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I vip, il futuro dell’isola, l’avventura in Costiera: Maurizio Orlacchio racconta il suo “romanzo”

Da Ischia al mondo, il direttore dell’Hotel San Montano racconta il proprio percorso professionale ricco di successi e prova a ipotizzare il futuro prossimo del turismo isolano

La prima è forse la domanda più scontata, ma la cui risposta può rappresentare un messaggio per tanti giovani isolani che lavorano nel turismo. Cosa ha rappresentato per te questo lavoro, e che cosa deve possedere chi lo vuole fare?

«Io sono fisicamente nato in un albergo, l’albergo di famiglia situato a Citara. Quindi ho avuto la fortuna di avere una madre che è stata un modello anche e soprattutto per la mia carriera nel settore dell’hospitality. Ma a metà anni ’90, quando terminai gli studi, ella stessa quasi mi impose di andar via dall’isola, per evitare che io come tanti giovani mi trovassi a lavorare nelle imprese di famiglia, che hanno costituito il successo della nostra isola. Tuttavia, noi isolani non abbiamo termini di raffronto..».

Quindi tua madre è stata lungimirante…

«L’hospitality è un lavoro per il quale bisogna essere portati, ma conta molto la capacità di chi lo insegna: la passione è la molla che può garantire immense soddisfazioni personali e professionali»

«Sì, lei mi ha tolto dalla cosiddetta “comfort zone”, di chi ha un lavoro già tracciato. Sono stato quindi indotto a confrontarmi con realtà esterne, completamente diverse dalla nostra. Poi ho frequentato una scuola alberghiera in Svizzera, sono entrato in “Four Seasons” e da lì si è aperta tutta una serie di opportunità. Tuttavia se non ci fosse stato quell’ordine di mia madre, tutto ciò non si sarebbe realizzato. E questo l’ho ripetuto anche ai miei amici e colleghi, invitandoli a lasciare l’isola per alcuni mesi all’anno, anche d’inverno. Inoltre ci sono cose che si possono fare con profitto solo a determinate età: è paradossale attendere oltre i 40 anni per andare fuori dall’isola ad imparare una lingua straniera. Anche oggi qui, all’Hotel San Montano, ogni anno propongo ai giovani di andare a fare esperienze all’estero durante i mesi invernali: abbiamo delle convenzioni con alcune strutture in Svizzera, per mettere in atto un programma di scambi. Estenderemo tale programma anche alla Costiera Amalfitana. Lasciare l’isola è importante perché l’insularità non ci permette di confrontarci con diverse realtà».

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Al di là del ruolo di responsabilità, alcuni dicono che Ischia non può essere un punto di partenza, altri invece dicono che, visto il livello (tendente in parte verso il basso) attuale, non può esserlo nemmeno di arrivo: non è che stiamo diventando né carne né pesce?

«A Ischia ci sono diverse eccellenze, anche nel campo dell’hospitality. Conosco persone che fanno questo lavoro con molta passione: in quei frangenti si capisce se uno ha l’attitudine per questo lavoro. Non è facile: il contatto con l’ospite può portare a grandissime soddisfazioni, ma ci sono diverse persone che non sono portate per questo lavoro».

Un gap che è più evidente nelle località turistiche che non negli alberghi di città.

«Esatto. Schematizzando, nel secondo caso si tratta di un servizio veloce, per businessmen, letto, colazione e via, mentre qui ad esempio il check in dura dai dodici ai quattordici minuti. Noi vogliamo che i ragazzi “perdano tempo”, ovviamente in senso figurato, perché dobbiamo trasferire agli ospiti la nostra “ischitanità”. Sono situazioni dove io stesso posso rendermi conto di chi, tra il personale, è più portato al contatto con gli ospiti e chi al back office. Qui purtroppo c’è ancora, in parte, la mentalità che l’istituto Alberghiero sia la scuola dove va chi non sa bene cosa fare, mentre invece esso dovrebbe essere la scuola di riferimento sul territorio, ancor più dei licei classico, scientifico e degli altri istituti».

Forse rispetto a qualche lustro fa i giovani non vedono più in questa attività un’occasione per il proprio futuro.

