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HUNGER GAMES, IL CANTO DELLA RIVOLTA – La recensione

Gianluca Castagna | Ischia – Game(s) over. Liturgie della liberazione di una giovane donna, Katniss Everdeen, sospesa tra autoesilio e determinazione, oblio e oppressione. Un détour tra le voci di dentro e i rumori che illuminano la coscienza fino alla resa dei conti con il lato oscuro della democrazia.
“Hunger games – Il canto della rivolta parte 2” è il tassello finale di un mosaico di cui già possedevamo l’immagine. L’ultima fermata di un lunghissimo viaggio di cui era già nota la destinazione.
Dopo l’attesa (spasmodica, per i fan sfegatati), andare a vedere questo film sarà qualcosa di più che andare a vedere un film qualunque: il cerchio si chiude (definitivamente?), i destini si compiono, si scrive la parola fine. I patiti difenderanno il corpus a spada tratta, anzi, ad arco teso, perché – comunque sia andata – hanno sempre l’impressione che ogni capitolo della saga, anche quello più stiracchiato come il penultimo, sia stato realizzato per loro, quasi personalmente. Quindi tutti con Katniss per la battaglia finale.
Ma quanti rimpianti per un sottotesto che avrebbe richiesto ben altri adattamenti, soprattutto altri occhi.

Il canto della ricolta (foto secondaria al posto della pubblicità)Jennifer Lawrence, diventata nel frattempo attrice di gran temperamento (ha perfino un Oscar nel tinello), è pronta a sferrare l’attacco finale al cuore del regno di Panem. La ragazza, a capo più di una sommossa, tira fuori il meglio di sé solo nelle situazioni estreme: stavolta il round definitivo non deve fare prigionieri. Non importa della promessa fatta dalla Presidentessa Julianne Moore (chi le crede, ormai?): è Katniss a dover uccidere il perfido Snow (Donald Sutherland) e liberarsi una volta per tutte di quelle mortifere rose bianche che sono l’opposto dell’innocenza che vogliono emanare. Aver ridotto il dolce Peeta al quasi rimbambimento non può essere perdonato, l’eroina è disposta perfino a negare se stessa (mentendo, ingannando, rivelandosi arida e cinica) pur di sconfiggere la cieca malvagità della tirannia capitalistica di Panem.
L’odissea a imbuto prevede una squadra d’assalto (la Star Squad 451) in missione militare contro Capitol City. Il fragile stato mentale di Peeta, i pericoli continui, i nemici e le trappole mortali nascosti nel cuore del potere, renderanno questa battaglia molto più complicata, faticosa e avvincente di qualunque altra prova affrontata prima negli Hunger Games che hanno preceduto il finalone.
Il film si confronta con la realtà della morte attraverso modalità che spesso il cinema d’azione tende a schivare. La brutalità delle esperienze passate di cui è marchiata questa gioventù conduce a battute a doppio taglio, se a recitarle non è un fuoriclasse (“E’ la guerra, uccidere le persone non è un fatto personale”), ma tutto sommato l’energia sovversiva prevale sulla tristezza, l’esplosione allucinogena del colore sull’estetica fascista dei grigi dominanti. E se Tigris, donna gatto in pelliccia, riflette improbabili punti di vista animaleschi del microcosmo, sono le parentesi sentimentali (poche) a far palpitare i cuori degli spettatori più romantici.
Quale dei due spasimanti sceglierà? La fine del dilemma amoroso è nota, ma chi se ne frega?

Il ritmo di questo ultimo capitolo, così controllato nei primi due episodi, diventa schizofrenico con decise impennate che si alternano a vistosi cali di tensione. Spiace dirlo, ma di fronte a una costruzione affatto disprezzabile, quel che resta sono alcuni scorci che fanno della bellezza scontrosa di Jennifer una maestosa e volitiva icona dell’eterno femminino. Non imbrigliabile nemmeno dal ruolo di eroina acclamata dalle genti, formidabile oggetto mediatico, quindi sfruttata dal potere che vuole addomesticarla se proprio non riesce a (s)opprimerla.
Come tre anni fa, è ancora lei l’ingrediente che fa impazzire il copione, che smaschera l’illusione delle immagini pur in un progetto di ipertrofia del gesto e della spettacolarità. Paradossi per i quali sperimentiamo continuamente il massimo della visibilità e il limite della visione. Al cinema e non solo.

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