LE OPINIONI

IL COMMENTO Celebriamo l’apertura del porto senza aprire le menti e i cuori

Strano, ad Ischia abbiamo festeggiato (con 2 giorni di ritardo) il 165° anniversario dell’apertura del Porto e nessuno ha sottolineato il parallelismo tra questo evento e la sempre più accesa disputa italiana tra “porti aperti e porti chiusi”. D’altra parte anche il Festival dei Popoli del Mediterraneo, alla Mandra, si limita a spettacolarizzare l’incursione saracena e parla di “scontri” e mai di “incontri” dei popoli del Mediterraneo. Ma davvero pensiamo che la Festa del Porto debba limitarsi alla scenografia dell’attracco della nave reale e del corteo borbonico? Nessuno nega il merito storico di quell’apertura, ma per dargli un senso dobbiamo riflettere su ciò che ha significato per l’isola l’apertura del Porto, sia da un punto di vista economico che sociale. Ogni “apertura” è apertura a un mondo nuovo, a nuove esperienze, a nuovi incontri, a nuovi affari .Il grande scrittore-poeta portoghese Ferdinando Pessoa ha scritto in proposito : “Per arrivare all’infinito, e credo vi si possa arrivare, abbiamo bisogno di un porto, di uno soltanto, sicuro, e da lì partire verso l’indefinito”. Va bene pertanto omaggiare Re Ferdinando II e tutta l’equipe tecnica dell’epoca che fece un lavoro egregio. Ma non è la staticità dell’evento che va festeggiato, bensì la dinamicità dei meccanismi che tale apertura innescò. Il problema è che a Ischia c’è il difetto, in molte persone, di fermarsi alla tradizione e all’idea sbagliata che “ identità” significhi “ fossilizzazione storica di un’immagine”. Invece l’identità è “trasformazione nella continuità”. Così come la celebriamo, l’apertura del porto sembra poco più che una nostalgia neoborbonica .L’apertura del porto va invece simbolicamente inquadrata nell’apertura al mondo, al nuovo, agli altri popoli ( che nel caso di Ischia è soprattutto scambio turistico).

Mi pare che la popolazione ischitana, ancorché fortemente cattolica, non abbia recepito questo messaggio. Eppure, proprio dal mondo cattolico arrivano segnali inequivoci, sia a livello di papato che a livello della locale diocesi. Incominciamo da quest’ultima: il Vescovo Lagnese, dispiaciuto degli attacchi di alcuni settori cattolici locali ma fiducioso di poter riallacciare le fila, nel comunicare la celebrazione del IX° Convegno Ecclesiale Diocesano il 6-7-8 novembre, ha richiamato il Decreto Ad Gentes del Concilio Vaticano II, sull’attività missionaria della Chiesa, sull’opera di evangelizzazione. Ha precisato Lagnese che l’attività missionaria non è rivolta solo verso gli altri popoli ma anche verso le parrocchie che – a volte – smarriscono la retta via per imboccare sentieri pericolosi. Il decreto Ad Gentes fu promulgato il 7/12/1965 da Papa Paolo VI e sanciva la necessità, per i missionari, di “inculturarsi” ovvero di immergersi nella moltitudine di culture e popoli diversi. Ma Papa Francesco vuole celebrare nel migliore dei modi anche il centenario ( 30 novembre 1919) della Carta Apostolica di Benedetto XV “Maximum illud” che è il caposaldo dell’attività missionaria. Ma, sia pure a volo d’uccello, dobbiamo citare alcune altre iniziative religiose di questi giorni.

