dire: “Così non funziona più”. Allora stringi i denti, vai avanti, finché capisci che stai consumando te stesso. Mi sono sentito solo, come se parlassi un’altra lingua, soprattutto quando insistevo sulla necessità di fare sistema. Non ho trovato interlocutori. Ne ho preso atto e sono andato avanti conservando le mie convinzioni. Col tempo, i fatti hanno dimostrato che forse non mi sbagliavo».
– Parla di fare sistema sull’isola d’Ischia?
«Esattamente. Il mio progetto, legato alla visione del turismo isolano e in particolare di Sant’Angelo, non era più realizzabile. Ho partecipato attivamente a tutti i tavoli di confronto, cercando di migliorare il “prodotto Ischia” e di costruire sinergie tra operatori e istituzioni. Le domande erano sempre le stesse: chi siamo? Cosa offriamo? Dove ci posizioniamo? Qual è il nostro target? A un certo punto ho capito di non avere interlocutori. In tre ristrutturazioni ho rinunciato a 13 camere per puntare sulla qualità e intercettare una clientela con maggiore capacità di spesa, capace di generare valore per tutto il borgo.
Poi ho visto arrivare persino le gite scolastiche a Sant’Angelo. È stato il segnale definitivo: non c’era più una visione o, se c’era, era solo mia».
– E il progetto del Consorzio Sant’Angelo d’Ischia, lo slogan era “La tua vacanza di qualità?”
«È stato un progetto in cui ho profuso un enorme impegno e che nei primi anni ha dato risultati importanti: gruppo d’acquisto, risorse per pubblicità, decoro urbano, eventi. Poi si è arenato. Ha prevalso l’individualismo».
– Cosa l’ha colpita di più dell’intervista a Luca D’Ambra?
«L’idea dell’albergatore come “custode del territorio”. Mi ci sono riconosciuto profondamente. Ho custodito luoghi, valori, identità. Ma non puoi essere un custode se vieni trattato solo come un contribuente da spremere. La custodia richiede strumenti, fiducia, alleanze. Senza, diventa un peso che schiaccia. Più in generale ho trovato la sua un’analisi lucida del comparto e una direzione chiara, anche se non facile, soprattutto per la naturale difficoltà degli ischitani a lavorare insieme».
– Cosa rischia l’isola se questa tendenza continua?
«Rischia di perdere le sue radici economiche. Usciranno prima quelli che hanno storia, nome e cultura d’impresa. Resteranno strutture senza identità o proprietà lontane dal territorio. Ischia continuerà a funzionare, ma non sarà più la stessa».
– Se potesse parlare oggi con chi governa il territorio, cosa direbbe?
«Direi di ascoltare prima che sia troppo tardi. Perché quando un imprenditore chiude non fa rumore. Ma il silenzio che resta è enorme. Direi alla politica di stare al fianco delle imprese, non contro. Ai sindaci di fare scelte coraggiose: traffico ridotto, trasporto pubblico efficiente e sostenibile, depurazione, una governance unica.Il “Patto socio-economico per lo sviluppo dell’Isola d’Ischia” del 2015 è lo strumento giusto, ma va attuato. Ischia è una nell’immaginario di chi la visita. La frammentazione amministrativa è una condanna per le imprese e per le famiglie. I costi sono eccessivi per mantenere sei comuni».
– E a chi è ancora dentro il sistema Ischia?
«Non mi sento di dare consigli. Posso solo dire di non vergognarsi delle difficoltà e di non pensare che resistere sia sempre una virtù. A volte fermarsi è un atto di lucidità. Perché se continuano a uscire quelli che hanno costruito questo tessuto economico, Ischia perderà molto più di qualche posto letto: perderà memoria, dignità e futuro».








