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LE OPINIONI

IL COMMENTO Cosa manca all’isola per essere coesa

Non solo il Presidente della Repubblica, nel discorso di fine anno, ha auspicato per l’Italia una maggiore coesione sociale; pochi giorni prima anche l’Annuario Istat ha reso pubblico il Rapporto con un quadro a tinte fosche del nostro Paese. A parte il dato confortante, relativo ad un recupero di posti di lavoro ( ma per lo più a tempo determinato) e a buste paga più pesanti per i dipendenti pubblici, per il resto l’Italia appare sempre più come paese votato alla disintegrazione familiare, a nuclei sempre più piccoli e con pochi o nessun figlio, alla crescita del numero di coppie di fatto senza matrimonio, al progressivo invecchiamento della popolazione.

Si sa che l’Istat, Istituto Nazionale di Statistica, pubblica dati “ freddi”, non commentati. Al contrario, il fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, ama “ interpretare” i dati e configurare scenari futuri. Ebbene, rispetto ai dati Istat, De Rita ha commentato l’attuale fotografia italiana come lo specchio di una dilagante “egolatria”. Sempre meno figli, nuclei familiari sempre più piccoli o, addirittura, scelta definitiva di vita da “ single”. Ma il punto cruciale individuato da De Rita è che i governanti hanno frainteso il fenomeno, pensando che originasse esclusivamente da fatti economici: “mancano i soldi e quindi si rinuncia a mettere su famiglia o ad allargare il nucleo familiare”. Non è così per De Rita e pertanto i vari incentivi, bonus bebé e varie, non sortiscono gli effetti sperati.

La verità, dice De Rita, è che “è finita l’anima”. Chi mette al mondo figli, inevitabilmente riversa attenzione ed amore da sé ai bambini. Invece l’attuale società impone stili di vita narcisistici, tutti improntati all’amore di sé, alla cura di sé. Esisto innanzi tutto io! Non c’è più vita di relazione, siamo di fronte ad una congiuntura emotiva autoreferenziale. Alla ricerca della relazione stiamo preferendo la “ rottura” con gli altri, il “ vaffa”, lo scontro, la contrapposizione. E’ bellissimo ed illuminante il paragone che il sociologo De Rita fa quando cita il film cult di De Sica e Zavattini “ Miracolo a Milano”, nel quale un bambino, uscito dall’orfanotrofio, saluta col “ buongiorno” qualunque persona gli capiti di incontrare per la strada. Così, senza una ragione specifica, senza una conoscenza preventiva, per il solo piacere relazionale. Ecco quello che manca, in Italia come ad Ischia. In questi giorni, tra fine anno ed inizio del nuovo, siamo stati tutti al centro di auguri, abbracci, auspici e speranze, destinati però a durare qualche giorno. Poi ognuno tornerà a richiudersi nel proprio ego, a lanciare qualche contumelia attraverso i social, a demonizzare concorrenti o avversari politici. Naturalmente, oltre a questo inaridimento dell’anima, ci sono motivazioni sociologiche ed economiche che acuiscono ed esasperano la disgregazione. Quella più evidente e clamorosa è la netta divaricazione che si è creata tra città e campagna, centri e periferie, tra élite di medio-alta istruzione e popolo di bassa istruzione. Tanto che questa divaricazione ha precise conseguenze politiche. Ne ha colto il senso il sociologo e psicometrico Luca Ricolfi, sul Mattino di metà dicembre (ringrazio Benedetto Valentino che me lo ha segnalato). Ricolfi ha evidenziato come c’è piazza e piazza. C’è la piazza delle Sardine, con presenze altissime, che vede però presenti quasi esclusivamente i ceti medio alti e ci sono le piazze della destra di Salvini e Meloni, a cui partecipano per lo più i ceti medio-bassi. Allora, paradossalmente, si scava un solco tra gente beneducata, colta, civile che è stufa delle parole di odio e delle fake news e gente di periferia (geograficamente ed antropologicamente parlando) preoccupata da altre priorità, come la sicurezza, l’identità locale, la tradizione, la conservazione di antichi valori consolidati. Anche questa è disintegrazione sociale inaccettabile e la sinistra politica sbaglia a ritenere esaustiva la conquista dei ceti più acculturati.

