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CULTURA & SOCIETA'

I pastorelli del presepe

Di Arianna Orlando

I pastorelli del presepe, contrariamente a quanto si immaginava, non erano affatto delle statuine immobili e inanimate. Quelli si sentivano delle vere opere d’arte e attendevano pazientemente, per un anno intero, di essere tirati fuori dallo scatolone in soffitta,in cui finivano in letargo alla fine delle feste di Natale. Se ne stavano zitti zitti e buoni buoni senza proferire una sola parola fino a che la signora, intenta alle decorazioni natalizie, non li risvegliava dal loro sonno scostando le ante dello scatolone e dicendo loro “eccovi qua, come siete belli” e con infinito orgoglio li guardava e li rassicurava sul fatto che non erano stati dimenticati.La signora non era ricca e quei pastorelli non erano affatto di fregio dorato ma erano tutti tesori speciali e lei non li avrebbe dati via nemmeno se in cambio le avessero promesso un gioiello. I pastorelli si sentivano davvero molto importanti e soprattutto amati.Responsabilmente ciascuno di loro si prometteva ogni anno di svolgere la propria mansione in modo da rendere la signora orgogliosa e soprattutto di trasmettere la tradizione rituale della composizione del presepeai pastorelli più giovani.

Ogni anno infatti la signora si recava in un luogo chissà dove e ne tornava con un pastorello nuovo, incartato in una bustina coloratissima. Uno zampognaro di nome Mosè, un re magio con i capelli neri e il vestito giallo di nome Belfrius e ancora il Bambinello Gesù, che appunto Gesù si chiamava e si chiama ancora, erano i pastorelli più antichi e tutti si sentivano, di fronte a loro in gran soggezione: ci si premurava di tramandare anche questo sentimento di rispetto ai più giovani e in special modo ai nuovi arrivati. Ogni pastorello però, e questo nessuno lo sapeva davvero- nonostante il grande orgoglio e la grande considerazione-, era importante per la signora perché lei lo aveva scelto tra tanti e lo aveva portato a casa sua, con sé, prendendolo da qualche luogo casuale, senza averlo premeditato. La signora tirava fuori dallo scatolone, con premura, la capanna di Maria, Giuseppe e il Bambino, spolverava l’asinello e poi anche il bue. Con il pennello rinvigoriva il colore delle giacche dello zampognaro e del pastore con la pecora, nascondeva le sbeccature con lo smalto. Riponeva il muschio come un’erba e un grosso cartone stellato di color profondo blu lo usava come cielo e lei stessa ne aveva disegnato le stelle. I pastorelli erano silenziosi, zitti zitti, buoni buoni tutto il giorno, fino a notte fonda quando la signora e il marito andavano a dormire e i bambini posavano i giochi per i loro sogni. E allora le lampadine a fiori si accendevano sul prato di muschio e con il cielo stellato e la luna di brillantini tutto diventava meraviglioso e i pastorelli si animavano perché la luce magica del Natale aveva questo grandissimo potere. “Difficile restare tutto il giorno nella stessa posizione!” diceva il vecchio zampognaro “specie per me che ho i dolori alle giunture!” “Non parli lei, signor zampognaro! Io sono stato in acqua tutto il giorno!” rispose il cigno dal laghetto. “E io come mi dovrei sentire?” disse una bambina “si sa che i bambini sono frenetici e vogliono giocare! Sono stata ferma tutto il giorno!” “Smettetela di brontolare!” disse la donna alla fontana “parlate come se non vi accorgeste di quello che abbiamo intorno!” e con la mano si rivolse al paesaggio che era davvero suggestivo. I fiori illuminati sul pavimento di muschio, la stella cometa sul tetto della capanna e nel cielo la luna e le stelle brillanti. Tutti stettero rispettosamente in silenzio ma quello era senz’altro un silenzio di grande meraviglia. Il cuoricino di cera dei pastori si sciolse ed essi piansero lacrime di gioia. “Come siamo fortunati! Quanti pastorelli rotti e in disuso ci sono al mondo!” disse il fabbro, che era il più giovane di tutti. Ascoltate quelle parole, il vecchio mercante singhiozzò e pianse. “Sempre la solita storia, suvvia mercante, la prego non faccia così! Si riprenda! Animo!” lo rincuorò la signora con la giara. “Non preoccuparti, ragazzo!” disse rivolgendosi poi al fabbro “non è tua la colpa di questa sensibilità! Il mercante ha una lunga storia…” e raccontò di quando al mercato egli era un pastorello rotto, destinato alla immondizia e chissàpoi a dove, chissà a quale