IL COMMENTO Da Ischia a Scampia , sono tutti uguali i volti degli sfollati

Sono tutti uguali gli sguardi delle persone costrette a lasciare le proprie case. Hanno gli occhi tristi e allo stesso tempo iniettati di quella rabbia pronta ad esplodere, non si sa bene contro chi o cosa. In questi giorni sta accadendo a Scampia, dopo il crollo avvenuto all’interno della vela Celeste, che ha provocato morte e dolore. Le vele di Scampia, una sorta di ossimoro in cemento. Il nome è affascinante, fa pensare alla libertà, ai viaggi, alle vacanze. La vela può essere simbolo di rinascita, di partenza e di avventura. E invece sono diventate, negli ultimi decenni, il simbolo di un degrado strisciante. Per identificare tutto il male possibile, legato al territorio di Scampia, si è sempre fatto riferimento alle sue vele. Le immagini di Gomorra, i servizi dei telegiornali, le foto sui giornali. Tutti i fatti di cronaca, cruenti, violenti e legati ad eventi efferati, hanno sempre avuto come sfondo l’immagine di una vela. Quella Celeste è rimasta a baluardo di un pezzo di storia che non vuole morire. Si proietta verso il cielo, senza volare come fanno appunto le vele ma saldamente legata ad una terra che soffre e costretta spesso a piangere i suoi stessi figli. Nelle vele ci sono persone perbene e ci sono mascalzoni, c’è chi rispetta le leggi e chi se ne fa beffa. Le vele sono un ricettacolo di rifiuti, un luogo dove spacciare la droga e sono anche un posto dove nascono gli artisti, dove cresce la speranza, dove si sentono le prime note di canzoni che poi diventano brani ascoltati in tutto il mondo. Tutto questo, però, adesso non conta. Adesso la vela Celeste e il quartiere di Scampia, altro non sono che il luogo della disperazione, dell’incertezza e della rabbia. Persone che chiedono aiuto, a quello stesso Stato che rinnegano, che non riconoscono, che vedono come un nemico da affrontare e possibilmente da sconfiggere. E’ l’eterno controsenso di una città che non riesce mai ad essere normale. Ed in questa anormalità, assoluta, c’è anche un altro dato sorprendente. Il mondo della cultura che sostiene il territorio. E non lo fa attraverso i libri, le lezioni e lo studio ma nella maniera più scontata e indispensabile possibile. Aprendo le porte dell’Università, come un abbraccio che accolga chi soffre e chiede di essere sostenuto. E così accade che nell’Ateneo inaugurato meno di due anni fa, trovino alloggio persone che, forse, neanche lo hanno mai aperto un libro e che magari a scuola hanno smesso di andarci quando erano bambini. Eppure sono lì, a due passi da quelle stesse aule dove si discutono tesi di laurea e si progetta il proprio futuro, magari lontano da Napoli e dall’Italia. In quella sede universitaria ci sono i bambini con i loro giochi, ci sono dolcetti e patatine e ci sono anche i sorrisi e gli abbracci. Sembra quasi un luogo di festa e di vacanza. E invece tra le brandine allestite all’interno dell’ateneo corre un sottile filo di ansia e di paura, di preoccupazione e di incertezza.
Ci sono famiglie che attendono una sistemazione da oltre dieci anni e che ora hanno perso anche quell’unico punto di riferimento che chiamavano casa. Le notti degli sfollati passano esattamente come quelle di chi ha vissuto il dramma del terremoto prima e dell’alluvione poi, a Ischia ma anche come quelle di chi vive l’emergenza del bradisismo nei Campi Flegrei. Le notti passano con il conforto di una città che si è stretta al fianco di chi è distrutto dal dolore. Un pellegrinaggio continuo, promosso dagli artisti di Napoli, che hanno portato a Scampia cibo, bevande, indumenti per i bambini ma soprattutto un esile motivo per sperare che, in fondo, domani è un altro giorno. Notti da sfollati, come quelle trascorse negli alberghi di Casamicciola, nei giorni successivi alla colata di fango, tra bimbi che dormono lontano dai propri lettini e che sognano beati, cullati da una malinconica ninna nanna.
* DIRETTORE “SCRIVONAPOLI”