A Bologna, in Piazza Maggiore, da venerdì 27 ad oggi, si sta svolgendo il Festival Francescano, celebrato dal neo Cardinale Matteo Zuppi ( finalmente un Matteo buono e convincente) incentrato sull’importanza della parola e del dialogo e sul concetto di “ giustizia riparativa” affinché ci sia un barlume di speranza anche per i delitti più efferati ( non a caso c’è la presenza della brigatista Adriana Faranda). Né possiamo dimenticare la V edizione del “ Cortile di Francesco”, organizzato dal Sacro Convento di Assisi, dal titolo emblematico “ In- Contro, comunità, popoli e Nazioni”, dove la parola “incontro” è spezzettata in due concetti contrapposti: “In” che prevede l’inclusività e “Contro” che prevede l’esclusività. E oggi come oggi,purtroppo, anche ad Ischia prevale il “contro” rispetto all”in”. Sempre a Bologna, in settimana si è avuta una maratona ( 12 ore consecutive) di lettura di testi sacri interreligosi ( ebrei,cristiani,musulmani,induisti e buddhisti) a cura dell’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e dialogo interreligioso della CEI. Ultima iniziativa da segnalare: il XV Festival Torino Spiritualità che si chiude oggi ed è iniziato giovedì scorso. Il tema affrontato è “Ad infinita notte”, riprendendo un verso dal libro del profeta Isaia ( 21,11) che si chiede “A che punto è la notte?”. Perché la notte? Perché è un punto di transizione tra il buio dell’angoscia e la speranza dell’alba e della luce. D’altro canto, la Genesi ci dice che al principio non fu la luce, bensì le tenebre. Solo dopo arrivò l’ordine creatore di Dio “Fiat lux”. E fiat lux su Ischia che attraversa uno dei momenti più bui della sua storia, e non mi riferisco solo alla quotidianità amministrativa, bensì al decadimento progressivo etico – comportamentale. L’avevo detto, in un articolo di quest’estate, che non potevamo rinfacciare ai soli “napoletani” comportamenti smodati e sopra le righe, sapendo che anche la nostra realtà isolana – per quanto più scolarizzata ed acculturata di quella della periferia napoletana- è attraversata da affievolimento delle coscienze ed offuscamento delle menti. E così riscopriamo all’improvviso che anche nostri liceali arrivano a distruggere le nostre pinete!

La scuola, i genitori? Sì, hanno le loro carenze, le loro responsabilità, così come ha sottolineato Giovanni Cricco nell’editoriale del Golfo di mercoledì scorso, ma la verità è che l’insegnamento di scuola e genitori può poco rispetto agli stilemi e ai comportamenti dettati dalla TV, dai social, dagli influencer, dai grandi imperi mass-mediatici del turbocapitalismo mondiale. Non è questa la sede per discettare di filosofia, mi limito perciò a dire che sul tema dell’impossibilità di un’etica nell’epoca moderna, contrassegnata dalla tecnica, fior di filosofi contemporanei, da Gianni Vattimo a Giulio Giorello, da Franco Volpi a Emanuele Severino, da Umberto Galimberti al giornalista-scrittore Eugenio Scalfari ( autore- tra gli altri – del libro del 1995 “ Alla ricerca della morale perduta”) tutti considerano non più possibile una morale nel senso tradizionale platonico, kantiano o cristiano. Ormai l’uomo non è più un fine, ma un mezzo della tecno-scienza. Rinviamo la discussione al bravo prof. Raffaele Mirelli per il suo Festival di Filosofia. Riprendiamo la più semplice lettura della Festa del Porto. All’apertura del Porto d’Ischia corrisponde un’analoga apertura dei nostri cuori e delle nostre menti? O piuttosto all’apertura fisica del porto rispondiamo con una chiusura dell’anima? Nel nostro ego, nella nostra posizione sociale ed economica, nel focolare domestico, nel nostro campanile? La missione della Chiesa, ma anche quella della scuola, dei genitori e dei nonni, appare – in questo scenario – improba. Il titolo del Convegno di Torino Spiritualità “ Ad infinita notte” appare quanto mai realistico. Sembra proprio una notte infinita quella in cui siamo precipitati e l’alba non si intravede. Eduardo De Filippo era convinto che “ adda passà ‘a nuttata”. Ma aveva ragione a dubitarne il profeta Isaia, quando chiese alla sentinella di turno: “ A che punto è la notte?” E la sentinella rispose. “ Viene la mattina, viene anche la notte. Se volete domandare, domandate pure, tornate ancora”. E, dubbiosi, chiederemo e ce lo chiederemo ancora.

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