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«I prenditori»

Di Graziano Petrucci

Che significa «low cost»? Siamo cresciuti, non tutti per la verità, con questa paura ma di cosa si tratta veramente? Seguendo la definizione che da «AssoLowcost», l’associazione che riunisce le imprese che tra i tanti obiettivi si pone quello del «Low Cost di Qualità», «Il low cost non va confuso con il «low price», ossia “prezzi bassi”, che si ottiene riducendo sia la qualità della materia prima e sia la qualità del servizio. L’espressione low cost non si riferisce direttamente al prezzo del prodotto o del servizio ma a una moderna filosofia di creazione di valore. Come in passato altre importanti innovazioni tecnologiche sono state le leve della rivoluzione industriale, nuovi modelli e concetti di gestione e organizzazione del business hanno oggi sostituito i metodi tradizionali di lavoro». Si tratta, per farla breve, di «mantenere elevato il livello di qualità dei prodotti mediante un nuovo paradigma basato su un modo di produrre e commercializzare moderno capace di generare vantaggi per i consumatori, per le imprese e per il sistema». Tanto per fare un esempio, l’impresa che vuole far parte di un’associazione di questo tipo ed essere considerata «low cost high value» deve soddisfare tre parametri: etico, produttivo e infine quello economico. Se si porta avanti la filosofia produttiva del «Low Cost di Qualità», è inevitabile, si dota il mercato d’informazioni che consentiranno alle imprese di intercettare le opportunità dal punto di vista competitivo, di trarre il massimo vantaggio che il progresso scientifico, tecnologico e organizzativo mettono a disposizione e si darà ai consumatori la possibilità di avere maggiori elementi su cui costruire le proprie scelte. Ovviamente il discorso è complesso. A ciò si aggiungono gli «imprenditori» che hanno difficoltà ad abbandonare il metodo «pane, pomodoro, sole, pizza e mandolino», che non hanno la minima idea di quali potrebbero essere, invece, le reali opportunità e si affidano a operatori che vanno in giro per le fiere turistiche a svendere l’immagine dell’intera isola. Da quest’accoppiata vincente e bizzarra viene fuori una massa di bufali in crisi d’identità che scorazza impazzita nella grande prateria dell’agonia e si conficca in testa perciò l’idea che il mercato isolano ha sempre più bisogno d’imprenditori seri e che dovremmo smetterla di tuffarci ogni volta in una gang bang apparentemente attraente con i locandieri. Nell’ultima fiera di Rimini ci sono stati operatori che in qualche formula hanno proposto un prezzo lordo giornaliero di 12,72 € o addirittura di 188 €, sempre lordi, a settimana. Cosa che ci colloca tra i primi posti nella lista di collaboratori della Caritas e file di esseri umani sono in attesa di ordini per trasferirsi definitivamente in queste strutture che ne potrebbero garantire la sopravvivenza. Una logica che ci mette in una condizione vulnerabile e, in più, contribuisce a buttare il “nostro” orgoglio di località turistica, o ciò che ne è rimasto, dritto nella fogna presuntuosa di chi si ostina a voler leggere e interpretare il mercato come se stesse guardando un video tutorial per la terapia di coppia su youporn. Ora non dico di dotarsi subito di una guida deontologica di valori etici e di responsabilità civile considerando pure il rispetto per l’ambiente e affiancarle, magari, strumenti e persone capaci di analizzare il marketing e le economie di scala, studiare la situazione italiana e internazionale, l’andamento dei prezzi o i cambiamenti sociali e culturali. Niente di tutto ciò che potrebbe arrivare tranquillamente dopo, si spera. No, quello di cui si deve prendere coscienza adesso è che una politica che può definirsi sicuramente “dei prezzi bassi”, da parte di qualche operatore allo stesso livello, basso, di quegli albergatori che fittano camere a buon mercato, disprezza l’isola e chi fa i salti mortali per rimanere nel mare turistico ormai globalizzato. Non parliamo poi delle strutture a quattro o cinque stelle che in alcuni casi si presentano non all’altezza di quanto, al contrario, dovrebbero offrire. Sarebbe auspicabile allora che un’associazione di albergatori, per esempio potrebbe trattarsi di Federalberghi, assumesse il controllo di queste dinamiche generate da certi gruppi di mongoli e portasse avanti la costituzione di un comitato capace di contrastare le pratiche sciatte e gli sconti di pena diffusi pure grazie a certi pelandroni che andrebbero presi a calci nel culo.

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svendita di Ischia


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