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LE OPINIONI

I coniugi Gianturco e la toponomastica ischitana

Ad Ischia, si è parlato, in questi giorni, dell’onomastica di strade, piazze o addirittura stadi di calcio, com’è il caso di Napoli. Sono state sollecitate le amministrazioni comunali a rivedere o aggiungere alcuni nomi di vie e piazze. Il Comune di Barano ha fatto di recente una revisione totale della toponomastica di paese. Il Comune d’Ischia, dopo che andò a buon fine l’intitolazione della piazzetta di punta Molino a Ugo Calise, viene sollecitato ora, da un comitato cittadino, a cambiare il nome da Vico Marina di Ischia Ponte in Vico Piero Malcovati. A ciò si aggiunge il dovere morale di

immortalare il nome di Edoardo Malagoli (l’uomo che ci ha fatto conoscere il sapore della libertà ) nella zona antistante l’Albergo Miramare e Castello, dove c’è l’inconfondibile portone ed androne e l’appartamento a piano terra in cui il professore ha abitato per anni, circondato da scaffali di libri e con,all’esterno, l’imbarcazione sempre pronta a scivolare nel mare. Antonio Lubrano ha recentemente riproposto un suo vecchio articolo in cui segnalava una sequela di personaggi ischitani, tutti degni di essere – in qualche modo – ricordati nella nostra toponomastica. A Forio si sollecita una dedica a Giovanni Verde, a Vito Mattera (libraio per eccellenza) e a Mimì Savio (a cui tutti riconoscono passione civile e coerenza, a prescindere dall’ideologia che lo guidava). Nella vicina Napoli si è voluto omaggiare il grande campione di calcio Maradona, cambiando il nome da Stadio San Paolo in Stadio Diego Armando Maradona. Ma Lello Montuori su Facebook ha postato un articolo di Repubblica a firma dell’artista Luigi Vicinanza nel quale si critica non l’omaggio a Maradona bensì la cancellazione del ricordo di San Paolo che, nel 61 d.C., transitò nell’area flegrea, prima di andare a mettere la propria impronta all’impero romano di Nerone. Vicinanza e Montuori sospettano che in questa scelta, fatta sotto la spinta popolare, ci sia una sorta di “olocrazia”, cioè di un “potere delle masse informi”, che impedisce di vedere, in alcune figure storiche, l’universalità e il duraturo ricordo. Insomma, con un filo di ragione in più, sarebbe stato meglio chiamare lo stadio “San Paolo-Maradona”. Una cosa è abolire un nome asettico come “Vico Marina”, altro invece è cancellare San Paolo.

Proprio a Napoli, già nel 1890, Sindaco Nicola Amore, fu istituita una commissione composta dalle menti più brillanti della città, presieduta da Bartolommeo Capasso, a cui partecipò anche un giovanissimo Benedetto Croce. Napoli fu la terza città, dopo Londra e Parigi, ad adottare un provvedimento del genere. Oltre al pericolo di “abbattere statue” o nomi di un’epoca che fu, solo perché l’attualità impone statue o nomi alternativi o il governo al potere ha altri idoli da rispettare o che la “folla” diversamente reclama, c’è un altro pericolo: che, ad un certo punto, nomi di strade, piazze o statue vedano sfumare – nel tempo – ogni ricordo e ogni cordone ombelicale con la società vivente. Quanti ricordano,ad esempio, ad Ischia, l’origine dei nomi di tante strade: Antonio De Luca, Alfredo De Luca, Michele Mazzella, D’Aloisio, De Rivaz, Mirabella e tanti altri nel solo Comune d’Ischia, per non parlare degli altri Comuni isolani? E allora qui, per dimostrare come le nebbie della memoria collettiva ci fanno perdere il filo della storia, vorrei soffermarmi su due di questi nomi di strade, perché si tratta di due coniugi, di due traverse che, dal Corso Vittoria Colonna, si allungano verso il Lido e perché parliamo di persone illustri che venivano a trascorrere la loro villeggiatura nella villetta Migliaccio-Balestrieri di via Vittoria Colonna.