«Proprio così. Lo dico spesso ai miei collaboratori: tutto nasce grazie a colui che ti fa amare questo lavoro. Puoi anche essere portato per questa attività, ma se trovi la persona sbagliata che non trasmette la passione per quel lavoro, allora odierai farlo. Avere il giusto mentore, come è capitato a me, ti fa entrare in una passione nella quale capisci di essere tu il protagonista, sei tu quello da cui ci si aspetta una grande performance».

Qual è la cosa più piacevole della tua carriera, e qual è la classica “buccia di banana” che ricordi con più imbarazzo?

Ricordo con orgoglio quando Tom Cruise mi contattò per organizzare una sorpresa a Penelope Cruz. Alla fine ricevetti una lettera di congratulazioni per la perfetta riuscita»

«L’esperienza forse più emozionante è stata il Four Seasons a Milano, dove ebbi modo di fare il check in a Penelope Cruz e, mentre lei era a cena, ricevere una telefonata da Tom Cruise per organizzare un regalo floreale all’attrice. In quell’occasione feci da tramite tra i due per l’organizzazione della sorpresa. In seguito ricevetti una lettera di complimenti, che conservo tuttora. Invece, un episodio imbarazzante accadde sempre a Milano, quando diedi l’ok a un ragazzo per chiedere di farsi fare una foto insieme a Robbie Williams, ma la star reagì male: si scatenò un putiferio, Williams chiamò tutto il management per protestare. Questo incidente mi rimase impresso e comunque mi fece capire che in determinate occasioni la privacy  deve arrivare a livelli elevatissimi».

Dove sta andando Ischia? Il sospetto è che non ci sia un’identità precisa.

«Penso che questo sia un momento storico importante. E lo ricollego a una recente operazione di rilievo, l’acquisizione del Mezzatorre da parte della Pellicano Hotels. Se noi saremo bravi a comprendere perché essi sono venuti a investire in un territorio che subisce le fresche conseguenze del terremoto, e tutto ciò che ne consegue, penso che ci saranno le condizioni per far partire un processo virtuoso: come leggevo proprio su Il Golfo, nelle parole del nuovo presidente di Federalberghi, significa credere in una programmazione che non si limiti alla prossima stagione. Tuttavia mi domando: la classe politica è pronta per una programmazione a medio e lungo termine?».

Chiediamoci anche se la classe politica se e quanto è pronta a capire davvero il territorio. A Ischia l’economia coincide col turismo, ma spesso chi prende le decisioni politiche è “scollegato” dalla comprensione delle esigenze del settore.

«Chi lavora nel turismo deve cercare di fare in più possibile esperienze all’estero: solo così ci si può confrontare con realtà diverse e capire come mantenersi al massimo livello sul panorama internazionale»

«La ricchezza dell’isola in origine non nacque con la programmazione, ma con l’afflusso di turisti tedeschi che ci assicurava un gettito di denaro enorme, continuo e regolare. Era tutto molto più semplice. All’epoca c’era quell’ammortizzatore sociale dato dall’edilizia, così chi lavorava nel turismo, poi d’inverno percepiva la disoccupazione e poteva lavorare nel settore edile. Oggi non c’è più né l’attività edilizia né il sussidio completo di disoccupazione. Si è generato un impoverimento generale, e così per la prima volta gli ischitani sono costretti ad andare a lavorare fuori dall’isola anche d’estate. È un momento storico dove tutte le categorie dovrebbero sedersi a un tavolo e domandarsi se finalmente sia l’ora di cambiare target».

Dove sarà Ischia tra dieci anni?

«Manca una visione sistematica per il settore: non basta pensare all’immediata stagione, ma bisogna saper programmare, investire e soprattutto saper attendere che i risultati maturino»

