IL COMMENTO A proposito di crisi commerciale

Mi sarei aspettato, dai candidati ischitani alle elezioni regionali campane che, tra i temi scottanti dell’isola d’Ischia, avessero affrontato, nella campagna elettorale appena conclusa, il tema della desertificazione commerciale di vicinato. Se ne parla sui social, sui giornali e TV locali, ma per gli amministratori dei Comuni isolani e per coloro che dall’isola vorrebbero spiccare il volo alla Regione, sembra non essere un tema interessante e cogente. Il motivo principale è, a mio avviso, che lo si considera un tema di portata nazionale. Il ragionamento (se ragionamento si può chiamare) è che, poiché in tutto il territorio nazionale si manifesta la crisi del commercio delle merceologie tradizionali (abbigliamento, calzature, alimentari di vicinato, articoli da regalo) ci debba pensare il Governo e il Parlamento, non potendo nulla fare gli Enti Locali. E così il tutto si riduce a invocare o maledire, secondo le tendenze e le vocazioni di ciascuno, all’inclemenza delle tasse, al costo delle bollette della luce (tanto che qualcuno, con una sorta di autodifesa illegale, viene colto in fallo per allacci abusivi), ai costi di affitto dei locali.
Non c’è dubbio che, a livello centrale, si potrebbero e si dovrebbero trovare delle misure incentivanti il commercio fisico e reale dei negozi di prossimità e contrastare o disincentivare il commercio on line dei colossi internazionali, basati sullo sfruttamento della manodopera di paesi sottosviluppati e sull’assenza di norme che disciplinano materiali e procedure della produzione. Tuttavia, gli Enti Locali (e non solo, poi vedremo chi altri può entrare in gioco) hanno un ruolo da svolgere. Mi sembra che, nelle discussioni di questi giorni, su TV e giornali locali, non si sia tenuto conto della grave responsabilità dei Comuni isolani nel non avere predisposto moderni Piani Commerciali. Viene ignorata totalmente la legge regionale n.7 del 21.4.2020 – Testo Unico sul Commercio, che aggiorna, riordina e raccoglie tutte le precedenti norme del settore. I campi di intervento della legge regionale n. 7/2020 sono: a) il commercio al dettaglio b) il commercio all’ingrosso c) la somministrazione di alimenti e bevande d) la vendita di giornali e) la distribuzione dei carburanti. Questa legge, tra i tanti aspetti positivi, introduce anche i Distretti del commercio ( art. 11), introdotti con successo nel solo Comune di Forio, dove sono affluiti anche consistenti finanziamenti; il SUAP (art.9), Sportello Unico per le Attività Produttive; aiuti al piccolo commercio per favorire una conversione verso una parziale vendita on line, per allargare la rete di vendita (art. 15) ma soprattutto introduce il SIAD (art. 19) Strumento di Intervento Apparato Distributivo e non trascurerei l’art. 47 (Limitazione dell’apertura e distribuzione merci con apparecchi automatici). Rilevante è anche quanto disposto dall’art. 10 e cioè il CAT (Centro di Assistenza Tecnica provinciale) utile alla formazione e orientamento degli operatori commerciali.


Il Piano Distributivo Commerciale dovrebbe addirittura precedere, in ordine di tempo e di logica, la pianificazione urbanistica, perché è ovvio che non si può pensare a una viabilità, sosta auto e logistica, se non si tiene conto di come è distribuita la rete commerciale. Nell’ambito di questi indispensabili strumenti (finora inapplicati) si può andare a intervenire per disciplinare la vendita di pseudo prodotti locali (in realtà patacche prodotte nell’hinterland napoletano), la destinazione del vecchio mercato di via Buonocore (andato in gara, ma con idee piuttosto confuse) o di quello fatiscente di via Morgioni; si può pensare a una moderna forma di stoccaggio unificato delle merci; la disciplina di orari e modalità di imbarco e sbarco delle merci da e verso la terraferma; l’occupazione degli spazi pubblici da parte di bar, ristoranti e pizzetterie e chi ne ha più ne metta. Questo è uno. Ma c’è un altro aspetto totalmente ignorato da chi, in questi giorni, parla di commercio in crisi: il contributo che possono e devono dare le banche. Anche se oggi le filiali bancarie sul territorio hanno perso l’autonomia decisionale di una volta (ci si affida ormai ai logaritmi e ai parametri fissati dai vincoli europei), la Banca ha ancora tutti gli strumenti e possiede dati sensibili e riservati, ha il polso della situazione socioeconomica, per indirizzare i potenziali nuovi imprenditori verso merceologie commerciali che hanno una prospettiva, ubicazioni, tipologie di locali che hanno chance e che meglio possono inserirsi nel tessuto isolano. Un buon Sindaco di un Comune isolano dovrebbe instaurare un dialogo fecondo con i locali dirigenti bancari per una concertazione programmatica del commercio. E poi, naturalmente, i Comuni hanno la possibilità di attivare una politica di incentivi o disincentivi, attraverso la manovra dei tributi locali. Troppo difficile? Ma cosa oggi non è difficile, nell’epoca della complessità? Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi. Chi le propone, compie solo un atto demagogico che non porta alcun beneficio agli operatori economici.





