CULTURA & SOCIETA'

I fagioli “spollichini” e la vecchia chichierchia, cenerentola dei legumi d’estate

Da dimenticato pasto dei poveri a prelibatezze della nostra cucina casareccia

Sorprenderà i lettori I nomi di questi prodotto che qui trattiamo, della nostra terra, ormai per buona parte, diventata quasi incolta, nel senso che sono rimasti in pochi a coltivarla a largo raggio, fatta eccezione di alcune aziende agricole organizzate che da pochi anni, molto eroicamente operano sul territorio dall’altro versante dell’isola.

Dicevamo di questi nuovi prodotti, dal nome comune il primo ed inusuale il secondo per l’ultima generazione e forse anche per la penultima , ma per quella prima di queste due, ossia la generazione dei nostri nonni, il nome in chichierchia era niente affatto sconosciuto. Anzi ,faceva parte di quei prodotti alimentari di uso quasi quotidiano, quando in tavola scarseggiava, per modo di dire, il meglio. Senza altro giro di parole, diciamo subito che i prodotti di cui vogliamo parlarvi, sono gli spoleghini o spollichini ed in particolare la Chichierchia, che fuori dell’isola chiamano invece cicerchia, della larga famiglia dei legumi, schiacciata, a mezza strada tra i ceci e gli stessi fagioli-spoleghini.

La chichierchia è stata sempre considerata il legume povero da dare in pasto ai poveri. A Ischia fra le famiglie di buon nome e agiate, non figurava mai nella lista della spesa . Solo a parlarne alle donne di casa più altolocate, sembrava offensivo e degradante, perchè loro stesse, quando ritenevano di insultare una propria conoscente di rango inferiore, la frase sprezzante che rivolgevano alla malcapitata era la seguente: “…Tu devi mangiare solo chichierchie…”, a significare che non erano degne di mangiare il buon cibo o che non avevano la possibilità di procurarselo. Di qui la frase offensiva di chi la pronunciava in una società isolana del passato, divisa tra chi poteva e chi non poteva, tra chi doveva accontentarsi di pasti poveri del tempo come fagioli e pasta, pasta e patate,ceci e pasta, spezzatino, polvere di piselli e fave, e chi al contrario poteva permettersi pasta della migliore scelta, carni di primo taglio e pesce di qualità, pescato apposta per questo tipo di vendita.

Fra tanto, a fare la figura della cenerentola in mezzo alla sua famiglia di legumi era la chichierchia, relegata al posto di ultima nella lista dei legumi da sacco esposti negli empori dell’epoca. A scuola, alle elementari, per esempio, nessuno diceva al compagno di banco che a casa per il pranzo quel giorno la propria mamma aveva preparato zuppa di chichierchie. Sarebbe stato preso dalla vergogna , perché gli avrebbero rinfacciato di essere figlio di famiglia povera, costretta a mezzogiorno e sera a mangiare solo chichierchie. I ragazzi, spesso sono crudeli quando decidono di…fartela pagare. Quindi chi sapeva che in quel preciso giorno a casa propria per pranzo ci sarebbero state realmente le chichierchie, se ne stava zitto muto, senza lasciarsi scoprire. Così… l’onore era salvo.

Ma la chichierchia, nonostante l a sua denominazione non proprio al top del gradimento, ha una sua storia rilevante che alla fine porta a considerazioni di diverso tenore, quasi a conferirle il passaporto per accedere alla famiglia ufficiale dei legumi che contano. Al riguardo va detto che la chichiechia è uno dei legumi più antichi, abbastanza squisiti e più consumati dai nostri progenitori. Già solo per questi tre motivi andrebbe riscoperta e utilizzata, almeno di tanto in tanto. Di sapore delicato, unico, secondo alcuni tra i ceci e i fagioli, è unica anche per la sua forma, vagamente quadrangolare e molto irregolare, tanto che quasi non si trovano due semi uguali. Oggi, sembra incredibile, essa è rara e costosa (anche 5-7 euro al chilo), coltivata solo in piccole aree più tradizionali lungo l’Appennino (Umbria, Toscana, Marche, Abruzzo ecc.), per un ristretto mercato di intenditori o nostalgici del cibo contadino, è stata molto usata in passato in tutta l’Europa del centro-sud come cibo povero, e tuttora nelle aree geografiche più aride e arretrate di Africa, Asia e America del Sud, perché è una pianta rustica che non abbisogna di concimi speciali o antiparassitari, e sopravvive bene alla siccità.

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E’ stata, insomma, ed è tuttora il cibo di tutti i giorni – sempre meno, però – dei popoli che combattono con la carestia, la mancanza d’acqua e il sole. Anzi, secondo agronomi e chimici, proprio nello stress ambientale il legume dà il meglio (sapore, polifenoli e altre sostanze anti-nutrizionali utili). Ad Ischia hanno smesso di coltivarla da qualche decennio, anche se dalle parti di Fontana e di Succhivo, alle porte di Sant’Angelo, c’è chi resiste e ne cura la coltivazione. Quelle poche piante che mantengono in vita questo vecchio e discriminato prodotto della nostra terra nel momento de germoglio presentano alcuni fiori di vivido colore che va dal rosso al fuxia, al verde. Dalle nostre parti crescono abbastanza bene nella zona flegrea, mentre a Bacoli addirittura organizzano la giornata delle chichierchie.

Per gli spolighini, ossia i fagioli freschi resiste la vecchia tradizione d’estate. Una zuppa di fagioli spollichini che richiama, ancora oggi, il ricordo della nonna con i suoi capelli raccolti, con il “mantesino” ossia il grembiule, ancora fresco di sapone e che, con le sue mani stanche e spesso accaldate, iniziava, a sgranare i fagioli freschi, prima, di metterli, a cuocere, borbottanti, aggiungendo magari  anche la pasta mischiata e accompagnando la cottura dal giro esperto di una vecchia cucchiarella di legno. Altro che pasto dei poveri. Chichierchie e spolighini sono una gustosa realtà alimentare della nostra cucina casareccia.

antoniolubrano1941@gmail.com

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