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Il caso De Siano, i precedenti e l’eterna ombra del Patto del Nazareno

ISCHIA – Il giorno dopo è quello di un film già visto, nel quale vanno in scena i protagonisti della vita politica nazionale, più e meno noti, comprimari e gregari. E soprattutto il giorno nel quale i media nazionali si sforzano di promuovere paragoni più o meno azzeccati e di far passare il principio di come anche dinanzi al Senato si possano applicare due mesi e due misure quando bisogna decidere se concedere o meno l’autorizzazione all’arresto che di fatto viola l’immunità parlamentare. E così, dopo che Domenico De Siano ha evitato di finire agli arresti a furor di popolo (o meglio, a furor di aula, con un largo plebiscito) i paragoni ed i precedenti si sprecano. Si ricorda, ad esempio, che un “fortunato” come il senatore lacchese era stato a suo tempo l’alfaniano Antonio Azzolini: anche nella circostanza su giocato il “jolly” del sospetto delle persecuzione da parte dei magistrati nei confronti dell’indagato, colpevole solo di rivestire una carica politica. Con De Siano, checché se ne dica, è andata pressappoco così e quel pressappoco a ben pensarci stona pure.
CONFERMATA LA LINEA DELLA COMMISSIONE

 

Non c’erano i presupposti, per farla breve, per spedire ai domiciliari il coordinatore regionale campano di Forza Italia, attualmente indagato nell’ambito dell’inchiesta rifiuti nei Comuni di Forio, Lacco Ameno e Monte di Procida, con le accuse di concorso in corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e concorso in turbativa d’asta per gli appalti ottenuti poi dalla società Ego Eco. Un quadro accusatorio che era stato confermato anche dal Riesame, che però ha annullato l’ordinanza relativamente alla contestazione di associazione per delinquere, e questo alla fine ha pesato come un macigno nella decisione presa nella capitale. Questo inciso si è rivelata, di fatto, una vera e propria ciambella di salvataggio. Perché se i giudici avevano deciso che ci fossero i presupposti perché Domenico De Siano finisse ai domiciliari, dall’altra ha escluso la sussistenza dei gravi indizi relativamente ad uno dei capi di imputazione contestati. E proprio su questo si sono basati i senatori (e per la verità in precedenza la stessa commissione), cogliendo la palla al balzo. Il ragionamento fatto è stato molto semplice e starebbe tutto in una interpretazione condivisibile o meno: l’associazione per delinquere rappresenta la fondamenta dell’accusa al senatore lacchese, venendo meno cade l’intero castello. E fa nulla se precedentemente una serie di magistrati (cinque, in totale, tra pm, gip e giudici del Riesame) la pensano in maniera diametralmente opposta. Il resto è storia già conosciuta con il relatore del caso davanti all’aula, il presidente Dario Stefano, che ribadisce quanto già osservato in prima battuta e scrive che da tutto questo deriva “una manifesta infondatezza dell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari”. Malgrado il Riesame abbia in realtà affermato esattamente il contrario: ovvero che De Siano merita i domiciliari.

I MEDIA E IL SOSPETTO DEI “DUE PESI E DUE MISURE”

 

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Attenzione, qui però non siamo davanti ad un semplice cavillo di natura interpretativa, ma dinanzi a qualcosa di molto più grosso. In buona sostanza, può sembrare di trovarsi davanti ad una questione secondaria o marginale ma non è affatto così. Perché sin dalla serata di martedì media nazionali hanno cominciato a mettere il dito nella piaga, e cioè a raccontare che molto spesso sono questi piccoli “dettagli” a fare la differenza quando il Parlamento è chiamato a giudicare. Che il diritto c’entri poco e che il vento possa spirare da una parte piuttosto che dall’altra a seconda delle circostanze. E ad esempio L’Espresso, sempre particolarmente attento a tematiche del genere, fa una serie di esempi che manifesterebbero in maniera elementare il principio dell’applicazione dei cosiddetti “due pesi e due misure”. Si narra e ricorda, ad esempio, di quando Francantonio Genovese, che nel frattempo aveva avuto la sventura di essere stato scaricato dall’attuale premier Matteo Renzi, si è ritrovato senza “paracadute” e di conseguenza dietro le sbarre. La stessa sorte, tanto per proseguire, l’ha subita anche Giancarlo Galan, il quale però era in una situazione oggettivamente “drammatica” dal punto di vista giudiziario, al punto che arriverà a patteggiare una condanna a due anni e dieci mesi di reclusione per evitare guai peggiori.

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La legge sarà anche uguale per tutti, ma il settimanale rammenta come “quando si tratta di arrestare Antonio Azzolini, invece, prima il Senato attende il pronunciamento del Riesame per prendere tempo, con la motivazione che è inutile votare prima della sentenza dei giudici. Quando pure il Riesame conferma i domiciliari, però, il Senato se ne infischia e salva il parlamentare col voto segreto. Col Pd che dopo essere stato determinante coi suoi voti riesce perfino a fingere meraviglia e versare lacrime di coccodrillo”. Ma la storia è ricca anche di altri esempi, più o meno eloquenti. Viene citato ad esempio il caso di Giovanni Bilardi, come Azzolini vicino al vicepremier Angelino Alfano: anche per lui vengono chiesti i domiciliari (l’accusa è di peculato). Anche per lui si attende il Riesame. E anche nei suoi confronti il giudizio è negativo: ci vuole l’arresto. La Giunta delle autorizzazioni conferma: “Sì, arrestiamolo”. Deve esprimersi solo l’Aula. Dunque si vota? No. Si aspetta la pronuncia della Cassazione, al quale Bilardi ha fatto ricorso. Solo che la Suprema corte rimanda la palla al Riesame. Il quale, visto che intanto sono passati 4 anni (e nove mesi se ne sono andati solo per attendere che il Parlamento si pronunci), alla fine decide che i domiciliari non servono più perché è passato troppo tempo. E così il Senato non deve nemmeno votare.
L’OMBRA DEL PATTO DEL NAZARENO ANCORA “VIVO”
Ma la questione, come spiega sempre L’Espresso, non può essere legata soltanto alla fredda cronaca ma necessariamente anche alla politica. O meglio, soprattutto alla politica. E così il caso di Domenico De Siano diventa anche l’occasione per una considerazione difficilmente obiettabile: “Visto il soccorso del Pd a Forza Italia, pare dar ragione a quanti sostengono che in realtà il patto del Nazareno non è davvero finito e che Denis Verdini sia solo quello che ci mette la faccia. Mentre è da notare che a chiedere il no all’arresto sia stato Dario Stefàno, relatore della decadenza di Silvio Berlusconi e finora sempre favorevole a concedere le autorizzazioni a procedere nei confronti dei colleghi, tanto da essere considerato un trinariciuto giustizialista dal centrodestra. Da tempo in predicato di approdare il Pd dopo aver detto addio a Sel, per lui si era parlato di un posto da ministro per gli Affari regionali. Incarico poi affidato invece da Matteo Renzi a Enrico Costa. Pure lui uomo di Angelino Alfano”. E le conclusioni, a questo punto, traetele da sole.

 

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