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“I gradini della legalità”, ieri mattina al Telese la cerimonia d’inaugurazione

di Isabella Puca

Ischia – “Quelli che li hanno uccisi sono ancora vivi, ma puzzano di morte, quelli che sono morti sono più vivi di questi e certamente profumano di vita”. È con questa frase che Don Tonino Palmese, vicario episcopale della Carità per la Diocesi di Napoli ha tagliato il nastro inaugurale della scala della legalità. La cerimonia è avvenuta ieri mattina presso l’istituto V. Telese di Ischia dove i gradini della scala interna dell’istituto ospitano ventitré nomi di vittime di mafia; un’iniziativa inserita nell’ambito del progetto Scuola Viva “Scuole abitate” e finanziato dai fondi Por Campania. Giuseppe Diana Sacerdote, Luigi Coluccio titolare di bar, Lea Garofalo testimone di giustizia, Angelo Vassallo sindaco di Pollica, Roberto Mancini, poliziotto; sono solo alcuni dei nomi dei 23 che da ieri mattina sono indicati su scale colorate rappresentando, per ogni scalino, un passo dei giovani studenti ischitani verso la legalità. Ad aprire la mattinata il saluto del preside dell’istituto Mario Sironi che ha sottolineato come quelle scale rappresentino un monito per i ragazzi affinché si allontanino da ogni forma di illegalità. «Sono felice di essere qui – ha dichiarato invece Antonio D’Amore responsabile provinciale di Libera –  perché piano, piano, sta prendendo forma la proposta di Libera. Scrivere quei nomi su degli scalini significa scrivere quei nomi nel nostro cuore; si sono sacrificati per noi e non dobbiamo dimenticarlo. Quei nomi ci dicono  con forza che la memoria è un seme di nuova speranza e nel loro ricordo speriamo  che non ci siano altre vittime. La memoria diventa così qualcosa di vivo che può crescere, cercando di non separare la consapevolezza dalle cose che facciamo». L’intervento di D’Amore ha toccato quindi l’importanza della cultura della memoria e dell’impegno per dare una spinta alla giustizia, e ai progetti educativi per i quali sono vincenti le proposte degli studenti rispetto all’educazione alla bellezza, «molti di noi hanno una coscienza che resta in silenzio,  quelle scale ci devono far dire no e arrabbiarci quando le cose non vanno bene. Le città sono un organismo vivente in cui ciascuno deve fare la sua parte, le scelte fatte oggi hanno a che fare con il nostro futuro». Facendo riferimento alle donne del presidio di Libera di Ischia e Procida dedicato alla memoria di Gaetano Montanino, D’Amore ha raccontato l’esperienza delle donne calabresi che stanno iniziando a denunciare perché stanche di vedere mariti in galera e di riconoscere i propri figli all’obitorio, «è un percorso non semplice, ma possibile. Dobbiamo dare un senso alla nostra vita e quando non percepiamo la bellezza corriamo il rischio di andarci a rassegnare. Quelle scale che indicano un mettersi in moto, dicono un no a quest’agonia che ci sta prendendo. Dobbiamo prendere il gusto dell’ inchiesta, dell’ analisi. Il male esiste e pensiamo che a partire da queste scale dobbiamo avere più coraggio. Occhi aperti contro le mafie, facciamo gioco di squadra; la strada é lunga, ma dobbiamo essere contro l’indifferenza attraverso il sogno e, a partire da Ischia liberare il paese da mafia e corruzione». Assente, purtroppo, Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera contro le mafie, che ha fatto sentire la sua presenza con una lettera inviata ai ragazzi del Telese incentrata sul valore della memoria. Accorato, invece, il discorso di Don Tonino Palmese coordinatore dei parenti delle vittime di mafie dell’associazione Libera, «insieme a loro – ha dichiarato – ho scoperto che il dolore vissuto da soli può produrre odio mentre quello condiviso rappresenta una premessa per qualcosa d’importante:  trasformare l’ impegno a favore di un mondo più giusto. La mia preoccupazione è che voi ragazzi, nel sentire le parole mafia o camorra possiate arrivare a una conclusione semplicistica ritenendo che queste non esistano. E invece, è importante