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LE OPINIONI

IL COMMENTO Abbiamo perso il senso del bello

Si sa che il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, soggiornando nel 1864 all’Albergo Europa a Casamicciola, concepì e scrisse in parte (il resto lo fece a Roma e a Sorrento) la sua opera in versi “Peer Gynt, non destinata al teatro ma alla lettura. Quando Ibsen passeggiava sulla spiaggia e tra le reti dei pescatori isolani, la gente del posto lo chiamava “il fantasma”. Ibsen era, infatti, introverso e cupo caratterialmente ma si “sciolse” di fronte alla bellezza di Ischia prima e di Sorrento poi. C’è, nel Peer Gynt, questo verso: “Che cos’è la bellezza? Una convenzione, una moneta che ha corso solo in un dato tempo e un dato luogo”. Pensavo a questo verso quando – solitario come Ibsen – giravo tra le traverse di via Roma, via Francesco Buonocore, traversa Buonocore, via De Rivaz. L’ho fatto, finita l’estate, per non essere influenzato, nel giudizio che sto per dare, dal brulicare di turisti dell’infima periferia napoletana, dai muschilli e dalla volgarità estetica di un turismo che non è attrezzato a godere il bello. L’ho fatto, armato di telefonino, per scattare foto che cogliessero il dramma dell’insensibilità crescente di un popolo ischitano che, fino alla metà del secolo scorso, aveva ancora il culto della bellezza, della dignità, del rispetto tra le persone e con le cose. Aveva ragione Ibsen: la bellezza è una moneta che un corso di validità, un valore nel tempo e nel luogo, scaduto il quale, va in disuso. Il tempo della bellezza d’Ischia, che continua ad essere esaltata in centinaia di foto su FB, ma dove trionfa più la Natura che l’opera umana e nascondono le nostre responsabilità, sta scadendo. Ischia sta perdendo il rapporto tra cittadini e territorio.

L’ex negozio Rino Shop

Di recente, Davide Conte, che ha fatto l’amministratore e si ripropone, ha consigliato il ripristino di un Assessorato al territorio. L’idea è lodevole per le intenzioni, ma potrebbe dar adito ad un equivoco: che basti un solo amministratore che si dedichi alla cura, per preservare il territorio. No, non è così, Ischia la salviamo solo se tutti recuperiamo il senso del bello e dell’ordine! Sì, certo, la storia dell’isola non è solo storia di solidarietà e di pace, siamo stati capaci anche di cose orribili (lo dimostra un’ampia letteratura in merito, ultimo il volume di storia locale scritto da Benedetto Valentino “Storie di pirati, eretici e pestilenze” ma, a ben vedere, quella storia contraddittoria si muoveva lungo binari di attaccamento alla propria terra. Mentre oggi è proprio questo che sta venendo meno: l’attaccamento alla propria terra. Ogni tanto rileggo “Ischia, largo Croce” di Nunzio Albanelli. E’ il “diario di uno scugnizzo” al tempo dell’occupazione anglo-americana. Cito un passo della presentazione del libro a cura di Ciro Cenatiempo: “S’incunea nei meandri di un luogo piccolo che si apre a raggiera perfetta, come in certe utopiche architetture rinascimentali, a partire dalla naturale agorà che, tuttora, è nel cuore vecchio d’Ischia: Largo Croce, epitome di un mondo e dei suoi abitanti”. Quella zona e quel periodo sono stati decantati, di recente, anche da due brave professoresse, ciascuna dal proprio osservatorio: Sandra Malatesta e Anna Di Meglio. Bene signori, nelle mie passeggiate solitarie post estate, ho dovuto constatare che quei luoghi e quelle “liaison” relazionali tra gli uomini non esistono più. Tutto è profanato! E tutti siamo colpevoli. A partire, naturalmente, dagli amministratori comunali degli ultimi 60 anni per poi arrivare, a cascata, alle responsabilità dei singoli cittadini.

L’ingresso dell’ex mercato comunale

La Piazza Croce dei capannelli, del mercato natalizio del pesce, del barbiere frequentato dai cittadini più in vista e più operosi del paese, del bar delle “briscole” e delle “aniglie”, delle animate dispute sul calcio, tutto è stato “ingoiato” e sostituito da gallerie o negozi anonimi, da strutture fisse di bar e ristoranti, da alberi esotici, perfino da un finto e minuscolo parco giochi per bambini (infrequentato) e di ostacolo al camminamento sul marciapiedi. Il tocco finale, l’ultimo attentato è un vistoso negozio di cineserie al posto di “Rino Shop”. Il mitico negozio Da Filippo era stato già sostituito da una gelateria-yogurteria. Stiamo parlando della storia turistica e commerciale di Ischia. Quello che fu un vivace mercato di generi alimentari, nella traversa Buonocore, dopo essere stato bonificato e ristrutturato, è stato nuovamente dimenticato e abbandonato, tanto che se ne sta di nuovo cadendo a pezzi. La traversa Buonocore è ormai un parcheggio abusivo di moto e auto e un ricettacolo di oggetti abbandonati.

Sul versante del mare e delle spiagge, l’Amministrazione comunale decide (e fa bene) di abbattere e ricostruire una serie di cabine-ricovero degli attrezzi di pesca, ma è cieca su tutto il resto. Degli altri capanni, in alcuni dei quali vivono extracomunitari in indicibili condizioni e di altre brutture strutturali manco a parlarne. A partire dalla spiaggetta sotto la Villa Dohrn e fino ai lidi in corrispondenza di via Enea è tutta una casba, un’occupazione di spazi pubblici fatta senza un minimo di progettualità complessiva ed uniforme. Nei vari vicoletti, si sa, annida la peggiore malavita che ha acquistato mini appartamenti che d’inverno rendono ancora più squallida la zona. Il denaro ha corrotto anche le famiglie di antica tradizione di pesca. Il diavolo è penetrato nel ventre della nostra città. Il potere pubblico in questa trasformazione urbanistica ed antropologica non ci ha capito più nulla e si è illuso di risolvere con qualche giardinetto e ripavimentazione, continuando per giunta a tollerare l’invasione di auto parcheggiate fin sull’arenile. Non abbiamo più il gusto del bello. Non siamo più in grado di discernere ciò che ancora può attirare i turisti da ciò che, sebbene procuri un reddito, ci fa assomigliare a centinaia di altri luoghi anonimi e senz’anima. Non meravigliamoci poi se la quantità di gente che arriva (e ancora arrivano) non riesce a compensare la contemporanea discesa della qualità. Questo ci meritiamo! Siamo persi, siamo senza speranza? Tutto dipenderà dalle nuove generazioni che, al momento, preoccupate da un futuro improbabile e angosciante, optano in gran parte per l’emigrazione al nord dell’Italia o in altri paesi. Molti di questi giovani, emigrando, vedranno altre realtà, alcune deviate come la nostra, altre più civili e rispettose dei valori più importanti della vita. Forse alcuni di questi giovani ritorneranno a Ischia, portando con loro nuovi semi di civiltà, forse con loro recupereremo il senso del bello e la fecondità del rapporto uomo-uomo e uomo-natura e paesaggio. Forse.

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