Tradotto tutto ciò in termini isolani, quando Ischia capirà che il contadino di Serrara Fontana merita la stessa attenzione dell’albergatore di Ischia Porto; quando capirà che l’antica capitale turistica isolana, Casamicciola Terme, ha sempre avuto due componenti essenziali, quella della riviera e quella del Maio-Sentinella-La Rita e che quelle componenti, al di là di una possibile e forse auspicabile delocalizzazione per ragioni di sicurezza, devono continuare a convivere ed esistere entrambe ( come ci spiega Gino Barbieri nella sua recentissima Guida Storica di Casamicciola Terme, dal Trecento i casamicciolesi erano raccolti in piccoli casali ai piedi dell’Epomeo, mentre la costa era spopolata per il timore delle incursioni saracene. Solo a partire dal Quattrocento si andò attrezzando la riviera o meglio la Lumiera, cosiddetta dai fuochi per la cottura delle terracotte). Quando Ischia capirà che la Chiesa isolana deve essere una, sotto l’egida del Vescovo e non costituita da tante parrocchie contrapposte tra progressisti e tradizionalisti; quando capirà che i Comuni possono anche continuare ad essere sei anziché uno, a patto che si tenga conto della necessaria unicità dei servizi essenziali e della pianificazione territoriale ed economica; quando si capirà che i mezzi di informazione locali (giornali e televisioni) devono, per natura, “comunicare” e non “scomunicare”, contribuire a compattare il paese e non a sfaldarlo, concorrere al progresso civile, culturale ed economico del paese, a rispettarsi tra di loro e non demonizzare i mezzi di informazione concorrenti; quando l’isola capirà che “ senso civico” ( tanto invocato dal Presidente della Repubblica) non vuol dire lisciare il pelo, sempre e comunque, al potere amministrativo, ma adempiere seriamente al dovere di cittadino, rispettando le regole e non calpestando i diritti di alcuno e, se necessario, avere il coraggio di contestare il potere amministrativo, ma nel rispetto dovuto alle istituzioni e alle persone, solo allora Ischia potrà dire di avere imboccato la strada della “ coesione sociale”.

Il buongiorno cordiale, come il bambino del film “ Miracolo a Milano” non ce lo dobbiamo scambiare solo sporadicamente, magari a fine anno. Ce lo dobbiamo scambiare, convinti, tutti i giorni. E la compattezza della famiglia, nucleo principale della società, deve essere obiettivo primario di una comunità, soprattutto isolana. Isola sì, solitudine no! Quanto alle unioni, di fatto o istituzionalizzate con rito civile o religioso, non siano solo occasione di ostentazioni di un benessere e felicità apparenti. I riti, le cerimonie, le feste, i viaggi esotici sono belli ed importanti, ma non devono restare manifestazioni epidermiche. Devono avere un’anima. Riappropriamoci dell’anima e riscopriamo la bellezza di avere dei figli e di spostare una parte del nostro amore da noi stessi ai bambini. Il progresso civile ed economico di un paese non si costruisce solo con la capacità lavorativa ed imprenditoriale, ma anche con la capacità relazionale. Per avere gli “ effetti economici” ci vogliono anche i necessari “ affetti sociali”. Lo ha capito bene un manager competente come il Managing Director del gruppo Pellicano Hotels, Michele Sambaldi, secondo il quale “L’aprirsi verso i flussi in arrivo non può non avvenire attraverso il radicarsi di una mentalità dedicata alla coesione” ( Intervista a cura di Francesca Pagano- Il Golfo di giovedì 2 gennaio). Se stiamo alla principale nostra fonte economica, il turismo, dobbiamo renderci conto che oggi il turista, in un mondo globalizzato e sempre più uniforme, è a caccia di “ esperienze” nuove e stimolanti. Una società priva dei necessari collanti affettivi e relazionali sarebbe incapace di trasmettere ad altri esperienze forti ed uniche.

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