LE OPINIONI

IL COMMENTO Dal treno dei bambini al Giubileo

DI GIORGIO DI DIO

Ho letto con molto interesse il romanzo di Viola Ardone “ Il treno dei bambini”. È il 1946, l’anno del referendum , della prima volta del voto alle donne, dell’Assemblea costituente. A Napoli c’è la miseria, la fame. C’è stata la guerra e dopo la guerra c’è sempre la ricchezza di qualcuno e la fame di molti. È c’è per i poveri un’iniziativa del partito comunista insieme all’unione delle donne italiane. L’idea è quella di organizzare un treno di bambini poveri per portarli per un certo tempo in famiglie del nord per sfamarli e farli studiare. Non famiglie ricche ma famiglie normali che vivono del loro lavoro e che accettano di prendersi cura di altri bambini più poveri. C’è un’aria nuova nel dopoguerra, un’aria che parla di solidarietà e di dignità. Ed è la solidarietà che spinge queste famiglie del nord a farsi carico, oltre ai loro, di questi bambini poveri del sud. Un principio che entra nella costituzione che proprio in quel tempo viene emanata: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.

Nei quartieri spagnoli vive Amerigo un bambino di sette anni, che viene scelto per far parte di questo progetto. È povero, vive con la madre Antonietta, il padre è emigrato in America. La madre, pur con grande dolore, accetta di separarsene per offrirgli una vita migliore, un pasto caldo, una scuola, un’assistenza medica. Amerigo è spaventato, ha sentito dire tante cattiverie su quelli del nord. E poi dovrà vivere in una famiglia e in un mondo a lui sconosciuti. Il treno dei bambini lo porta a Modena. Viene accolto in una famiglia affettuosa e che gli dà da mangiare e lo veste. Viene accolto con gioia e amicizia dai nuovi compagni di scuola. Il suo amore per la musica, soprattutto per il violino, nella nuova famiglia viene assecondato. Dopo molto tempo Amerigo torna a Napoli. Ma è difficile tornare alla povertà dopo aver assaporato il benessere. Così, ritorna in Emilia, nella famiglia che l’ha ospitato, riprende a studiare. Dall’Emilia si sposta a Milano dove diventa un grande violinista. Torna a Napoli una sola volta quando muore la madre. La sua vita è a Milano, ma la sua città è sempre Napoli. Fuori da Napoli è stato accolto, si è elevato, ma non dimentica le sue origini, anche se ha dovuto recidere le sue radici. Il treno dei bambini è una storia di crescita e di conquista sociale, del ritrovo di certi valori, è una storia di solidarietà. Amerigo da bambino vendeva stracci, da grande è un violinista che fa concerti. La sua crescita, il suo riscatto, è dovuto tutto alla solidarietà della famiglia che lo ha ospitato. Perché, come dice la stessa autrice: “la solidarietà è come una dignità verso gli altri».

Quella di Viola Ardone è una storia straordinaria, scritta benissimo, che porta alla luce un pezzo di storia poco conosciuto, la storia di migliaia di bambini meridionali che vennero strappati a una miseria terribile per essere affidati a famiglie del Nord. Una storia straziante dove il dolore per la perdita della mamma, delle proprie origini, viene completamente ammortizzato dalla sconfitta della fame e dalla sicurezza di una vita serena. Tutto in nome dell’umanità. Quell’umanità che è rimasta nella costituzione ma non nei popoli, non nelle persone. Come possiamo parlare di umanità quando nel solo mediterraneo ci sono state oltre duemiladuecento vittime solo nell’anno 2024? Come possiamo parlare di umanità sapendo che sono morti centinaia e centinaia di bambini e di bambine? E molti di noi magari si chiedono: “Ma se sanno di poter morire perché vengono qua? Perché pagano per affrontare questi viaggi così rischiosi su imbarcazioni fatiscenti, che non reggono neanche il mare, in cambio di chissà quali speranze?”. Molti di loro sono bambini. Perché i genitori accettano il rischio di vederli morire? Ma noi che ne sappiamo da dove vengono? Che ne sappiamo della vita che fanno? Quali conflitti violenti, quali guerre, ci sono nei loro paesi? L’umanità, quell’umanità prevista dalla nostra costituzione l’abbiano persa, se non riusciamo a capire come se vivessimo dentro queste persone, come se fossimo noi al posto loro. E se non riusciamo a capire che non dovremmo sentirci in pace se questa pace non c’è anche per loro. Ma non solo migranti. Assistiamo, oramai senza battere ciglio a una catastrofe umanitaria senza fine. Assistiamo a stragi continue, vediamo bambini morire di fame, neonati uccisi dal freddo. Vediamo questi luoghi sprofondati nel buio, un’umanità che ha perso ogni speranza di vedere una luce. L’umanità che soffre, che grida, che corre sotto le bombe che cadono, che scava per ritrovare i propri cari morti, il dolore sempre più grande, sempre più profondo. Noi guardiamo scene che sembrano impossibili perché sono lontanissime, appaiono come nei film. L’empatia che proviamo per persone vicino a noi, magari nella nostra famiglia, non riusciamo ad averla per tutto quello che succede lontano da noi.

Fa bene il Papa a scuotere continuamente le coscienze, a cercare di fare emergere la nostra umanità dimenticata, a bussare anche ai cuori più duri per aprirli , a chiedere a tutti di rispondere con la nostra umanità a queste guerre continue. E il giubileo è proprio questo. Un invito a riscoprire il principio costituzionale per cui “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, a ritrovare quell’ umanità che fino ad ora ci è mancata. Molto significative le parole del cardinale Gianfranco Ravasi: “Il terzo impegno del Giubileo cristiano è ridare «la vista ai ciechi», che è anche un simbolo. C’è, infatti, una cecità interiore, difficile da diradare forse più di quella fisica, ed è l’incapacità di vedere in profondità, con gli occhi del cuore e dell’anima”. Dobbiamo ritrovare quello che i nostri costituenti hanno proclamato come principio costituzionale, che gli italiani del 1946 hanno praticamente applicato. Noi dobbiamo ritrovare l’umanità.

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