LE OPINIONI

IL COMMENTO Come l’Araba Fenice, Ischia reagisce al fato avverso

di Marco Martone

L’Araba Fenice è un uccello che rinasce dalle proprie ceneri, dopo la morte. Un simbolo di capacità di reazione alle avversità, alle crisi e alla sventura. E Ischia, in qualche modo, fa pensare proprio a questa strana figura mitologica, in questi giorni di grande resilienza contro il nemico invisibile, il Covid-19, che ha messo in ginocchio il nostro Paese e minato la capacità di sviluppo di interi settori economici, a cominciare dal comparto turistico, che per l’Isola Verde è fonte di importanza vitale, motivo quasi di sopravvivenza. Ischia però ha reagito, da subito, contro la devastante azione del virus. L’ha fatto in maniera anche impopolare e forse eccessiva, quando a febbraio ha “respinto” l’arrivo al porto di alcuni autobus con a bordo turisti provenienti dalle zone più calde dal punto di vista dell’emergenza coronavirus.

Le immagini di quel rifiuto invasero il web e, di conseguenza, fecero il giro del mondo.

Quell’atteggiamento ostile nei confronti dei turisti del Nord, urlato con disperazione e paura, più che con rabbia o cattiveria, era come una sorta di paradosso, di ossimoro per un’isola che ha fatto da sempre dell’accoglienza e dell’ospitalità il proprio credo, la propria storia. E le accuse di “razzismo di ritorno” piovute sugli ischitani anche da parte di persone, che dà sempre ostentano nei confronti dei meridionali ogni sorta di pregiudizio, sono una macchia che resterà impressa nel ricordo degli isolani. 

La chiusura, la quarantena, gli sbarchi controllati, il silenzio e la solitudine. Le serrande abbassate e le strade deserte. Le chiese vuote e gli striscioni alle finestre. Il coraggio dei medici e il sudore degli infermieri. Ischia ha pagato il suo caro prezzo, anche in termini di morte e di dolore. Giorni bui, pieni di incognite e incertezze, che hanno messo in dubbio anche la possibilità di vivere una stagione estiva, sia pure lontanamente assimilabile a quelle di ogni altro anno.

Ma l’Araba Fenice ha reagito, è risorta ed è ancora viva. L’ha fatto con l’impegno delle istituzioni locali, il sacrificio dei cittadini, la forza di volontà degli imprenditori, i controlli delle forze dell’ordine. Non è un’estate come le altre, ovvio. Non può esserlo se alcuni alberghi sono ancora chiusi, se le spiagge viaggiano a regime ridotto, se gli stranieri sono pochi e se alcuni punti di riferimento e luoghi simbolo, come i Giardini di Poseidon, ad esempio, hanno scelto di rinviare l’apertura al 2021. Le feste, gli eventi, le tradizioni, le luminarie e i ricordi che si perdono tra i dolciumi delle bancarelle di Ischia Ponte. Tutto quest’anno sarà ovattato, malinconicamente ammantato da un senso di tristezza e di impotenza. Non può essere la solita estate, se i sorrisi sono nascosti dalle mascherine e se tra le persone si avverte quella legittima, innocente diffidenza che la paura del contagio costringe ad avvertire, ogni volta che ci troviamo a meno di due metri da qualcuno.

Ora più che mai, però, Ischia e chiamata a vincere la sua ennesima sfida. L’ha fatto già nel corso della sua storia. L’ultima volta nel 2017 dopo il terremoto che colpì alcune aree di Casamicciola e Lacco Ameno. Una ferita ancora aperta. Anche quella fu una mazzata terribile, che ancora porta con sé conseguenze e dolore. Ma Ischia è l’Isola Verde e il verde non è solo il colore delle sue colline ma anche quello della speranza e della voglia di vivere. Proprio come l’Araba Fenice, che risorge dalle proprie ceneri e che torna a volare a dispetto delle sventure.

DIRETTORE SCRIVONAPOLI.IT

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