capire che ci sono persone che valgono poco, destinate a essere l’anello di una catena che devono contribuire al benessere di pochi». Il suo discorso è arrivato a toccare quella che oggi è l’emergenza antropologica, ossia quel tentativo da parte di terzi di uniformare tutte le persone, «abbiamo bisogno di un momento di sana tensione, quella che ci fa dire da che parte stiamo. In tv c’è un lavaggio del cervello quotidiano che dalle 15:00 in poi cerca di convincerci che il disagio dell’ altro diventa il nostro disagio. Non giudichiamo con la pancia, proviamo a far emergere la nostra coscienza che ci permette di dire noi da che parte stiamo. Se diciamo che qui non ci sono le mafie abbiamo perso tempo. Tutte le volte che dico che me ne frega, se tra rabbia e indignazione scende una lacrima forse significa che siamo dalla parte giusta. I familiari  delle vittime sono persone migliori perché sono diventati rappresentanti dell’ innocenza quando hanno cominciato a voler conoscere le ragioni dell’altro che ha impugnato la pistola». A portare il saluto del Vescovo Lagnese, Don Gaetano Pugliese direttore dell’ufficio pastorale che ha ricordato quanto parole come giustizia e legalità siano state applaudite durante l’ultimo incontro di Kosmopolis la scuola di formazione politica della diocesi.  La parola è poi passata al racconto commovente dei familiari delle vittime innocenti: Emanuela Sannino, Francesco Clemente e Luciana Montanino  moglie della guardia giurata Gaetano Montanino al cui nome è stato dedicato il presidio. «Memoria vuol dire radici, storia e le nostre storie appartengono al paese; noi le diamo a voi affinché la morte non sia vana. Mia mamma aveva appena 35 anni e quando è stata ammazzata, con lei, è morta tutta la famiglia. Sono cresciuta con i miei zii e oggi è grazie a loro che ho raggiunto un mio equilibrio; mi hanno insegnato a camminare, a sorridere. La mafia uccide, ma uccide pure il silenzio. Non abbiamo bisogno di eroi, ma ognuno di noi può scegliere da che parte stare. Mi auguro che quanto successo non accada più perché non è  giusto; vi invito alla bellezza, alla vita pura», questo l’emozionante racconto di Emanuela seguita subito dopo dalle parole di Luciana Montanino, «tutto questo è nato da un sogno. Vedere quei gradini e tante persone così impegnate è qualcosa d’incredibile. Grazie perché siete al nostro fianco e spero che un domani vivremo in un paese migliore per noi e i nostri figli». Anche Francesco Clemente ha raccontato, ancora una volta, la sua storia di quando sua madre fu uccisa da una pallottola vagante mentre facevano ritorno a casa mano nella mano; era il suo ultimo giorno di asilo. Sua madre, Silvia Ruotolo, aveva appena 39 anni, lui 5. «Il nostro impegno è quello di portare avanti 3 parole: memoria, impegno e responsabilità. La memoria di quei nomi, l’impegno a liberarsi dal fenomeno criminale e responsabilità che ognuno di noi deve assumersi. Abbiamo voluto fortemente che nascesse la fondazione Silvia Ruotolo onlus e ci occupiamo del recupero di ragazzi che provengono da famiglie mafiose; ne aiutiamo 8 ragazzi e 2 di questi sono le figlie di Teresa Buonocore, ammazzata sotto i ponti francesi per aver denunciato la pedofilia della figlia. C’è troppa omertà, troppa indifferenza. Le persone hanno paura di denunciare. A Napoli, lo scorso 10 maggio era presente in piazza Municipio la macchina della scorta di Giovanni Falcone; dopo averla vista ho ancora i brividi. Quella macchina non deve mai fermarsi perché mostri non si nasce, ma si diventa». A concludere gli interventi quello di Nico Sarnataro  che ha chiesto ai ragazzi di rendersi cittadini attivi e ad avere a cuore il nostro territorio, «leggendo quei nomi prima di entrare in classe potrete capire quanto é importante studiare per essere liberi». Tra gli applausi è stata inaugurata la scala, un colore e un nome per ogni gradino e tante mani tutt’intorno. Sul muro il disegno di una pistola dalla quale non fuoriescono pallottole, ma fiori.

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