destino. Era deriso dai compagni della bancarella di Mastro Legno, che incideva i pastorelli nel tronco di cedro e poi li estraeva come fossero creature vive vere e proprie. Ed erano vivi infatti perché venivano dal tronco che nutriva una pianta molto antica e molto generosa. La signora lo aveva preso e lo aveva portato con sé, lo aveva sistemato con le sue mani e le sue tempere, gli aveva appuntato sulla giacca un brillante e lui era diventato molto più bello di quanto mai si aspettasse in vita sua. La signora lo amava e lui teneramente ricambiava il suo affetto. C’era ,però, un vecchio astio che in un presepe mai dovrebbe comparire: tutti competevano fra loro per quale fosse il pastorello più caro alla signora ed era tutto un susseguirsi di “io sono stato scelto tra migliaia di miei simili”, “io sono di gran pregio”, “io, io sono figlio di un grande artigiano” e così via durante quelle lunghe discussioni. Tutte queste parole però non riuscivano a cancellare il sospetto che seppure fossero spariti tutti, seppure tutti fossero stati cancellati dalla faccia della terra, nessuno sarebbe valso una sola delle lacrime che la signora avrebbe invece pianto se fosse sparito il Bambinello Gesù, se fosse stato cancellato quel piccolo pupo con il vestito azzurro e i capelli biondissimi e ricci. La signora permetteva ai bambini di giocare con ciascun pastorello ma “quello non me lo dovete toccare, per nessun motivo!” e persino quei piccoli e irrequieti fanciulli obbedivano perché comprendevano che il tono della madre era perentorio e dunque, quel Bambinello doveva essere davvero molto importante e molto pregiato. “Forse viene da un paese lontano!” sospirò il bue. E il re Magio a lui più vicino gli lanciò un’occhiataccia. “Forse è costato più di noi tutti messi insieme!” lamentò il pescatore. “Forse è molto prezioso ed è fatto di brillanti!” disse una pecorella. L’asino nella capanna ascoltava silenzioso da molto tempo. Era un asinello molto anziano, era molto più vecchio di chiunque altro e tutti tenevano in grande considerazione ciascuna delle sue parole. Quello però ne diceva davvero poche. Tuttavia, dopo un colpo di tosse, quella volta parlò e tutti restarono ammutoliti, imbarazzati. “Siete qui a discutere sul vostro pregio dopo aver dimenticato tutto quello che la signora ha fatto per voi! Eppure il mercante ve lo ha annunciato poc’anzi. Credete davvero che tra noi debba esserci per forza il più importante? Io ho una lunga vita e ne ho viste tante nel mondo degli uomini, ho visto quanto sono sciocchi nelle loro competizioni, nel loro desiderio di essere migliori di chiunque altro. Ma voi siete i pastori del presepe! E dai pastori del presepe io mi aspetto altro! Pensavo che voi, pastori, non sapeste parlare alla maniera degli uomini dicendo molte volte “io, io, io”, pensavo che sapeste ragionare e credere che il mondo è in equilibrio perché nella natura nulla primeggia ma tutto è in armonia! La nostra signora ci ama tutti indistintamente e la nostra provenienza, il nostro colore, il nostro modo di fare non ci rende migliori di altri, ci rende soltanto diversi! E Dio benedica la diversità! Che il signor mercante abbia il brillante, che io non lo abbia, che la signora abbia la giara, cosa importa? E cosa importa alla signora che ci ama come siamo e per come siamo fatti? Immaginate, immaginate per poco tempo, cosa sarebbe il presepe se non ci fossi io, se non ci fosse lei signor Bue, che scaccia ora le mosche con la coda, se non ci fossero i Magi e se non ci fosse la nostra stella. Che faremmo senza lo zampognaro, senza il pastore, senza il pescatore e senza il cigno nel lago? Ciascun uomo ha il suo senso nel mondo e ciascuno di noi ha il suo senso nel nostro mondo! Ciascuno di noi compie il suo ruolo essenziale e voglio che voi lo ricordiate sempre!” Tutti ragionarono e convennero che l’asinello era davvero saggio e che aveva ragione. Fuori dalla finestra il cielo schiariva e la notte andava via. I primi tiepidissimi raggi di sole indurivano la crosta dei pastorelli ed essi tornavano muti e immobili come statue. Nel frattempo però Gesù Bambino, che era in una scatolina dorata con il lettino di velluto rosso, come fosse stato un anello, aveva sentito tutto e non visto, sorrideva e pensava: “poveri i miei pastorelli, racconterò loro una storia appena nascerò di nuovo nel giorno di Natale!”

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