Stiamo parlando di Emanuele e Remigia Gianturco. Emanuele Gianturco ( 1857-1907) era nato in provincia di Potenza e morì a Napoli, aggredito da un cancro alla gola. Fu giurista di primo piano, famosa – su tutte – la sua opera “Crestomazia di casi giuridici in uso accademico” e fu politico importante: Sottosegretario di Stato di Grazia e Giustizia nel 1893 nel governo Giolitti; Ministro della P.I. nel 1896, regnante, Umberto I, capo del Governo Di Rudinì; Ministro di Giustizia nel 1897 e nel 1900; Ministro dei Lavori Pubblici nel 1906; deputato per molte legislature. Si era trasferito a Napoli all’età di 20 anni per frequentare la Facoltà di Giurisprudenza e per le lezioni di musica al Conservatorio di S.Pietro a Maiella, fino a conseguire il titolo di Maestro di musica. La pubblicazione della sua tesi di laurea in Diritto civile gli valse il titolo di privato docente di diritto. Collaborò alla rivista napoletana “Il Filangieri”, su cui pubblicò numerosi e importanti saggi di diritto ( giro la segnalazione a Benedetto Valentino per la sua Emeroteca). A 30 anni, divenne titolare di cattedra all’Università di Napoli e fu eletto deputato per il collegio della Basilicata .Fu capofila della “Scuola napoletana del diritto civile” insieme a Scialoia, Coviello, Stolfi. Nel 1926, ad Avigliano, paese potentino di nascita, fu eretta una statua, a suo ricordo, nella piazza principale del paese. Un incendio nella sua casa napoletana aveva provocato la distruzione di molti suoi documenti e scritti, per cui l’archivio politico-giuridico è incompleto. Di recente è stato ricordato dal prof. Guido Alpa, giurista mentore del premier Giuseppe Conte, a proposito dell’evoluzione costante del diritto privato, che tende sempre più ad essere permeato dal diritto pubblico. Gianturco si soffermò molto sul significato del “contratto” che, oltre all’aspetto economico, deve tener conto delle ricadute sociali. Oggi, sottolinea Alpa, con la crisi economica e con la pandemia è sempre più necessario, come ben aveva visto Gianturco, l’intervento dello Stato a sostegno dei privati, per cui – giocoforza – i confini del diritto civile si ampliano fino a toccare il diritto pubblico.

Credo che gli avvocati ischitani farebbero bene ad approfondire gli studi giuridici di Gianturco e,perché no, a valutare l’istituzione di un Centro Studi Isolano di Diritto, a lui intestato. E ora ci resta da spiegare il ruolo svolto da Remigia Gianturco ( Remigia Guariglia 1865-1919). Fu moglie e madre di otto figli. Seguiva costantemente il marito nelle campagne politiche e, soprattutto, scrisse un “Diario di famiglia” che voleva contribuire a far emergere, in tutto tondo, il marito Emanuele, oltre che come politico e giurista, anche come uomo, marito e padre. Certo un “Diario di famiglia” è una fonte minore di storia, che va verificata e incrociata con altre fonti storiche, ma non per questo è meno importante. Il Diario è composto di 4 volumi, custoditi attualmente nella Biblioteca di Avigliano e consultabile dal pubblico. Remigia lo scrisse su sollecitazione di Emanuele, per lasciare una traccia e un insegnamento ai propri figli. Ci resta da fare qualche considerazione: poiché la memoria individuale tende a sfumare nel tempo, resta la scrittura a fare da prolungamento della memoria. E’ come aggiungere alla memoria interna di un computer, una memoria esterna, in modo da ampliarne la portata. E’ anche per questo che biblioteche ed emeroteche hanno una grande funzione, tanto più se al cartaceo si aggiungono memorie digitali, molto più potenti di ogni memoria orale o stampata. Ad un patto, però, che le memorie scritte e digitali non costituiscano un alibi per affievolire ulteriormente la memoria individuale .Platone scriveva nel Fedro: “L’alfabeto ( e la scrittura) farà sì che nell’anima del discente trovi luogo il dimenticare per l’indebolirsi della memoria, in quanto che essi – fidandosi della scrittura – ricorderanno da di fuori per mezzo di segni estranei, non dal di dentro di sé medesimi”. Pertanto, affinché le targhe apposte alle strade, com’è il caso di Emanuele e Remigia Gianturco, abbiano un senso storico e non si riducano a marmi insignificanti, devono restare vive nella memoria individuale e collettiva della comunità. E qui non possiamo che rimarcare il ruolo e la responsabilità della Scuola nel ravvivare costantemente e dare un senso alle due memorie (individuale e collettiva).

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