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LE OPINIONI

IL COMMENTO Adesso, più che mai, siamo una “società liquida”

Rifletteteci un po’: circa 12 anni fa, un visionario francese, Serge Latouche, professore emerito della Facoltà di Scienze economiche presso l’Università di Paris-Sud, scriveva il libro “Breve trattato sulla decrescita serena”. In Italia, il Movimento Cinque Stelle lo fece proprio, come caposaldo di un nuovo paradigma etico-sociale ed economico e aveva scelto come ideologo il sociologo Domenico De Masi. Poi, stranamente, abbandonò questo fertile filone e mise da parte De Masi, forse per il timore degli effetti elettorali negativi provocati da attacchi (ciechi) del mondo industriale, della grande stampa e della destra politica (ma, ad essere sinceri, anche la sinistra non ci capì molto). Tutti questi attacchi, anche di quelli che il libro non lo avevano affatto letto, miravano a far passare il concetto, sbagliato e fuorviante, secondo cui Latouche predicava la felicità di una società che, anziché progredire, retrocedesse. Si giocava, non senza ironia, sulla locuzione “decrescita felice”, asserendo che trattavasi di una filosofia del regresso. Ciò, nonostante che Serge Latouche avesse ben chiarito che non intendeva affatto propagandare una “crescita negativa” ma, più correttamente, l’abbandono di un mantra dell’economia imperante e cioè che il libero mercato porta automaticamente con sé una crescita infinita ed inarrestabile. Di certo, questi economisti nulla sapevano di quel che aveva profeticamente previsto Pier Paolo Pasolini: l’instaurarsi di uno “sviluppo senza progresso”. Tutti questi propugnatori del progresso infinito avevano semplicemente dimenticato che lo sviluppo infinito è incompatibile con una Terra finita e che molte risorse terrestri sono esauribili. Tutti gli economisti e politici che hanno deriso la filosofia dell’a-crescita (definizione più corretta rispetto a “decrescita”) non hanno letto nemmeno ciò che ha scritto un santone dell’economia liberista:

John Stuart Mill. Sentite cosa scriveva: ”Se la bellezza, che la terra deve alle cose, venisse distrutta dall’aumento illimitato della ricchezza e della popolazione… allora io spero sinceramente, per amore della posterità, che questa sarà contenta di rimanere stazionaria, molto tempo prima di esservi costretta dalla necessità”. In un mondo guidato dalla folle corsa alla sovra produzione per un iperconsumo, cosa succede quando il mercato è saturo, essendo stati soddisfatti tutti i bisogni? Succede che il capitale crea, con sistemi subliminali e di induzione dell’inconscio, domanda aggiuntiva artificiosa, non corrispondente cioè ad un bisogno reale. Basterebbe leggere le pagine. 17 e 18 del libro di cui stiamo parlando per capire la mistificazione che è stata fatta sul concetto di “decrescita”. “Non si tratta – scrive Latouche – di sostenere la decrescita per la decrescita. Il che sarebbe assurdo quanto lo è sostenere la crescita per la crescita… Per noi la decrescita non è una crescita negativa, ossimoro che rispecchia alla perfezione il dominio dell’immaginario della crescita. Sappiamo che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nello sgomento, aumenta i tassi di disoccupazione e precipita l’abbandono dei programmi sociali, sanitari, educativi, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita… Si tratta piuttosto di creare un progetto alternativo per una politica del dopo sviluppo. Il suo obiettivo è una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno”. Nei 12 anni trascorsi dall’edizione del libro di Latouche ad oggi, non abbiamo tratto alcun suggerimento da questa azzeccata previsione. Oggi siamo in una condizione diversa. Nella condizione che è stato un potente virus a metterci di fronte all’amara realtà di un modello di sviluppo squilibrato: un modello che ha sacrificato servizi essenziali come la sanità a favore della produzione e consumo di beni superflui. Un’auto, due auto; un telefono cellulare, due, tre. E come la chiamiamo oggi la necessità creatasi, all’improvviso, di riconvertire industrie (anche quella dell’auto) per produrre dispositivi di protezione individuale, apparecchi di ventilazione e di sussidio alla respirazione e via dicendo? Non sarà una “decrescita felice” perché le circostanze sono tutt’altro che felici, ma vogliamo definirla “arresto della folle corsa”, vogliamo chiamarla “cambio di paradigma”, sull’orlo del baratro? Allora aveva forse ragione lo storico Erodoto: “Le circostanze dominano gli uomini, non gli uomini le circostanze”. Questa improvvisa ed imprevista inversione di marcia, non è stata provocata dall’uomo come auspicava Latouche, ma della natura stessa”. Ciò dimostra che le trasformazioni che il mondo – anche a prescindere dall’uomo – è in grado di sviluppare sono estremamente rapide e mutevoli. E “mutevole” è un’altra parola magica che ci vedrà impegnati tutti nel prossimo futuro.

