IL COMMENTO Da Procida al futuro: la lezione di Enzo Peruffo sull’AI

Di Giorgio Di Dio
Ci sono momenti in cui la storia cambia passo quasi senza annunciarlo. L’intelligenza artificiale è uno di questi. È entrata nelle nostre vite con la discrezione delle trasformazioni profonde, quelle che non fanno rumore all’inizio, ma che finiscono per mutare il modo in cui pensiamo, studiamo, lavoriamo e perfino immaginiamo il futuro. Oggi la sua presenza non è più confinata ai laboratori o ai linguaggi dell’innovazione: è già tra gli studenti, nelle aule, nei dispositivi che usiamo ogni giorno, nei gesti rapidi con cui chiediamo a una macchina di rispondere al posto nostro. E proprio per questo, osserva Enzo Peruffo, professore ordinario alla Luiss Guido Carli, prorettore per la didattica, dean della Luiss Graduate School e direttore del Centro di Ricerca Strategic Change “Franco Fontana”, originario di Procida, non è più tempo di inseguire il cambiamento. È tempo di precederlo. Il suo intervento, su “ Il sole 24 ore”, più che un semplice richiamo accademico, ha il tono di un avvertimento civile. Peruffo invita a guardare l’intelligenza artificiale non come un accessorio del presente, ma come una soglia decisiva della formazione contemporanea. La questione, in fondo, non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda il modo in cui una società decide di educare i propri giovani, di difendere il pensiero critico, di custodire la libertà del giudizio in un’epoca che tende a delegare tutto alla velocità degli strumenti. L’IA, infatti, non va soltanto usata: va capita. E per capirla davvero bisogna cominciare presto, prima che diventi abitudine, prima che entri nel lessico quotidiano senza che ne sia stata compresa la portata.
È qui che la riflessione di Peruffo acquista spessore e urgenza. La scuola e l’università non possono limitarsi a osservare la trasformazione da lontano, come se il loro compito fosse quello di registrare ciò che accade altrove. Devono invece farsi luogo di interpretazione, di orientamento, di anticipo. Perché se è vero che i giovani incontrano l’intelligenza artificiale sempre più presto, è altrettanto vero che la risposta educativa non può arrivare in ritardo. Il ritardo, in questi casi, non è solo organizzativo: è culturale. E ogni ritardo culturale, quando si protrae, diventa anche un ritardo democratico. Il punto più delicato è forse proprio questo: non confondere la familiarità con la competenza. I ragazzi usano già l’IA, spesso con disinvoltura, ma usare uno strumento non significa comprenderlo. E comprenderlo non significa ancora saperlo governare. Peruffo mette in guardia da una tentazione sottile, quasi invisibile: quella di delegare alla macchina ciò che dovrebbe nascere dalla fatica dell’apprendere. La comprensione, il linguaggio, la memoria, la costruzione del ragionamento non possono essere esternalizzati troppo presto senza conseguenze. Se l’IA interviene prima che si sia formato il pensiero, non lo potenzia: lo indebolisce. È una scorciatoia che promette efficienza e rischia invece di produrre dipendenza. La sua è una visione severa, ma non pessimista. Al contrario, è una visione che chiede misura, intelligenza pedagogica, responsabilità. Peruffo sembra ricordare che ogni strumento, anche il più potente, conserva il proprio valore solo se inserito in un progetto umano. Ecco perché il parallelo con la scuola è così importante: nessuno affiderebbe a una calcolatrice l’apprendimento iniziale delle tabelline, così come non si dovrebbe affidare troppo presto all’intelligenza artificiale la costruzione delle basi cognitive. Prima viene l’esercizio, poi l’ausilio. Prima la conquista lenta della comprensione, poi il supporto della tecnologia. Ogni altro ordine rischia di ribaltare il senso stesso dell’educazione.
Da qui nasce anche il cuore politico del suo ragionamento. L’università, secondo Peruffo, deve continuare a sperimentare. Ma non può essere lasciata sola. La scuola deve anticipare, non rincorrere. Le istituzioni devono accompagnare, coordinare, dare forma a una direzione comune. Serve, in sostanza, una strategia nazionale che non si limiti a rincorrere l’onda dell’innovazione, ma sappia costruire una traiettoria condivisa. Un grande confronto sulla formazione nell’era dell’intelligenza artificiale sarebbe, in questa prospettiva, non un esercizio formale ma un atto di responsabilità: un modo per mettere attorno allo stesso tavolo scuola, università, imprese, professioni e parti sociali, chiamandoli a un compito comune. Perché il rischio più grande non è la presenza dell’IA, ma la sua crescita disordinata. Se lasciata alla spontaneità dei consumi digitali, essa può accentuare divari, disorientare le famiglie, impoverire il lessico della formazione. Se invece viene governata con visione, può diventare uno strumento di emancipazione. Tutto dipende dalla qualità della risposta educativa. E qui si misura la maturità di un Paese: nella capacità di non farsi travolgere da ciò che arriva, ma di costruire per tempo gli anticorpi culturali necessari. In questo quadro, la figura di Enzo Peruffo assume un rilievo particolare. La sua autorevolezza accademica si intreccia con le sue origini procidane, quasi a ricordare che il pensiero più forte nasce spesso da una radice riconoscibile, concreta, vissuta. È un tratto che dà ulteriore forza al suo intervento: non la distanza di chi osserva i cambiamenti da una torre d’avorio, ma la consapevolezza di chi sa che ogni innovazione vera deve parlare anche ai territori, alle comunità, alle storie personali che costituiscono il tessuto di un Paese. Il suo messaggio, alla fine, è limpido e severo insieme: non bisogna attendere che l’intelligenza artificiale cambi la scuola per poi adattarsi in fretta. Bisogna preparare prima gli studenti, gli insegnanti, le istituzioni. Perché la vera modernità non è inseguire il futuro, ma saperlo attraversare senza perdere sé stessi. E per riuscirci servono cultura, disciplina, visione e coraggio: le stesse qualità che fanno di una società una comunità capace non solo di usare il progresso, ma di governarlo.