Complimenti un analisi perfetta
Sono diversi anni che vado ad Ischia e devo dire che questo Signore albergatore ha perfettamente ragione. Ogni anno ho notato un cambiamento più in negativo che positivo. C è sicuramente qualcosa che non va e secondo me va imputato alla politica dei comuni. Diversi hotel che prima erano i fiori all occhiello dell isola, hanno perso la loro identità. Li trovo trascurati, sciatti. non molto organizzati per il fare stare bene gli ospiti. Praticano prezzi molto economici, che vanno a discapito della qualità anche riferita alla presenza turistica. D altroché non potrebbe essere diversamente, perché credo che Ischia, che principalmente vive di turismo, avrebbe bisogno di idee progettuali che alimentino la voglia di ritornarci e non soltanto per le cure termali. Molti alberghi, quelli datati, andrebbero sicuramente migliorati. Tutto ciò va anche a discapito del commercio turistico del luogo, dove i negozi, i bar sono quasi sempre vuoti.. Dispiace per l isola verde dove comunque ci ritorno per trascorrere un periodo per cure termali.
L’imprenditore Celestino Iacono, ha avuto le sue giustissime ragioni per decidere di fermarsi e dare il suo bellissimo albergo in gestione , in uno dei luoghi dell’isola d’Ischia qual’ è s. Angelo. Ma è ancora giovane per una resa . Per cambiare le cose ,e un sistema in perenne immobilismo, bisogna secondo il mio modesto parere non mollare . Ma continuare con una resilienza e forza da Leoni. Un mattone alla volta si costruiscono Palazzi resistenti ,che molto difficilmente crollano. L’isola ha bisogno di questi Leoni e di questa Resilienza. Sono convinta che gli imprenditori con queste capacità ,sanno coinvolgere tutta la collettività . Poiché nessuno si salva da solo.
Un’analisi veritiera che lascia l’amaro in bocca! Spero che qualcuno ascolti e dia risposte concrete, ma le prime risposte devono venire dai singoli, che siano imprenditori o cittadini!
Celestino, ci hai provato: puntare sulla qualità e non sulla quantità. Quando parli delle gite scolastiche, hai detto tutto. Nei 24 anni di lavoro trascorsi a Ischia, nell’ ospedale Rizzoli, mi è capitato di essere a s. Angelo nel tardo pomeriggio di una Pasquetta: il deserto. E lo stesso a fine weekend, quando i napoletani danarosi tornavano a Napoli con i loro yacht. Potevo lavorare fino ad agosto di quest’ anno, ma ho preferito andare via prima, in pratica nel settembre 2024. Cioè, dopo che per poco il crollo di un pezzo di soffitto nell’ ingresso, per poco, solo per fortuna, non ha causato un morto. Vedevi due, forse tre operai che lavoravano per il “nuovo” Rizzoli, mentre nel vecchio mancavano gli anestesisti, i pediatri e gli ortopedici erano solo due, ogni Unità Operativa Complessa aveva problemi. Sono stato molto in contatto con Luca d’Ambra, presidente della Federalberghi; anni fa si riuniva nei Giardini Ravino un gruppetto di ischitani “intelligenti” e per bene, che voleva “fare” per migliorare Ischia. Mi chiesero un parere su una trasformazione del Pio Monte della Misericordia in un plesso sanitario dedicato alla Ortopedia, compresa la Riabilitazione. Contattai Architetti ed Ingegneria esperti di Edilizia Sanitaria: parere negativo. Dopo la caduta dell’ intonaco, una sera, quasi per magia, riuscii a fare incontrare gli ex Sindaci di Forio, Franco Regine e Francesco Deo, con un paio della governance attuale. Mi resi conto che si facevano solo chiacchiere, e, ove mai ce ne fosse bisogno, il grande problema era grosso come un macigno: la mancanza del comune unico. Ognuno pensa al proprio orticello, e si tira avanti. Sono entrato per la prima volta in una sala operatoria ed in una Rianimazione nel 1975. Di 50 anni di lavoro, 24 li ho trascorsi al Rizzoli. Mi piangeva il cuore nel vederlo così mal ridotto, così trascurato sotto il profilo organizzativo. Sono napoletano, ma da isolano adottato ed adottivo, non sono riuscito a resistere. E sono andato in pensione prima del tempo.