Qui veniamo ad un altro visionario, il sociologo polacco Zygmunt Bauman, sostenitore della “liquidità” dell’attuale società. Secondo Bauman oggi è difficile il sedimentarsi di ogni certezza, di ogni punto fermo di riferimento. Tutto è diventato “mutevole”, mobile, sia per i repentini cambi esterni all’uomo (fenomeni naturali), sia nel campo delle relazioni umane (“amore liquido”). Tutto cambia, concetto che sembra mutuato dal fatidico “tutto scorre” di Eraclito. Anche qui, come in Latouche, con lo scoppio della pandemia, abbiamo avuto una clamorosa conferma di quanto teorizzato dal sociologo. Sta cambiando e cambierà tutto velocemente. Il quesito è: cercheremo faticosamente di ripristinare lo status quo o ci adatteremo all’esigenza della svolta, di un modo diverso di vivere, più equilibrato, più rigoroso, meno improntato a consumi inutili? E Ischia come reagirà? Certamente la condizione insulare, di fronte a cambiamenti epocali e globali, a poco conta; non ci consente adattamenti migliori e diversi da quelli che l’intera nazione, tutta l’Europa e il mondo intero sapranno darsi. Tuttavia l’insularità ci dà qualche vantaggio sulla totalità per la possibilità di misurare via via gli effetti degli adattamenti e della riconversione di comportamento per il fatto che siamo un’isola e – in quanto tale – una specie di campionamento statistico significativo. Saremo in grado di capire meglio e prima degli altri se stiamo insistendo sulla vecchia strada del falso progresso (quella che Gilles Lipovetsky, sociologo, definisce “felicità paradossale”) o su un sentiero nuovo, quello dell’alter-consumo (sempre definizione di Lipovetsky) cioè di un consumo alternativo, responsabile e sostenibile. Questo non significa affatto che dobbiamo relegarci in un modello di vita “monastico”. E come potrebbe una località turistica che deve allietare e rigenerare i visitatori, nel fisico e nella mente, predicare e praticare un modello “ascetico”? Lo dice Lipovetsky: “E’ indiscutibilmente necessario correggere la società degli iper-consumi, ri-orientarla secondo schemi meno iniqui e più responsabili; tuttavia, non fino al punto di rovesciarne l’economia <leggera>, a vantaggio di un ascetismo razionale”.

Dovessi indicare un piccolo esempio di orientamento giusto per gli operatori economici d’Ischia, richiamarei il commento scritto, martedì scorso, dall’imprenditore turistico Celestino Iacono su Il Golfo: “La nostra isola ha visto una crescita incontrollata ed esponenziale di posti letto, senza contemporanea crescita culturale e professionale, trascurando dolosamente la salvaguardia del territorio… Il male più grande su quest’isola è l’individualismo”. Più chiari di così si muore! Non è vero, dunque, che tutta la classe dirigente locale è cieca e non è vero che viga ad Ischia un “pensiero unico” turistico-economico. Qualcun altro, al contrario, incomprensibilmente, ha affermato: “Non ci sto a trasformare il mio albergo in una specie di ospedale. Meglio stare chiusi”. Possiamo eccepire, a questa decisione, che l’etica aziendale impone anche dei doveri sociali? E che tra questi doveri sociali c’è anche quello di favorire l’occupazione e contribuire, oltre al profitto personale, al benessere della comunità entro la quale agisce? Rileggetevi, di grazia, l’art.41 della Costituzione, lì dove, riconosciuta la libertà dell’iniziatica privata, ne delinea i limiti: “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

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