IL COMMENTO Ecco perché ci salveranno gli alberi

C’è un’estate che sembra non voler finire mai. E mentre a settembre inoltrato aspettiamo ancora che l’aria si faccia finalmente più fresca, torna inevitabile una domanda: ci stiamo davvero abituando a un clima diverso o siamo diventati semplicemente meno capaci di sopportare il caldo? Di cambiamento climatico si parla ormai ogni giorno. Siamo bombardati da notizie, previsioni, allarmi, immagini apocalittiche e temperature record. Ma nel grande rumore della rete finisce spesso tutto nello stesso calderone: dati scientifici, impressioni personali, esagerazioni e notizie prive di qualsiasi fondamento. I social, in questo, non aiutano: l’emergenza climatica è un tema troppo serio per essere affidato all’allarmismo da clic. Eppure sarebbe altrettanto sbagliato far finta di niente. Le estati calde non sono certo una novità. Chi ha qualche anno in più ricorda bene quella del 2003, interminabile, cominciata già a maggio e capace di accompagnarci praticamente fino all’autunno. E ricordo anche il 1995, quando alla fine di ottobre c’erano ancora gli ombrelloni sulle spiagge. La memoria, però, è corta e forse abbiamo dimenticato quanto possa essere lunga una bella estate mediterranea. C’è anche un altro elemento da considerare: oggi viviamo in ambienti sempre più climatizzati. Case, automobili, negozi, uffici, alberghi, ristoranti. Passiamo dal fresco artificiale al caldo esterno e nuovamente al fresco artificiale. Forse abbiamo perso, almeno in parte, quella capacità di adattamento che avevano le generazioni precedenti. Ma una cosa è certa: negli ultimi anni le ondate di calore e gli eventi estremi sono diventati un fenomeno con cui dobbiamo fare i conti, e questa estate, per durata e temperature, ci ha ricordato che il problema non è più soltanto una sensazione. E allora, invece di limitarci a contare i gradi sul termometro, dovremmo cominciare a chiederci come rendere le nostre città e i nostri paesi più vivibili.
A Ischia, questa domanda dovrebbe essere ancora più urgente. La nostra isola ha avuto per secoli un alleato naturale contro il caldo: il verde. Il suo colore predominante, quello che da sempre la distingue agli occhi di chi arriva dal mare, è proprio il verde dei boschi, delle pinete, degli alberi che rivestono colline e montagne. Eppure proprio questo patrimonio troppo spesso viene trascurato. Abbiamo assistito alla scomparsa di intere pinete, un tempo elemento caratteristico del paesaggio isolano. Perché non pensare a nuove piantumazioni, scegliendo specie sempreverdi più resistenti alle patologie che hanno colpito i nostri pini? Perché non avviare un vero piano del verde dell’isola, studiato da agronomi e botanici, capace di restituire alberi e ombra ai nostri centri abitati? Gli alberi non sono soltanto belli. Sono infrastrutture naturali. Lungo le strade, dove oggi domina spesso l’asfalto, la loro ombra potrebbe contribuire a ridurre il surriscaldamento delle superfici e a rendere più piacevole camminare. Le piazze potrebbero essere ripensate non come grandi distese di cemento, ma come luoghi dove convivono pavimentazione, alberi, aiuole, acqua e zone d’ombra. Pensiamo alle grandi piazze completamente esposte al sole: d’estate diventano vere e proprie isole di calore. È un problema che riguarda molti centri urbani e che dovremmo cominciare ad affrontare anche qui, prima che sia l’emergenza a imporcelo. Anche i parcheggi possono essere ripensati. Non soltanto distese di asfalto, ma superfici drenanti e permeabili, dove tecnicamente possibile, alternate a verde e alberature. Una scelta che aiuterebbe non soltanto contro il caldo, ma anche nella gestione dell’acqua piovana. E poi ci sono le persone più fragili. Una località turistica come Ischia dovrebbe cominciare a immaginare spazi pubblici climatizzati o adeguatamente raffrescati, facilmente accessibili, destinati soprattutto agli anziani e a chi soffre maggiormente le temperature estreme. Strutture intelligenti, utilizzabili non soltanto durante le emergenze, ma capaci di diventare luoghi di comunità in tutte le stagioni. Perché il turismo del futuro non sarà soltanto quello degli alberghi belli, dei ristoranti di qualità e del mare cristallino. Sarà anche quello di una destinazione capace di garantire comfort, ombra, verde, mobilità sostenibile e qualità della vita.
Naturalmente gli alberi da soli non possono fermare il cambiamento climatico. Servono politiche internazionali serie, riduzione delle emissioni, energia sempre più pulita, innovazione tecnologica e un ripensamento complessivo del nostro modello energetico. Anche il dibattito sul nucleare, senza ideologie e senza tabù, merita di essere affrontato con serietà. Ma mentre la politica mondiale cerca soluzioni globali, noi possiamo fare qualcosa anche nel nostro piccolo. Possiamo piantare alberi. Possiamo proteggere quelli che abbiamo. Possiamo restituire verde dove abbiamo messo cemento. Possiamo progettare piazze e strade pensando non soltanto a come appariranno in una fotografia, ma a come saranno vissute sotto il sole di luglio. Possiamo cominciare a considerare il verde non come un elemento decorativo, ma come una vera infrastruttura urbana. Forse è questa la grande scommessa che ci attende: non combattere la natura, ma tornare a progettare insieme alla natura. E c’è qualcosa di affascinante nella storia che dovrebbe farci riflettere. Durante l’epoca romana, la vite veniva coltivata persino in Britannia, molto più a nord rispetto alla tradizionale area mediterranea. Il clima, nella storia della Terra, non è mai stato immobile. Oggi però siamo noi, con le nostre attività e il nostro modello di sviluppo, ad avere un ruolo importante nel cambiamento in corso. E proprio per questo non possiamo limitarci a lamentarci del caldo. Dobbiamo prepararci. E forse, in questa sfida, la risposta più semplice è anche quella più antica. Un albero. Poi un altro. E un altro ancora. Perché magari il futuro non ci chiederà soltanto quanta aria condizionata saremo capaci di produrre. Ci chiederà quanto verde saremo stati capaci di conservare. Ci salveranno gli alberi? Forse non salveranno da soli il pianeta. Ma certamente possono aiutarci a salvare le nostre città, i nostri paesi e, soprattutto, la qualità della nostra vita.