«Le prospettive non sono affatto rosee. Io ho viaggiato molto di recente. Ho notato che nel mondo Ischia non gode di quell’appeal in grado di renderla una reale alternativa al brand di Capri o della Costiera Amalfitana. Penso che al citato tavolo tecnico sia necessario che i professionisti del settore facciano capire agli altri la necessità di una programmazione che però poi deve essere seguita. Tuttavia, ne parlavo anche con Luca D’Ambra, questa esigenza ogni anno si blocca all’inizio della stagione estiva: tutti pensano alle esigenze immediate e fino a ottobre non ci si pensa più, quando in realtà esso dovrebbe essere un fenomeno continuo, senza interruzioni. Ischia potrebbe stare sul mercato dodici mesi all’anno, diversificando l’offerta anche per differenti segmenti di mercato. Anche il low cost può non essere sempre negativo. Il low cost fatto con criterio può costituire una risorsa.  Il low cost con un cinque stelle fa male a tutti gli altri imprenditori. Ecco che serve anche una comunicazione adeguata: a Ischia puoi andare in un cinque stelle ma anche in un’ottima trattoria di un albergo di famiglia. Diversificazione. Non sono qui per dare una ricetta, ma vedo delle potenzialità inespresse, e lo vedo anche attraverso i nostri clienti, che impazziscono per le nostre bellezze. Se opportunamente guidati alla scoperta dell’isola, essi conservano un ricordo entusiasmante dell’esperienza compiuta. Basterebbe davvero poco per ottenere molto di più. Per fare ciò tutto dovrebbe partire dalle scuole, iniziando con l’educazione civica».

Come nasce questa nuova esperienza nella Costiera Amalfitana?

«Amalfi è una grande sfida. Andremo a confrontarci con il top dell’hotellerie mondiale, ma abbiamo grandi ambizioni. Forti delle nostre esperienze, saremo comunque molto umili e utilizzeremo un grande lavoro di squadra. Come famiglia Orlacchio siamo felici di questa nuova esperienza con la famiglia De Siano. A pensare che questo progetto nasce da due famiglie isolane, partite da due alberghi isolani come Villa Teresa e Villa Svizzera dove siamo nati e cresciuti, e adesso a distanza di anni andiamo a confrontarci con questo nuovo nascente prodotto, credo che sia motivo di grande orgoglio. Allo stesso tempo siamo consapevoli che non possiamo sbagliare, quindi abbiamo deciso di posticipare l’apertura. Nel settore del lusso c’è una regola fondamentale: bisogna partire da un gran prodotto. Esso non è dato da un bel panorama, ma da una struttura al passo coi tempi. Contiamo di fissare all’anno prossimo l’apertura ufficiale».

Negli ultimi trent’anni alcuni imprenditori ischitani hanno cominciato a investire fuori dall’isola, non solo in Italia ma anche all’estero. Non soltanto tramite alberghi, ma anche con la ristorazione. È un fenomeno che fa parte della cosiddetta globalizzazione, oppure bisogna preoccuparsi perché significa che anche l’ischitano non crede più nella sua terra?

«Con la famiglia De Siano siamo pronti per la nuova sfida in Costiera Amalfitana: andremo a confrontarci con il meglio del settore a livello mondiale, ma lo faremo con grande umiltà e con l’esperienza maturata finora»

«Penso che alcune di quelle operazioni, avvenute anni fa, rappresentassero un’apertura commerciale. Si veniva da periodi economicamente floridi per Ischia, quindi si guardava a nuove opportunità per destagionalizzare le proprie attività, e nel caso della Spagna a condizioni fiscali molto agevolate. Quindi alcuni, come i Di Meglio, sono stati lungimiranti. Penso che siano state quindi opportunità commerciali, ma che gli imprenditori isolani continuino a “tenerci” alle proprie attività ischitane. In ogni caso il turismo è profondamente cambiato a livello internazionale, le marginalità sono ridotte e quindi si è cercata la diversificazione. Siamo nell’epoca dei “big data”, che andrebbero analizzati non solo a fine stagione, ma ogni giorno, perché sono essi che ti fanno capire la direzione in cui stai andando. Con queste analisi, avremmo forse potuto intercettare in anticipo i flussi turistici in aumento e in diminuzione dai vari Paesi del mondo. Prendiamo il termalismo: c’è una grande domanda in tal senso non per motivi sanitari, ma per desiderio di fare un’esperienza che doni benessere. Ecco che vanno cambiati gli slogan sul nostro termalismo. C’è bisogno di tempo, di studio, ma i risultati sono garantiti. Per questo dobbiamo interrogarci sulla nostra capacità di programmare e di saper attendere i risultati».

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