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I GIOVANI TRA LINGUAGGIO E RELIGIONE

DI FRANCO BORGOGNA

Dei giovani si parla da tempo e sempre più spesso, ma il più delle volte con vuota retorica. Da ultimo, al Festival di Sanremo è stato ricordato il 30enne di Udine che si è suicidato, non sopportando più i dinieghi, al termine di ogni colloquio di lavoro, all’assunzione. Michele, questo il nome del giovane, ambiva a fare il grafico e si è ritenuto tradito dall’attuale società. Secondo alcuni, siamo di fronte al suicidio come risposta a quello che si ritiene un “furto di felicità”. Tema serissimo e complesso che, certo, un festival, sempre sensibile ai mutamenti sociali, non poteva né doveva ignorare. Ma sarebbe stato meglio se questa compartecipazione al problema fosse stata espressa direttamente attraverso musica e testi di canzoni, più che essere enunciata da Maria De Filippi, sul palcoscenico alla ricerca di “eroi”. Eroi i soccorritori di Rigopiano; eroe l’impiegato del Comune di Catania, mai assentatosi in 40 anni di lavoro; eroina la levatrice che ha fatto nascere migliaia di bambini. In una società di “furbi”, egoisti, narcisisti, effettivamente la “normalità”, la corretta professionalità sul lavoro viene vista come “eroismo”. Il trentenne di Udine non è stato un eroe. Di fronte alla difficoltà di inserimento, ha mollato.

Attenzione, però, alle generalizzazioni e alla semplificazione. Michele, che ha lanciato anche un sarcastico monito al ministro del Lavoro Poletti, è un caso da sottoporre ad una seria analisi psichiatrica. Come ha chiarito lo psichiatra della Sapienza di Roma, Gabriele Sani,  “il suicidio è un fenomeno complesso che non si può ricondurre ad una causa esterna. Il periodo di crisi di una società fa aumentare la sofferenza ed è capace di innescare meccanismi che – in persone predisposte e sensibili – possono provocare vere e proprie depressioni”. La crisi socio economica genera disgregazione sociale ed è nell’ambito di questa che, soggetti con debolezza e patologie psichiatriche, possono arrivare a decisioni estreme. E Ischia ne sa qualcosa, con il suo alto numero di suicidi (di tutte le età), a causa di uno spaesamento determinato da troppe fratture sociali: sovraffollamento e iperattività turistica estiva di contro alla desertificazione invernale; ricchezza di proprietari terrieri di contro all’impoverimento progressivo dei lavoratori dipendenti (o disoccupati, sottoccupati, in cerca di lavoro) , élite culturali di contro soggetti con scarsissimo bagaglio educativo e formativo. Il problema, allora, è di lavorare seriamente al riallaccio, alla coesione della società smembrata, all’aggregazione. Chi e come sta contribuendo a fare questo? Affronteremo, perciò, il ruolo che sta avendo la Chiesa e il ruolo della scuola e dell’Università.

Incominciamo dalla Chiesa. In settimana,  presso la Stazione Marittima di Napoli, si sono riuniti i Vescovi di 100 Diocesi di Campania, Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia (una sorta di neomeridionalismo religioso) per discutere del grave problema del lavoro per i giovani. In particolare, l’arcivescovo di Napoli, il Cardinale Crescenzio Sepe, ha tenuto a precisare che la Chiesa meridionale, nel rispetto dei ruoli di ciascuna istituzione, non vuole limitarsi ad analizzare il fenomeno della disoccupazione giovanile (40% in Italia, oltre il 50% al Sud), ma vuole contribuire a trovare degli sbocchi e soluzioni. Come può essere la sollecitazione e il supporto a cooperative sociali per il recupero e sfruttamento dei terreni incolti (la Chiesa contribuirà con la messa a disposizione di alcune sue proprietà), il recupero di vecchi mestieri, la creazione fantasiosa di nuove forme di turismo. Se la Chiesa ischitana seguirà questi orientamenti, potrà dare un buon contributo al rilancio dell’economia e alla ripresa dell’occupazione giovanile  nella nostra isola. Non v’è dubbio che nella Chiesa ischitana ci siano avanguardie coraggiose ed allineate col papato di Francesco, sensibilissimo ai temi del disagio giovanile. Lo avvertimmo già chiaramente nel Convegno diocesano del 2014, con la presenza di esponenti progressisti come mons. Galantino, il prof. Andrea Riccardi, mons. Bregantino, testimoni di una “ Chiesa famiglia”, “Chiesa comunione”, di una Chiesa in uscita, aperta alle molteplici espressioni della società. Ma, come sta capitando a Roma con Papa Francesco ( contestato da un manifesto volgare ispirato dalla destra xenofoba e reazionaria che, in romanesco, ha scritto “ N’do sta la tua misericordia?”) così capita anche alla Chiesa ischitana, dove non tutti remano nella stessa direzione e la tentazione di ancorare a vecchi dogmi e schemi è forte. Ma Papa Francesco sta preparando un Sinodo per il 2018, tutto dedicato ai giovani e al rapporto di essi con la Chiesa.

C’è da dire  che i giovani, in questo periodo, sono stati investiti da un altro problema grave. Come hanno scritto e denunciato alle autorità di Governo ben 600 docenti universitari italiani, la maggior parte dei giovani che arriva alle soglie accademiche ha debolissima conoscenza della lingua italiana (grammatica, sintassi, lessico). La maggior parte non legge né libri né giornali e non sa scrivere né esporre oralmente. I giovani hanno un accesso senza precedenti alle fonti di informazione, ma restano intrappolati nella stringatezza del linguaggio dei social network. Non mi pare che la scuola (in generale), ma mi riferisco alla scuola della nostra isola, abbia piena consapevolezza di questo problema e della necessità di stimolare gli studenti alla lettura di libri e quotidiani su carta (e non quella veloce su smartphone o tablet). L’informatizzazione deve viaggiare di pari passo con la capacità di comprendere un ragionamento complesso, di cogliere la profondità di pensiero, di assaporare l’importanza della lentezza e della riflessione. Purtroppo anche le scuole ischitane, pur ben dirette, pur dotate di bravi insegnanti, danno l’impressione di essere in ritardo nella comprensione di una vera e propria mutazione antropologica in atto nelle giovani generazioni .Nell’ambito di questa mutazione  antropologica, si inseriscono effetti collaterali, come il diffondersi delle fake news (notizie false, bufale, devastanti ai fini di una corretta informazione e formazione di opinioni) e il fenomeno del cyberbullismo (aggressione mediatiche capaci di distruggere la personalità in fieri di ragazzi e,più spesso, di ragazze). Facciamo così: incomincino le scuole isolane a segnalare libri importanti che, su questi temi specifici, si sono espressi.

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Posso fare un esempio: Paolo Crepet , il cui ultimo libro è Baciami senza rete – Mondadori editore. Lo leggano, se non lo hanno già fatto, prima gli insegnanti, poi lo facciano leggere agli studenti. Citerò soltanto l’incipit del libro: “Questo libro nasce da una scritta su un muro romano: «Spegnete Facebook e baciatevi», un’idea appesa come una cornice in mezzo al fumo degli scappamenti, una finestra abusiva, una sfida all’arrancare quotidiano di milioni di formiche, tra casa e ufficio, tra palestra e centri commerciali, obbligati a connettersi e ad essere connessi senza requie, senza pensiero, senza dubbio”. Da ultimo, è insopportabile che dagli ambienti scolastici si elevino inviti a non leggere la stampa locale. Nell’informazione locale lavorano, con grandi sacrifici e pochi guadagni, numerosi e validi giovani. Ragazzi che sono partiti dall’amore per la lettura e la scrittura. Non sono perfetti, possono commettere errori. Ma si sforzano di costruire un’informazione ragionata, che non si limiti a striminziti “ like” e a “ condivisioni” non condivisibili, per il semplice fatto che se non si costruisce prima un proprio autonomo pensiero, risulta vano appoggiarsi a quello di un altro.

 

 

 

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